Un mercato nel mercato. Il boom delle importazioni di mascherine ha fatto aumentare le certificazioni false o non valide pagate a peso d'oro dalle aziende estere. Così in Italia i dispositivi medici (anche quelli distribuiti dalla Protezione civile) non sono a norma

Caos mascherine, nuovo capitolo. Tra le tante zone grigie che circondano l’arrivo dei dispositivi dalla Cina ce n’è una che sta creando non poca confusione fra istituzioni e addetti ai lavori. Si tratta della certificazione dei prodotti importati dal Dragone. Come ha scritto Il Fatto Quotidiano,  il mercato vive una crescita esponenziale ora che è in atto una corsa ad accaparrarsi mascherine dal primo produttore mondiale.

La fretta e l’emergenza, però, spesso si rivelano cattive consigliere. Capita così che enti certificatori riconosciuti dal governo italiano si facciano pagare a peso d’oro da aziende estere certificazioni che, in questo momento, non sono richieste. Sì, perché l’articolo 15 del decreto “Cura Italia” (Dl 18/2020) prevede per gli stessi fornitori la possibilità di emettere un autocertificazione di “conformità europea” dei prodotti la cui validazione viene poi affidata all’Inail e all’Iss.

Molte delle aziende cinesi che oggi producono quantità enormi di mascherine al giorno fino a poche settimane fa erano abituate a ritmi di ben altro tenore, oppure non erano neanche mai entrate in questo mercato. È il caso della Byd, colosso cinese dell’automotive e delle auto elettriche che ha dato vita a un’imponente quanto repentina riconversione e oggi, grazie a due contratti con il governo italiano, solo per Roma produce 20 milioni di mascherine a settimana (7 sono state già consegnate).

Nella fretta di dover entrare nel mercato italiano, molte di queste aziende si sono affidate ad enti certificatori per ottenere documenti che non solo non hanno validità, ma non esimono le aziende estere ignare dall’obbligo di munirsi della certificazione CE (la certificazione europea) per poter vendere i dispositivi medici in Italia.

Le conseguenze non sono da poco, e gli effetti possono essere imprevedibili. L’assenza di una certificazione, spiega a Formiche.net N.M., consulente che lavora con un noto ospedale del Sud Italia, non significa necessariamente che le mascherine siano di bassa qualità. Ma, se i documenti non sono in regola e si verifica un incidente (ad esempio, si ammala un operatore sanitario che indossa la mascherina in questione), chi fa da intermediario e distribuisce le mascherine acquistate o donate dall’estero rischia guai seri.

In Europa il framework legislativo è dato dal Regolamento Ue 425/2016, che prescrive di cosa si deve comporre un certificato valido di attestazione della conformità dei Dpi (Dispositivi di protezione individuale).

Il sito di Accredia, l’Ente italiano di accreditamento, spiega come riconoscere un certificato vero da uno falso. Se il documento è vero, deve contenere una serie di informazioni minime, come nome e indirizzo del fabbricante, identificazione del Dpi oggetto del certificato con un numero di quattro cifre, attestazione dei requisiti essenziali di salute e sicurezza che sono stati applicati, data di rilascio, scadenza, rinnovo e via dicendo.

Secondo il regolamento Ue, per essere conformi agli standard europei i facciali filtranti devono avere indicati sulla confezione, nell’ordine, nome del produttore, nome del modello, norma di riferimento, grado di protezione (ad esempio Ffp2 e Ffp3), e infine la marcatura CE con il codice a quattro cifre che identifica l’ente certificatore.

In queste settimane, mette in guardia Accredia, stanno circolando documenti falsi che richiedono un’attenta lettura per essere scoperti. Così un ente certificatore in provincia di Bologna produce certificati che hanno mero valore consultivo e, pur non essendo l’ente registrato nella piattaforma Ue, presentano il marchio CE. O ancora un ente certificatore del milanese appone sul certificato il bollo dell’Iset (Istituto dei servizi europei tecnologici), falsificandolo.

Il caos delle certificazioni sta rendendo difficile il lavoro alla stessa Protezione civile di Angelo Borrelli, che si ritrova ogni giorno a dover smistare fra le Regioni un enorme carico di mascherine. Non poche volte si sono verificati incidenti dovuti alla fretta. Come quando, il 14 marzo, la regione Lombardia ha rispedito a Roma una partita di dispositivi indicati come equipollenti delle Ffp2 e Ffp3 ma, alla prova dei fatti, dimostratesi mascherine chirurgiche, del tutto inadatte a tutelare la sicurezza dei medici e degli operatori sanitari.

Anche quando la qualità delle mascherine dall’estero come quelle cinesi non è discutibile, è capitatoche dalla Protezione civile siano arrivate a strutture sanitarie italiane mascherine prive di una certificato valido. È il caso delle mascherine cinesi KN95, che sulla carta sono equipollenti alle Ffp2 europee.

Tecnicamente i requisiti sembrano in ordine, perché sulla confezione viene indicata la loro norma di riferimento nell’ordinamento cinese (Gb2626-2006) e la norma europea (EN149: 2001+A1: 2009), ma non è specificato su quale base è stata certificata la loro conformità. Autocertificazione? Test di laboratorio? Sono domande che, pur nella comprensione del faticoso lavoro del governo per soddisfare il fabbisogno italiano di mascherine, lasciano in sospeso gli intermediari e le strutture che le ricevono.

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