La pandemia costringe le intelligence a collaborare di più. La lezione di Gorelick (ex Cia)

La pandemia costringe le intelligence a collaborare di più. La lezione di Gorelick (ex Cia)
Robert Gorelick, già capo centro della Cia in Italia al Master dell’Università della Calabria: "L'uccisione di Soleimani è stato un errore. In Medio Oriente gli alleati non si comprano ma si affittano. Il Covid-19 richiede una collaborazione internazionale tra intelligence"

“L’uccisione di Soleimani è stato un errore. In Medio Oriente gli alleati non si comprano ma si affittano. Il Covid-19 richiede una collaborazione internazionale tra le intelligence”. Queste e altre riflessioni Robert Gorelick, già Capocentro della Central Intelligence Agency (CIA) in Italia, ha sviluppato durante la sua lezione al Master di Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.

Gorelick ha iniziato la sua lezione trattando la figura dell’analista, che deve avere un atteggiamento aperto verso la raccolta delle informazioni. Infatti, negli anni passati c’era una separazione netta fra ufficiale operativo, che reclutava la fonte, e l’analista, che elaborava le informazioni. Ora, invece questi “muri” non sono più esistenti. “La fonte – ha proseguito – deve avere le caratteristiche della qualità e dell’attendibilità e quelle raccolte direttamente sul terreno hanno un maggiore valore”.

Gorelick è stato anche responsabile della controproliferazione della CIA a Langley. In questo ruolo ha cercato di integrare il lavoro degli operativi con quello degli analisti, mettendo in atto una serie di innovazioni operative.

Tra le iniziative assunte, aveva nominato come vicedirettore per la prima volta un analista e soppresso la direzione degli analisti, inserendoli all’interno delle varie sezioni operative. In tale quadro è maturata l’istituzione del Targeting Officers. Questa impostazione è stata poi adottata anche dalle altre sezioni della CIA.

“Ma che cosa fa un Targeting Officer? Aiuta sia l’ufficiale sul terreno per individuare l’obiettivo da raggiungere e sia l’ufficiale operativo, ad esempio all’interno di un’Ambasciata. Tale schema è cambiato soprattutto dopo l’11 settembre, quando gli Stati hanno posto come priorità il contrasto al terrorismo e al narcotraffico.

In questo nuovo scenario la copertura tradizionale degli agenti per avere accesso alle fonti non era più sufficiente e quindi si sono adottate altre modalità operative.

Gorelick ha poi approfondito la raccolta delle informazioni che proviene da fonte umana (Humint) che viene integrata dagli analisti, i quali possiedono una conoscenza approfondita degli obiettivi da raggiungere. Ha poi proseguito confrontando la Humint con la Sigint, cioè la raccolta delle informazioni mediante l’intercettazione e l’analisi dei segnali delle telecomunicazioni. Tale modalità di raccolta dei dati è cresciuta dopo l’11 Settembre non solo come fonte di intelligence, ma anche come appoggio alle attività della Humint. Infatti, le diverse modalità di intelligence si rafforzano a vicenda e appunto per questo occorrono analisti che integrino i vari tipi di fonte.
Gorelick ha poi proseguito parlando di contestualizzazione e l’ha identificata come uno degli aspetti più importanti, in quanto i vari settori dell’intelligence non possono restare isolati, ma integrarsi tra loro.

“L’intelligence – ha detto – è fondamentale per conoscere i piani e le intenzioni dell’avversario, ma non può fornire tutte le informazioni perché il suo compito è quello di rubare segreti e non di svelare misteri”.

“Un bravo analista – per l’ex agente – deve esaminare la realtà senza pregiudizi. L’intelligence deve trovare le notizie inattese, ma oggi gliStati richiedono quasi sempre informazioni che possano confermare le proprie posizioni politiche. Questa impostazione mette in difficoltà il ruolo dell’intelligence che invece è quello di offrire notizie obiettive, rimanendo dietro le quinte”.

Ha poi affrontato il tema del reclutamento, dove gli psicologi hanno un ruolo fondamentale, poiché un ufficiale delle operazioni o un analista, debbono possedere mentalità e capacità specifiche, soprattutto per svolgere un lavoro in clandestinità”.
“Altra componente fondamentale nell’attività dell’analista – ha ribadito – è rappresentata dalla capacità di saper formulare le domande alla quale la fonte potrà effettivamente rispondere per ricostruire quanto accade”.

Gorelick ha proseguito illustrando alcuni esempi di intelligence economica dei vari Stati, evidenziando che la Francia si trova all’avanguardia, l’Italia in difficoltà e gli USA non possono utilizzare l’intelligence per sostenere le attività delle imprese.

Gorelick ha però precisato che “l’analista economico svolge un lavoro molto simile a quello dell’analista politico e dell’analista dell’intelligence. Oggi il ruolo dell’intelligence sta cambiando molto, soprattutto con l’avvento delle tecnologie, come ad esempio il 5G. Il lavoro di intelligence è diventato molto importante perché richiede creatività, immaginazione e fantasia. Per cui tale compito non può essere affidato esclusivamente ai militari, che hanno altre qualità. Al contrario il ruolo del poliziotto è molto simile a quello dell’operatore di intelligence, in quanto interviene per cercare di reprimere un evento immediato.

Ritornando sul discorso del reclutamento, ha evidenziato che “in Italia, l’intelligence, ed in particolar modo l’AISE, sta reclutando persone con diverse competenze: esperti di relazioni internazionali, di lingue, di terrorismo, di finanza, in quanto c’è necessità di competenze diverse e più specializzate rispetto al passato”.

