Conversazione con lo storico ed economista. L'Europa o è confederale, o non è. Mes? Riscriviamolo. Macron e Merkel sono alle strette, per l'Italia si apre una finestra, serve un governo di filosofi, non di tecnici. Cina? Bisogna chiedere i danni, Xi è in difficoltà...

Bando alle facili esultanze, e anche ai fatalismi. Giulio Sapelli ha un suo bilancio personale di cosa è successo al Consiglio europeo di Bruxelles, e lo condivide con Formiche.net. Per l’Italia si apre una finestra di opportunità, spiega lo storico ed economista. Può realizzare che un’Europa confederale, a più velocità, è l’unica Europa possibile, e sfruttare le (non poche) carte che ha in mano. Per farlo però non ha bisogno di un governo tecnico, ma di “un governo di fisolosofi”.

Professore, c’è chi esulta e chi grida all’alto tradimento. Un suo bilancio?

Sotto il profilo economico, c’è poco da esultare. Se la Germania si è spinta a costringere gli anseatici, cioè l’Olanda, i Paesi scandinavi e soprattutto la Danimarca, ma anche Visegrad a fare questo passo, vuol dire che la crisi è pesantissima. Berlino si è mossa, ma prenderà altro tempo. Come minimo i provvedimenti saranno varati in giugno, i soldi arriveranno nel 2021, e questo è di una gravità assoluta.

E sotto il profilo politico?

Il Titanic tedesco si sta trasformando in una corazzata, sta lentamente cambiando rotta. La Merkel cerca di far digerire la virata al suo elettorato e di conservare intatta la GroKo.

Cosa ha determinato la svolta?

L’ambizione, in parte. A breve la Merkel sarà scelta come presidente del Consiglio europeo, la prossima è la volta dei tedeschi. Ma ha dato un contributo decisivo anche la spinta della grande area industriale che va dalla Baviera alla Lombardia, dall’Emilia-Romagna al Veneto.

L’Italia ha da festeggiare?

Non tutto è da buttare. Finalmente si è fatto riferimento all’articolo 122 del Tfue: in caso di eventi catastrofici, come il coronavirus, la Commissione può proporre al Consiglio europeo un piano di mutualizzazione del debito e di sussidi straordinari. Un passo importante, che i leader europei, se non avessero creduto ai dati cinesi e dell’Oms, avrebbero potuto fare già a fine gennaio.

E il Recovery Fund?

Da quanto trapela, sembra destinato a diventare un fondo a sussidio, non a prestito. Perché vada in porto la Bce lo deve sostenere, i sussidi devono essere accompagnati dalle garanzie delle banche europee. Un’altra dichiarazione passata sottotraccia è arrivata dal Fondo monetario internazionale, che ragiona sull’istituzione di un fondo per la ricostruzione dopo il coronavirus. Anche qui non si tratterebbe di prestiti, ma di investimenti a sussidio.

Sapelli, veniamo a un punto dolente. Il Mes è o no senza condizionalità?

Il Mes è condizionato, punto. L’unico modo per evitare le condizionalità è convocare a Bruxelles gli ambasciatori presso l’Ue, riscrivere un trattato breve, e ancorare il ricorso alle spese sanitarie alla clausola dell’articolo 122 del Tfue.

Chi si è confermato un leader a Bruxelles e chi no?

Di leader neanche l’ombra. Macron è stato sconfessato, Michel sarà ricordato per le sue gaffes, von der Leyen non è all’altezza di suo padre. Anche di Merkel, ormai, non rimane che la sua formazione nella Repubblica democratica tedesca, e la tattica della Stasi che ha imparato all’epoca.

Europa a un bivio?

Lo diceva Braudel decenni fa, bisogna ripeterlo ora. Non esiste una sola Europa. Il coronavirus ha dimostrato che un’Europa federale non è possibile, e un’Europa funzionalista come questa provoca deflazione e incapacità di rispondere alle crisi. L’unica via è un’Europa confederale.

È una buona o una cattiva notizia per l’Italia?

Tanto il governo quanto le opposizioni dovrebbero capire che si è aperta una finestra di possibilità, forse l’ultima. Il governo deve trasformare in azione questa convinzione. Il prestito nazionale Bazoli-Tremonti, non tassabile e volontario, deve diventare il trampolino per un asse a tre in Europa: Italia-Spagna-Francia. L’obiettivo è ora cercare di far aderire gli altri sei Paesi che hanno firmato il documento per i coronabond.

Eppure c’è ancora chi parla di Italexit…

Stupidaggini, ma per favore. Sento anche chi dice che questo è tempo di Weimar, ovviamente senza conoscere la storia. Non siamo a Weimar, siamo a Sarajevo alla vigilia della Prima guerra mondiale: basta una pallottola e tutta l’architettura dell’euro viene giù. Sarebbe un disastro per le categorie più povere, e la crisi si estenderebbe in Africa, Medio Oriente e negli Usa.

La strada è allora un governo tecnico, magari con Mario Draghi?

Draghi non è un leader, è un apparato del meccanismo. Basta task force, bisogna ritornare alle origini della forza italiana: la cultura umanistica e le scienze sociali. Un governo platoniano, simile a quello che governava l’impero inglese. Ottimati e proletari, uomini colti, che sappiano cos’è la politica, e ingegneri pronti a realizzarla. Ha detto bene Calenda: servono manager, persone che, istruite, sappiano gestire la cosa pubblica.

E l’industria italiana, come riparte?

Molto semplice: liquidità alle imprese, modello svizzero e nordamericano per i crediti alle imprese, e per i lavoratori la cassa integrazione. Ma soprattutto lasciamo in pace gli industriali, che facciano da sé. Piccoli, medi e grandi imprenditori italiani non hanno bisogno di comitati tecnici.

E di cosa allora?

Diamogli liquidità, facciamo arrivare i soldi attraverso le banche, che bisogna sostenere con una garanzia statale. E poi creiamo una grande banca pubblica degli investimenti. La proposta del sottosegretario Villarosa è eccellente, ritorniamo alla Banca nazionale del lavoro. Per ultimo, prendiamo immediatamente i soldi già stanziati per le opere pubbliche, parliamo di 3-400 miliardi. E non dimentichiamoci dei porti, che in questo momento sono un asset strategico.

Perché?

L’Italia è un Paese proteso nel mare, e non c’è un provvedimento di sostegno ai porti e all’economia del mare. Siamo in mano a persone incredibilmente lontane dal Paese reale. Abbiamo visto cosa è stato fatto a Trieste: una borghesia vendedora ha consegnato il porto alla Cina, una potenza in declino.

A proposito di Cina, la crisi ha inasprito il confronto fra Washington e Pechino. L’Italia da che parte deve stare?

Se il governo vuole portare la nazione fuori dalla crisi, deve affiancarsi al fuoco di fila di Merkel e Macron contro la Cina. Se si è esposta anche la Germania, che è un braccio organico della Cina in Europa, significa che il progetto della Via della Seta è in pessima salute. Ci siamo fatti condizionare dai cinesi, dall’élite politica a quella medica, abbiamo creduto, sbagliando, a Pechino. Arriverà presto il momento per chiedere i danni.

Gli Stati Uniti ci sono?

Gli Usa si stanno risvegliando, e questo è un bene. Il gigante atlantico si sta muovendo, ha capito che non può consegnare l’Italia alla Cina. Tempo fa la Sicilia rischiò di finire nelle mani del bandito Giuliano. Non possiamo ricommettere lo stesso errore.

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