La Difesa europea non vada in lockdown. Ecco l’appello di Ares (e Iai)

La Difesa europea non vada in lockdown. Ecco l’appello di Ares (e Iai)
L'Istituto affari internazionali (Iai) ha rilanciato l'appello degli esperti dell’Armament Industry European Research (Ares): "L’Europa della difesa non sia vittima del grande lockdown". Tra Edf, nuove sfide e incognite sul futuro bilancio dell'Unione europea, ecco i suggerimenti per i governi del Vecchio continente

Investire nella Difesa comune è cruciale sia per la sicurezza dell’Europa, sia per il rilancio tecnologico, industriale ed economico del continente dopo l’emergenza Covid-19. È per questo che gli esperti dell’Istituto affari internazionali (Iai) Michele Nones, Vincenzo Camporini, Alessandro Marrone e Stefano Silvestri hanno rilanciato sulle pagine di AffarInternazionali.it l’appello pubblicato ieri su EurActiv e su Frankfurter Allgemeine Zeitung da otto consiglieri scientifici dell’Armament Industry European Research (Ares) Group, centro di ricerca che riunisce gli analisti europei nel settore della Difesa. Ecco di seguito l’appello:

“L’Europa sta oggi affrontando una crisi sanitaria senza precedenti, che avrà conseguenze economiche enormi e potrebbe portare ad una dura recessione. L’Unione europea sta definendo una risposta di medio periodo per uscire dalla crisi, ed il bilancio pluriennale dell’Unione per il 2021-2027 è stato rivisto nelle scorse settimane per diventare la spina dorsale del piano di rilancio europeo. Ci si concentrerà senza dubbio su settori cruciali dell’economia europea. Noi crediamo la difesa debba essere incluso in tali settori, e che la proposta della Commissione per il nuovo bilancio Ue debba essere l’opportunità per riconfermare risorse veramente ambiziose per il Fondo Europeo di Difesa.

Oggi tutti noi ci stiamo giustamente concentrando sulla crisi del Covid-19, ma in realtà non sappiamo quale altre crisi sono dietro l’angolo. Questa pandemia ha dimostrato che ciò che era impensabile può avvenire davvero. Date le significative sfide geopolitiche che l’Ue deve affrontare, non è il momento di tagliare gli investimenti per la difesa dell’Europa. Infatti, Covid-19 non fermerà né attenuerà il peggioramento in corso del quadro strategico internazionale, che minaccia la sicurezza e gli interessi europei. Al contrario, è probabile che la pandemia renderà il mondo più instabile e più insicuro. Ricordiamoci che oltre alla pandemia molte crisi continuano a peggiorare nel vicinato dell’Ue. Ricordiamoci che l’industria europea della difesa è un elemento cruciale del recente slancio per rendere le nostre capacità militari capaci di proteggere gli europei, di essere un pilastro dell’autonomia strategica e della capacità di agire dell’Europa, e di costituire un fattore credibile per gli alleati.

Sebbene la crisi del Covid-19 sia molto diversa da quella del 2008- 2010, entrambe possono avere effetti molto simili sugli investimenti europei nella difesa, e la relativa industria, se fossero attuati tagli ai bilanci militari per ridurre i deficit pubblici che si stanno creando. Infatti, la precedente recessione economica e le relative politiche di austerity portarono a una significativa caduta degli investimenti nella difesa. Questa volta la flessione del Pil nell’Ue potrebbe essere nel complesso due o tre volte superiore a quella sperimentata dopo la crisi del 2008, e vi è di nuovo il rischio che la difesa non venga percepita dai leader europei come una priorità nella fase di rilancio economico e riassestamento dei conti pubblici. Ancora più preoccupante è il fatto che dopo il 2008-2010 i tagli ai bilanci militari colpirono in primo luogo gli investimenti nella ricerca e sviluppo tecnologico, che sono fondamentali per anticipare nel lungo periodo l’innovazione nel campo della difesa.

Oggi, togliere risorse alla ricerca vuole mettere in pericolo l’avvio di grandi programmi di approvvigionamento proprio nel momento in cui l’Europa sta cercando di sviluppare la nuova generazione di velivoli da combattimento, di carri armati, di navi e di altre capacità come i sistemi a pilotaggio remoto cruciali per il suo vantaggio competitivo in termini militari e tecnologici. Duplicazione e frammentazione di sforzi sono da tempo tra i principali problemi della difesa europea. I programmi di cooperazione sono stati duramente colpiti dopo la crisi del 2008-2010, e se ciò dovesse ripetersi oggi l’Europa perderebbe cruciali capacità tecnologiche e industriali, sviluppando così una nuova dipendenza da Paesi terzi. Questo non solo danneggerebbe gli sforzi europei per raggiungere una autonomia strategica, ma metterebbe in discussione la credibilità dei Paesi europei come partner nel campo della sicurezza internazionale, ed in particolare in ambito Nato.

Già ora l’industria dell’aerospazio e difesa produce sempre più prodotti a duplice uso civile e militare, ed è quindi colpita dalla crisi dell’economia nel suo complesso: notevoli capacità industriali in termini di tecnologica di alto livello e lavoratori altamente qualificati sono a rischio, e potrebbero ben presto scomparire. È necessario un sostegno specifico per questo settore, al fine di attenuare gli effetti della crisi economica e preservare le prospettive a lungo termine dell’Europa. Dobbiamo imparare la lezione da ciò che accadde dopo la crisi dell’eurozona, e non ripetere gli errori del passato. Il Fondo Europeo di Difesa, in linea con la Strategia globale dell’Ue ed insieme alla Cooperazione strutturata permanente, è un’iniziativa chiave per rendere la nostra sicurezza e la nostra difesa più collettive e più credibili, utilizzando in modo più efficiente gli investimenti pubblici. Già prima della pandemia il Fondo era in discussione nel quadro dei negoziati sul prossimo bilancio Ue, ed era stato proposto di dimezzarne il budget.

Tale scenario danneggerebbe significativamente gli sforzi fatti nell’ultimo decennio per fare dell’Europa della difesa una realtà efficace e credibile, trasformandoli in un enorme spreco di tempo ed energie. Questo è piuttosto il momento di raddoppiare gli sforzi in tale direzione e usare il bilancio UE per stimolare in Europa più cooperazione industriale nella difesa. Crediamo perciò che il nuovo bilancio settennale dovrebbe come minimo confermare la proposta iniziale della Commissione di un Fondo da 13 miliardi di euro – appena l’1% delle finanze dell’Unione – e anzi se possibile aumentarlo. Man mano che l’Europa uscirà dalla pandemia, la nostra nuova normalità non potrà essere sicura senza una solida difesa europea”.

ultima modifica: 2020-04-28T09:10:00+00:00 da Luigi Romano

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