Siamo di fronte a un gigantesco esperimento planetario sulla nostra pelle. Salvare la popolazione, salvare l’economia o rischiare entrambi? L'analisi di Luca Longo

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato pandemia il COVID-19: nella conferenza stampa dell’11 marzo il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus si è detto certo che il coronavirus SARS-CoV-2 si distribuirà in tutto il mondo. ”Ma i governi, le aziende e i singoli cittadini hanno ancora la possibilità di cambiare la traiettoria dell’epidemia”, ha concluso.

È interessante – anche per chi non ha alcuna competenza medica come me – osservare come le strategie di contrasto adottate fino ad oggi dai governi di tutto il mondo ricadano principalmente in due categorie.

La Strategia A si basa su un contrasto radicale del contagio, che prevede il blocco di tutte le attività non strettamente indispensabili e il forzato isolamento sociale. Il principio guida è che la tutela della vita di ciascun cittadino è un dovere da parte dello Stato e che misure estreme sono necessarie per difendere l’intera popolazione, anche sacrificando il sistema economico e avendo la certezza di entrare in una fase di grande depressione.

La Strategia B è diametralmente opposta. Non si contrasta in alcun modo il contagio: produzione, commercio, scuole, tutte le attività procedono come se nulla fosse. Si curano i malati anche sapendo che l’imminente picco dell’epidemia saturerà qualsiasi capacità di gestione ospedaliera. Molti moriranno, ma il danno economico sarà molto più modesto. Insomma: business as usual.

La Strategia A, adottata ad esempio dalla Cina e dall’Italia, ha radici diametralmente opposte in ciascuno di questi due Paesi.

La tradizione culturale cinese si basa sull’annullamento del singolo in favore della comunità. Il principio ideale del comunismo è “da ciascuno secondo possibilità, a ciascuno secondo necessità”; ne consegue un’economia collettivistica dove a ciascun individuo è richiesto di sentirsi parte di una comunità, avere fiducia nello Stato ed essere pronto a scarificarsi per il benessere di tutti. Per mantenere questa fiducia collettiva, il governo non può lasciare indietro i più deboli e per farlo deve chiamare tutti a un grande sacrificio comune, ad accettare misure coercitive estreme. Deve procedere a una forte militarizzazione per il benessere dello Stato e – quindi – della collettività e di ciascuno. Inoltre, esiste nella tradizione cinese un forte culto degli antenati. Il rispetto degli anziani è il cardine stesso del confucianesimo, non è possibile sacrificarli.

D’altra parte, l’Italia affonda le proprie radici nel valore della familia romana, successivamente integrata nei valori cattolici di uguaglianza di tutti i fedeli e di coesione della comunità, dove l’omicidio e l’indifferenza sono i peccati più gravi. In questo tessuto culturale si aggiungono tre quarti di secolo senza guerre che hanno esaltato il valore della vita e della pace come valore universale. A questo si aggiunge una diffusa – e sempre più profonda – sfiducia nelle capacità di governo della nostra sempre più mutevole classe dirigente.

I “vecchi” non sono più visti come custodi di saggezza o come esempio per le nuove generazioni, ma come un peso da tirarsi dietro col pagamento di pensioni che sappiamo essere ben più ricche di quello che sarà avanzato quando toccherà a noi. Nonostante questo, i nostri anziani rimangono un elemento centrale della famiglia: li sfruttiamo finché possiamo, spesso rimaniamo in casa fino alla mezza età per poi scaricare su di loro la gestione dei nipoti e magari li lasciamo in un ospizio, ma badando bene di ritardare con ogni mezzo l’inevitabile conclusione della loro vita.

La Strategia B, adottata ad esempio dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, si basa su un calcolo privo di scrupoli morali: proteggere l’intera popolazione con misure draconiane avrebbe un costo enorme per la propria economia. Si ragiona sul fatto che nessun servizio sanitario sarebbe in grado, comunque, di reggere l’impatto, e che, con un contagio che cresce esponenzialmente, puntare su un gigantesco investimento per rinforzare gli ospedali e raddoppiare i posti letto nelle terapie intensive – oltre ad avere un costo economico devastante – non farebbe altro che rimandare di pochi giorni l’inevitabile saturazione di tutti i posti disponibili.

