Il giornalista che documentava la situazione di Wuhan, centro globale dell’epidemia di coronavirus, è stato arrestato dai servizi di sicurezza cinesi e da una settimana non si hanno più sue notizie

Da oltre una settimana non si hanno più notizie di Li Zehua, ex giornalista di CCTV arrestato dai servizi di sicurezza cinesi. In Cina è un nome noto, perché molte delle immagini che negli ultimi due mesi sono circolate su Wuhan sono state riprese da lui. Voleva mostrare cosa stesse succedendo alla metropoli della provincia dell’Hubei, centro della diffusione del nuovo coronavirus che sta diventando una pandemia globale.

Lì aveva mostrato sui social network l’isolamento che il governo cinese aveva imposto per contenere il contagio — ma aveva anche spiegato come l’azione draconiana delle autorità spesso si trasformasse in vere e proprie violenze sui cittadini, e inoltre aveva resa chiara la dimensione dell’emergenza. I suoi reportage raccontavano quella linea sottile che in caso di gravi crisi divide in modo sfumato libertà personale e sicurezza nazionale. Zehua non era una voce critica con il Partito Comunista cinese, proprietario della tv per cui lavorava e che aveva lasciato, perché considerava troppo limitata e forzata la copertura mediatica del caso Covid-19. “Non voglio tacere o chiudere gli occhi e le orecchie. Non è che non posso avere una bella vita, con moglie e figli. Io posso. Lo sto facendo perché spero che più giovani possano, come me, tenere la schiena dritta”, diceva.

Per questo aveva lasciato il ruolo di anchor e si era trasformato in un citizen journalist. A fine febbraio aveva filmato e pubblicato un video in cui era in macchina e diceva di essere seguito da un’auto (senza targa) dei servizi interni. Poi, una volta rientrato a casa, s’era messo in collegamento via Skype con un amico e aveva filmato parte della conversazione avuta con quattro persone che poi sono entrate nel suo appartamento per arrestarlo. L’amico ha poi caricato il video su YouTube.

Nei giorni precedenti era andato nella comunità di Baibuting di Wuhan, un’area colpita in modo particolarmente duro dall’epidemia. Aveva trasmesso in streaming una storia il 18 febbraio da un crematorio: spiegava come gli inservienti venivano assunti ad alti salari per trasportare i cadaveri. Il 25 febbraio, aveva fatto un reportage in cui aveva intervistato i lavoratori migranti costretti a sistemare il loro campo nel garage sotterraneo della stazione ferroviaria di Wuchang.

Nelle settimane precedenti altri due giornalisti, Fang Bin e Chen Qiushi, erano scomparsi. Tempo fa l’Economist aveva pubblicato i risultati di un’analisi accademica che spiegava come la gestione di crisi come questa del coronavirus diventa più efficace se condivisa fra tutti i Paesi e questo è possibile solo con i sistemi democratici — perché facilitano la circolazione delle informazioni. La Cina ha provato a tenere segreta la situazione, evitando anche la diffusione di informazioni non controllate da parte della stampa. Pechino ormai — davanti alla dimensione della crisi — ha iniziato in parte a comunicare, cosa che invece non sta facendo l’Iran: altro luogo in cui l’epidemia è molto diffusa ma il regime teocratico impone una diffusione limitata dei dati.

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