Per il capo di Rosneft in assenza di una cooperazione anche da parte di attori esterni al perimetro dell’Opec – il principale cartello dei Paesi produttori di greggio – come gli Usa, l’attuale guerra dei prezzi è inevitabile. Una guerra che sta mietendo vittime illustri. L'analisi di Gabriele Moccia

Prove di dialogo sul fronte della guerra al petrolio. Secondo quanto hanno riferito fonti del Dipartimento dell’energia americano, Washington sarebbe pronta ad inviare in Arabia Saudita un incaricato speciale con l’obiettivo di negoziare con il Regno saudita al fine di stabilizzare il mercato del greggio.

La mossa della Casa Bianca è arrivata dopo che il bazooka produttivo saudita – che ormai raggiunge la quota di 12 milioni di barili al giorno – rischia di mettere in ginocchio la potente industria petrolifera americana e ridurre, per la prima volta in cinquant’anni, la produzione di greggio del Texas, il principale stato petrolifero americano.

Una scelta appoggiata anche da Ryan Sitton, presidente della Texas Railroad Commission – l’ente federale regolatorio dell’industria estrattiva texana – secondo cui il presidente americano Trump deve sedersi al tavolo con Russia e Arabia Saudita per convincere i due Paesi ad ulteriori tagli dell’output. Ma nel mondo politico americano c’è anche chi pensa che occorra battere i pugni sul tavolo e avere una linea negoziale più aggressiva.

Un gruppo di nove senatori repubblicani hanno interpellato il Segretario al commercio, Wilbur Ross, per dare una nuova stretta alle sanzioni commerciali contro la Russia e contro Riad, accusando i due Stati di dumping sui mercati energetici. Del resto, l’amministrazione Trump sta continuando ad usare l’arma delle sanzioni per ridurre l’offerta petrolifera, soprattutto nei confronti di quei Paesi, come l’Iran e il Venezuela, che Foggy Bottom considera come Stati petroliferi “canaglia”.

Ancora mercoledì scorso, il Dipartimento di stato americano ha sanzionato sette compagnie con base in Cina, Hong Kong e Sud Africa coinvolte nel commercio di prodotti petrolchimici con la Repubblica islamica. Stesso discorso nei confronti del Venezuela, dove gli americani hanno colpito una sussidiaria del colosso petrolifero russo Rosneft, la Tnk Trading International, accusata di commerciare illegalmente con Caracas. Nonostante le tensioni sui mercati, alcuni segnali di distensione sono arrivati anche da Mosca.

Intervistato dall’agenzia Ria, Igor Sechin, il capo azienda di Rosneft, ha auspicato che Mosca e Riad mantengano aperti i propri canali di comunicazione per arrivare ad un accordo in grado di stabilizzare il mercato. Secondo Sechin, i prezzi del greggio potrebbero ritornare sui 60 dollari al barile per la fine del 2020, a patto che alcune fonti di offerta, come lo shale gas americano, siano spinti ad uscire fuori dal mercato.

Insomma, per il capo di Rosneft, in assenza di una cooperazione anche da parte di attori esterni al perimetro dell’Opec – il principale cartello dei Paesi produttori di greggio – come gli Usa, l’attuale guerra dei prezzi è inevitabile. Una guerra che sta mietendo vittime illustri. Tra queste la Exxon Mobil che ha annunciato tagli dei costi operativi e posposto alcuni dei progetti strategici prioritari, come quello relativo al giacimento di gas di Rovuma, nelle acque del Mozambico.

Anche la francese Total, per bocca del suo amministratore delegato Patrick Pouyanne, ha fatto sapere di un taglio ai programmi di investimento del 20 per cento e una riduzione dei costi di circa 400 milioni di dollari. La brasiliana Petrobras, invece, ha annunciato una revisione del proprio piano quinquennale, portando da 20 a 30 milioni di dollari la riduzione dei propri costi operativi. Un altro indicatore particolarmente significativo dello scenario è, infine, legato al numero di pozzi attivi negli Stati Uniti, monitorati mensilmente da Baker Huges, una delle principali compagnie di servizi estrattivi al mondo.

Secondo i dati raccolti, quella appena conclusasi è la settimana con il numero maggiore di pozzi chiusi dai produttori indipendenti americani da inizio anno. Il numero di pozzi attivi nelle principali zone estrattive americane (il bacino permiano in Texas e la zona del nuovo Messico), solitamente un valido indicatore predittivo dell’andamento dell’offerta futura di greggio, è calato del 19 per cento, un chiaro segnale ad agire per il presidente Trump e per il mantenimento della strategia americana di dominanza energetica.

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