Questa strategia, in pratica, equivale a condannare a morte una fetta della propria popolazione. Quanto ampia sarà, dipenderà da quanti posti letto in terapia intensiva sono disponibili rispetto al numero dei cittadini, al loro stato di salute medio, alla loro età media – tutti dati statistici facilmente ottenibili– ma anche da quanto velocemente si propagherà il virus e da quanto profondamente attaccherà ciascuno degli individui colpiti. Nessun governo, anche quello che più ha investito nel proprio servizio sanitario, oggi può stimare l’entità degli ultimi due fattori.

La logica di questa scelta si basa sul fatto che la Strategia A – quella opposta – ha un costo economico elevatissimo in grado di compromettere per un tempo considerevole l’economia nazionale, ma ha anche un risvolto molto più cinico. Quelli che non ce la faranno saranno proprio i malati e gli anziani, due categorie di persone che non contribuiscono al prodotto interno lordo del Paese ma che, anzi, sono un carico sociale per la popolazione sana e lavoratrice. Condannarli indirettamente a morte significa diminuire le spese del servizio sanitario nazionale e del sistema pensionistico. Ma non solo: quando i più giovani – storicamente più disponibili a spendere – erediteranno la ricchezza dei loro più parsimoniosi parenti anziani, questi saranno più propensi a fare acquisti o a investire l’eredità ricevuta dando un ulteriore impulso all’economia nazionale.

Infine, esiste un ulteriore fattore decisivo che muove i governi a scegliere la Strategia B: alla fine della crisi, il sistema economico delle nazioni che avranno meno sofferto – o che cinicamente avranno tratto beneficio dall’ecatombe interna – sarà pronto ad espandersi a danno delle nazioni che avranno adottato l’umanitaria Strategia A. Sarà quello il momento giusto per acquistare all’estero tutto quello che resta a prezzi di saldo, comprare aziende fallite o sull’orlo del fallimento ed esportare prodotti e servizi penetrando in aree di mercato prima dominate dalla concorrenza straniera.

E una via di mezzo? Purtroppo le due strategie che qui abbiamo chiamato A e B non possono essere sapientemente mixate sperando di salvare capra (economia) e cavoli (cittadini). Ogni combinazione delle due, come per esempio confinare a casa solo alcuni cittadini più deboli o meno utili alla società lasciando al lavoro gli altri, stendere cordoni sanitari in zone limitate del Paese dove in quel momento il virus è più diffuso, o permettere ai cittadini di mantenere una socialità aggregativa seppur parziale, sono destinate al disastro: non si salverebbe né l’economia né la popolazione.

Anche la rimozione del problema, il “qui va tutto bene” che abbiamo sentito pronunciare dai leader degli Stati Uniti e della Corea del Nord, così come la semplice titubanza nello scegliere di adottare con decisione una delle due Strategie, alzano rapidamente i costi sociali ed economici, perché con tassi di contagio esponenziali, ogni giorno di indecisione porta a danni sempre crescenti che diventano rapidamente incontrollabili.

Paradossalmente, la Strategia A, quella più umanitaria, comporta misure eccezionali, comitati di crisi chiamati a tagliare qualsiasi attività non vitale nell’intero Paese, chiusura di scuole, uffici, luoghi di aggregazione e l’arresto di tutto quello che non è direttamente collegato alla sopravvivenza minimale delle persone e delle strutture sanitarie che le curano. Questa vera e propria sospensione delle libertà personali deve essere messa in pratica con il ricorso della forza, se necessario.

Altrettanto paradossalmente, mettere in atto la Strategia B, quella più cinica e propria di nazioni che si sentono in guerra col resto del mondo, comporta semplicemente che la vita quotidiana prosegue come al solito. Nessun provvedimento urgente, nessuna chiusura, nessuna mobilitazione delle forze dell’ordine, nessuna legge speciale e nessun confinamento individuale. La vita continua salvo per il fatto che un numero sempre più elevato di concittadini, soprattutto anziani e malati, un giorno non si presenterà al lavoro o a prendere i nipotini e andrà ad affollare gli ospedali già traboccanti e incapaci di curarli.

