"Il cigno nero è arrivato da noi, per primi, e ci ha trovati del tutto impreparati. Poteva essere altrimenti? In gran parte no". L'analisi di Serena Sileoni, vice direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni

L’Italia e gli italiani si sono trovati completamente spiazzati dallo scoppio dell’epidemia di Covid-19, divenuta poi pandemia mondiale. Questo, per due motivi. In primo luogo, siamo stati il primo Paese occidentale ad affrontare la drammatica emergenza del nuovo coronavirus, ossia il primo Stato con un sistema giuridico e culturale diverso da quello dei Paesi fino a quel momento coinvolti.

Un Paese caratterizzato da un lato da una demografia particolare, non solo per età media e aspettativa di vita, ma anche per abitudini di vita molto familiari, dove gli anziani sono parte integrante e vitale del tessuto sociale. Un Paese, inoltre, democratico. Nel senso che la richiesta di obbedienza al potere va motivata dal potere stesso per poter essere accettata, non basandosi né su un senso interiorizzato di disciplina né sul timore reverenziale dell’autorità.

Il cigno nero è arrivato quindi da noi, per primi, e ci ha trovati del tutto impreparati. Poteva essere altrimenti? In gran parte no. Anche se siamo abituati a ragionare sempre in termini precauzionali, non tutto è prevedibile né controllabile.

Tuttavia, proprio perché le sciagure succedono, riuscire ad affrontarle nel migliore dei modi non significa fronteggiarle con immediato successo, ma più realisticamente e umanamente non farsi trovare sprovvisti di mezzi per affrontarli. Non siamo in grado di dire, ancora, se e quanto il nostro sistema sanitario abbia correttamente funzionato. I dati, nel pieno dell’epidemia del coronavirus, sono parziali, frammentati e spesso raccolti in modo diverso, sia tra regioni che nel tempo. Un giorno, forse, capiremo cosa è successo in Lombardia.

Al momento, possiamo solo consolarci sapendo che il nostro sistema sanitario prova a garantire a tutti l’accesso alle cure, con la dedizione di un personale sanitario che si sta dedicando anima e corpo a salvare vite umane. Quel che sappiamo, è che lo Stato come forma di governo e macchina amministrativa dovrebbe funzionare proprio in questi casi: i servizi essenziali diventano ancor più essenziali, in una situazione di eccezionalità e emergenza in cui bisogna aiutare tutti e salvare i più deboli.

Non farsi trovare sprovvisti vuol dire, tra le altre cose, avere i conti in ordine, poter usare la spesa pubblica con più agilità del normale, nel presupposto che, nell’ordinario, il bilancio pubblico sia in equilibrio. In questo, lo Stato italiano ha molte colpe. Non per essere malauguranti Cassandre, ma la storia del nostro Paese e della nostra politica sembrano indicare che a questa colpa pregressa si aggiungerà una gestione della crisi economica derivante da questa epidemia che continuerà a non voler imparare da questa brutta, bruttissima lezione.

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