Ha poi ribadito che “per gli operatori di intelligence in Italia è molto difficile il lavoro sotto copertura, ma tale possibilità è stata consentita con la legge 124/2007 che ha previsto le garanzie funzionali. Ci sono dei corpi specializzati come la Guardia di Finanza che hanno attitudini più spiccate nella gestione dell’intelligence mentre non tutti quelli chiamati a queste funzioni da altre amministrazioni hanno queste competenze”.

Gorelick ha poi affrontato il ruolo del controspionaggio, che è molto importante e che nel mondo finanziario viene svolto dagli analisti.
“L’attività di spionaggio all’estero – ha ricordato – è sempre illegale e comporta conseguenze per chi lo svolge: ad esempio un diplomatico può essere espulso mentre gli altri operatori vengono arrestati o uccisi”
L’intelligence – ha ribadito – si pone i problemi del futuro. Infatti, ha ricordato la sua esperienza con Al Gore, il Vicepresidente degli Stati Uniti d’America sotto la presidenza Clinton, che era molto attento alle conseguenze che l’ambiente e il clima avrebbe potuto comportare per l’ordine mondiale”.

Per Gorelick “la vicenda del COVID-19 sta dimostrando quanto sia importante la cooperazione tra i vari Paesi, soprattutto a livello di intelligence. In Italia ad esempio non era prevedibile e si è operato in ritardo, ma lo stesso vale per tutti gli altri Stati”. Inoltre, ha ricordato il ruolo dei Servizi, che collaborano per contrastare il terrorismo e il narcotraffico.

“Negli USA – ha ribadito – la riforma dell’intelligence del 2004 è stata effettuata da chi in gran parte non aveva competenza sufficienti sull’argomento. Non esistono differenze sostanziali tra gli analisti italiani e gli analisti americani, però negli Stati Uniti ci sono molte più risorse economiche, tecnologiche e umane. In Italia l’analisi è importante, ma i risultati ottenuti non vengono di regola condivisi, a differenza degli USA dove le 18 agenzie preposte cooperano non solo tra di loro ma con tutta la società. Non a caso, un Capo di divisione della CIA ha relazioni politiche al massimo livello istituzionale”.

Per quanto riguarda i rapporti tra gli Stati, i paesi occidentali collaborano con gli USA, ma spesso gli interessi necessariamente divergono.
“Oggi le operazioni di intelligence – ha evidenziato – sono molto differenti rispetto al passato, perché le tecnologie hanno modificato quasi tutto. Per esempio, per pedinare una persona prima c’era bisogno di almeno 18 operatori mentre adesso molto probabilmente l’intercettazione può avvenire soltanto tramite le tecnologie”.

Gorelick ha poi detto che “l’autorità e la credibilità dell’intelligence dipende dal prestigio di chi la guida e di come interpreta la funzione. Questo vale sopratutto negli USA, dove il Direttore Nazionale dell’Intelligence coordina le 18 agenzie. Però quando si opera all’estero tutti gli operatori dell’intelligence fanno riferimento al capo centro della CIA di quel paese”.
Ha quindi toccato il tema caldo della disinformazione che è imperante nelle fonti aperte, per cui il ruolo dell’analista diventa determinante, perché è colui che analizza le informazioni della Rete”.

Gorelick ha poi risposto alle domande degli studenti.
Sull’omicidio di Qassem Soleimani: “L’uccisione di un ufficiale di uno Stato, che sta svolgendo il suo mestiere, è sempre una cosa sbagliata”.

Sulle attività di intelligence in Medio Oriente: “In Medio Oriente gli alleati non si comprano ma si affittano, perché in quel contesto è difficile individuare fonti sempre affidabili, perché gli interessi cambiano rapidamente. Basti pensare che nel 1979 durante la guerra in Afghanistan, gli Stati Uniti sostenevano in funzione antisovietica i talebani, che dopo il 2001 si sono trasformati nel nemico principale”.
Sulla collaborazione istituzionale nell’intelligence: “Anche in America come in Italia, la collaborazione tra intelligence e magistratura è complicata. Dopo l’11 settembre si sono creati tra le varie istituzioni americane dei centri di coordinamento e di collaborazione per condividere le informazioni sul terrorismo, così come in Italia è nato il Comitato Analisi Strategica Antiterrorismo (C.A.S.A.).
Sulla controproliferazione nucleare: “Richiede competenze molto specifiche perché bisogna capire cosa realmente succede. Trattandosi di Stati, è più semplice tenere sotto controllo la controproliferazione che il terrorismo. Diventano quindi importanti le informazioni dei politici perché conoscono i vari programmi, ma sono rilevanti anche le informazioni degli scienziati che lavorano sul campo”;
Sull’eccesso delle informazioni: “È un grande problema per tutti i Servizi, di meno per quelli americani per via delle grandi risorse utilizzate che consentono di individuare spesso quelle rilevanti. In tale attività, si chiede l’aiuto dell’esercito che dispone di numerosi analisti e sofisticate tecnologie”.

Sul rapporto tra intelligence e mondo accademico: “E’ assai stretto. Molti operatori studiano e frequentano le conferenze accademiche, come per esempio quelle della Georgetown University. Inoltre, i professori universitari possono essere autorizzati a partecipare alle riunioni riservate dell’intelligence quando si affrontano temi specifici, sui quali c’è necessità di particolari competenze. Pertanto, esiste una collaborazione molto stretta tra l’intelligence e il mondo accademico, come con il settore privato”

ultima modifica: 2020-04-03T09:42:13+00:00 da Federica De Vincentis

 

 

 

 

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