Passata l’emergenza si dovrà mettere mano seriamente a un riordino di leggi ed enti, altrimenti moriremo tutti seppelliti dalle auto-certificazioni, una volta guariti dal virus. Il commento di Alfonso Celotto

La burocrazia è sopravvissuta all’unità d’Italia, al Fascismo, alla Repubblica sociale. Sta sopravvivendo allo sviluppo tecnologico e sopravvivrà anche al coronavirus.

E ovviamente anche rispetto all’epidemia, la burocrazia sta utilizzando le sue armi migliori: moduli, certificazioni, pareri, direttive, decreti. Una montagna di carte per combattere il virus, sempre in pedissequo ossequio della normativa vigente e nel pieno rispetto del principio di competenza. In cui il cittadino non riesce a capire nulla.

Questi giorni di emergenza sanitaria stanno facendo emergere ancora una volta i due problemi più annosi del nostro modello burocratico: le troppe leggi e i troppi enti.

Partiamo dalle norme. Ogni giorno una ordinanza, un Dpcm, una direttiva…. Che creano solo incertezze: nessuno di noi sa se può andare al parco, come fare l’auto-certificazione, se posso portare la spesa ai miei genitori che abitano in campagna.

Sul sito della Gazzetta ufficiale c’è, per fortuna, un link apposito: “Raccolta degli atti recanti misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19”.

Dopo aver telefonato al nostro avvocato per farci tradurre in italiano di che si tratta, troviamo un elenco preciso di 4 decreti-legge, 1 legge, 2 delibere del Consiglio dei ministri e 6 Dpcm (quelli che quasi ogni sera Giuseppe Conte ci spiega in Tv). Cioè 13 atti normativi in 10 giorni, che spesso si sovrappongono e si abrogano l’uno con l’altro.

Sul sito della Protezione civile abbiamo anche 6 Odcpc, cioè Ordinanze del capo della protezione civile. Sul sito del ministero della Sanità, ci sono decine di Ordinanze dell’Istituto Superiore di Sanità e altrettante del ministro della Salute. E poi quelle del Mef della Agenzia delle Entrate, e così via.

Per non parlare delle Regioni e dei Comuni, da Alcamo a Viterbo, ma Matera a Trofarello, da Trieste a Castellammare di Stabia, imponendo quarantene ulteriori, auto-denunce, chiusura di parchi e ville.

Ciascuno con le sue regole, le sue limitazioni, le sue interpretazioni. Ed ecco che per spiegarle arrivano altre carte: circolari, istruzioni e tante Faq per cercare di capire quello che è stato disposto.

Ma diventa tutto più confuso, visto che le regole cambiano ogni giorno. Per non parlare delle fake news, spesso incontrollabili e di tono in genere apocalittico.

Comunque, raccontando le troppe leggi, ci siamo accorti che abbiamo anche troppi enti. È vero, va rispettato il principio della divisione dei poteri e della competenze, ma ad oggi in Italia ci sono almeno 2199 enti pubblici (come da elenco che ogni anno l’Istat pubblica doviziosamente), a cui vanno aggiunti i 7920 comuni, le 110 Province e le 20 Regioni. E in questi giorni ciascuno interviene sul coronavirus.

Troppo. Troppi. Troppe competenze, troppe regole. Eppure risale al 14 dicembre 1956, la prima legge di abolizione e riordino, chiara fin dal titolo “Soppressione e messa in liquidazione di enti di diritto pubblico e di altri enti sotto qualsiasi forma costituiti, soggetti a vigilanza dello Stato e comunque interessanti la finanza statale” (legge n. 1404 del 1956, per gli appassionati di numeri).

Che fare? Passata l’emergenza, ci sarà da mettere mano seriamente a un riordino di leggi ed enti, altrimenti moriremo tutti seppelliti dalle auto-certificazioni, una volta guariti dal virus.

Condividi tramite