Nessuno al mondo era preparato a COVID-19, non sappiamo né come si fa a contrastare la prima grande epidemia nell’era della globalizzazione né conosciamo le caratteristiche di questo virus SARS-CoV-2. Tantomeno sappiamo come sconfiggerlo con un vaccino. Siamo stati presi alla sprovvista e tutti i governi del mondo all’inizio hanno semplicemente ignorato o sottovalutato il problema. Anche in Cina sono passati diversi giorni prima che la subdola penetrazione di un virus inizialmente confuso come una brutta influenza, fosse identificata come una minaccia e si adottassero misure decisive per combatterlo.

La Strategia A nella Repubblica Popolare sembra stia funzionando. Qui i cittadini hanno un forte senso di comunità e convivono da generazioni con una forte organizzazione statale e militare. Se il governo dice che non si esce di casa e non si lavora, non si esce di casa. Punto. Non si discute.

L’Italia è stata più lenta nell’adottare la stessa strategia e l’ha messa in opera per gradi. C’è stata una prima fase in cui abbiamo provato coi cordoni sanitari e con altre misure soft. Ma quando abbiamo capito che ogni giorno crescevano senza controllo sia il numero dei contagiati che le aree a rischio, lo Stato ha saputo dare una risposta sempre più strutturata individuando e implementando misure di contenimento sempre più decise e drastiche.

La Strategia B, camuffata da realismo e fatalismo, è in realtà una scommessa azzardata per approfittare della situazione per conquistare l’egemonia economica e politica nazionale a danno delle nazioni più rispettose del proprio popolo, o semplicemente più civili.

La Strategia A, scommette invece sullo spirito di comunità, sulla fiducia che i cittadini ripongono nello Stato che non li lascia soli, sulla comprensione e accettazione più coercitiva (come in Cina) o più responsabile (come in Italia) delle limitazioni individuali per il benessere comune.

Siamo di fronte a un gigantesco esperimento planetario sulla nostra pelle. Oggi nessuno sa dire quale delle due strategie risulterà vincente. Se il virus si rivelerà “poco più di una brutta influenza”, e se passerà attraverso gli strati attivi della popolazione senza mietere troppe vittime ripulendola darwinianamente solo degli individui più “inutili” dal punto di vista sociale, allora le nazioni che hanno adottato la Strategia B saranno pronte a conquistare le nazioni che avranno suicidato la propria economia adottando la Strategia A.

Ma se il virus si rivelerà molto più letale di quello che oggi stimano gli esperti, se la sua diffusione sarà molto più rapida, se muterà in forme più contagiose o più subdole, anche le migliori strutture sanitarie collasseranno e ci sarà un elevato numero di morti. Chi avrà adottato la cinica Strategia B si troverà lo stesso con l’economia in ginocchio perché sarà stata sacrificata una percentuale troppo elevata della propria popolazione. E, soprattutto, chi sopravviverà non avrà più fiducia nell’autorevolezza del proprio governo.

Alcuni dei leader che hanno adottato con decisione la Strategia B, oggi sembrano convincersi di aver preso una cantonata e stanno cercando di tornare lentamente sui loro passi. Se avranno il coraggio di saltare completamente il fossato e adotteranno tardivamente la Strategia A, forse non sarà troppo tardi per contenere almeno parzialmente i danni ai propri concittadini e alla fiducia stessa che questi ripongono in loro.

Personalmente – ma il mio parere conta ben poco – sono felice di vivere in una nazione in cui, nonostante tutte le ingenuità, le carenze e le incapacità della macchina statale, si sia deciso che non si abbandona nessuno e che ce la dobbiamo fare insieme. Forse da tutto questo disastro nascerà una Italia più unita, con legami sociali più forti, maggiore spirito di collaborazione fra tutti, più volontariato, attenzione e aiuto concreto a chi è in difficoltà o è meno fortunato di noi.

Forse, come negli Stati Uniti dopo la grande depressione, nascerà un nuovo new deal. In Italia, dopo aver sconfitto i nazifascisti, i nostri nonni hanno saputo ricostruire un Paese in macerie creando il boom economico degli anni ’60 del secolo scorso. Ora tocca a noi: ce la faremo tutti insieme.

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