Molti amici mi hanno chiamato per esprimermi la loro sorpresa nell’apprendere che all’ospedale Cotugno sarebbe stato trovato un farmaco utile nel contrasto al coronavirus, il Tocilizumab, utilizzato per la prima volta in Italia dal professor Paolo Ascierto, direttore dell’unità di immunologia clinica dell’Istituto “Pascale” e dai colleghi dell’ospedale Cotugno di Napoli nella cura della polmonite indotta dal Coronavirus. Una “scoperta” che potrebbe scrivere la storia nella lotta dei ricercatori mondiali contro questa terribile epidemia. Una “scoperta” targata Napoli.

Ed è su questo che molti amici si sono mostrati sorpresi. Perché?

A Napoli?, mi hanno chiesto. Proprio a Napoli. Per me invece, meridionale, che ha qualche nozione di storia, è, tutto sommato, se non scontato, almeno non sorprendente. Ed a questi amici ho fatto notare quanto ho scritto nel mio ultimo libro, Il Salvadanaio, manuale di sopravvivenza economica nel quale mi occupo di crisi finanziarie e bancarie attuali, ma anche di buona economia e di storia dell’economia, ripercorrendo le tante eccellenze che il Sud vantava fin da prima dell’Unità d’Italia. Nella sanità, ma non solo.

“Nel censimento di fine ‘700 delle Accademie, delle Scienze e delle Lettere, il Regno delle Due Sicilie si era classificato primo in Europa per numero di ospedali (quello Dell’Annunziata, della Pietà, Ascolesi, della Pace, del San Giovanni, dei Poveri, ecc.)”.

“La struttura sanitaria – racconto ancora nel Salvadanaio, peraltro edito da Guida Editori, una storica casa editrice napoletana – disponeva di oltre 9 mila medici,usciti tutti dalle Università meridionali, che operavano in ospedali ed ospizi sparsi in tutto il territorio. Il Regno dei Borbone poteva vantare la più bassa mortalità infantile d’Italia, ma soprattutto si era classificato al primo posto per la ricerca scientifica ed, in particolare, per le prime sperimentazioni proprio sulle malattie infettive da parte del celebre Cotugno, al quale è intestato appunto l’attuale ospedale, per le avanzate tecniche chirurgiche e per le scoperte nel campo della neurochirurgia. Per non parlare dell’assistenza sanitaria, che era gratuita, mentre l’Università di Napoli, divenne al pari della Sorbona di Parigi, il più grande polo culturale dell’Europa. A Napoli dunque non sono nuove le eccellenze scientifiche e mediche. E di questa grande tradizione di studi e ricerche oggi potrà beneficiare tutta l’Italia.

Altre informazioni sull’eccellenza medica ai tempi dei Borbone ce li fornisce il giornalista napoletano Gigi Di Fiore, che racconta come i medici “venivano da Londra per capire come i loro colleghi degli Incurabili operavano nel settore dell’ostetricia e dell’urologia”.

“Tra i sovrani dell’epoca, fu Ferdinando IV di Borbone a credere per primo alla validità della vaccinazione anti vaiolo e fu lui a dare l’esempio facendosi vaccinare; in 18 anni nelle Due Sicilie i vaccinati furono due milioni…”. Il coronavirus, a quei tempi, non esisteva. Ma forse sarebbe stato comunque annichilito, al grido di “vedi Napoli e poi muori”…

Onore al merito, dunque, al professor Ascierto, fratello di un importante esponente di An, Filippo, e a tutti i medici del Pascale e del Cotugno che lavorano al servizio del mondo, non solo di Napoli, nella trincea del coronavirus.

Ma onore anche al popolo meridionale che ha nel suo dna la scienza, l’intuizione, la genialità e soprattutto la capacità di mettersi al servizio degli altri.

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