Ora è il tempo delle risposte. Di soluzioni capaci di scardinare, nella nostra società e nel privato, le logiche che abbiamo assecondato nella precedente normalità. Senza più rinvii. Perché, altrimenti, sarà stata solo una fase e un’agonia senza cura

Se osserveremo ancora con rigore le misure di sicurezza, usciremo – si spera – dalle nostre case il 3 maggio.
Il governo sta pensando al dopo pandemia, alla fase 2 dell’emergenza Covid-19. Una task force tecnica tra giuristi, economisti, imprenditori, sociologi e scienziati fisserà i ‘passi’ per gestire la ricostruzione del Paese.

Varie professionalità di eccellenza che dialogheranno con il Comitato tecnico scientifico. “Dobbiamo inventarci nuovi modelli organizzativi, modelli innovativi che tengano conto della qualità della vita”, ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. In ambito finanziario, economico e sociale.

E mentre guardiamo con fiducia all’opportunità, per l’Italia, di una rinascita per un mondo con maggiore “competenza” e minore “potere”, mentre le città hanno cieli più azzurri per il ridotto inquinamento ambientale, lo slogan “uniti ce la faremo” è ancor più, ora, la forza di tutti per “resistere” nel perdurante isolamento domestico. Consapevoli che, usciti dall’incubo dell’infezione – speriamo presto – dovremo convivere, nella fase 2, con l’invisibile virus che ha iniziato a rallentare il suo corso. Ma soprattutto dovremo convivere con le nostre identità mutate.

Nella fase 1 dell’emergenza sanitaria, nella disperata paura del contagio, abbiamo fatto del coraggio, della pazienza e della creatività l’arma per sopravvivere.

La famiglia rifugio e banco di prova. Per chi, nelle quattro mura, si è ritrovato più unito rivivendo sentimenti che sembravano sepolti. Per chi ‘agli arresti domiciliari’ ha dovuto accantonare il desiderio di fuga. Per chi ha decretato la fine di compromessi e di relazioni volate via come polvere al vento. Per chi, fisicamente distante ma unito nel cuore, ha provato a resistere. Una difficile prova anche per i più irriducibili single, oltre che per le persone anziane e più fragili. E per quelle donne, costrette in casa, a maggior rischio di violenza fisica e psicologica, spesso sottaciuta, da parte del maschio padrone.

Un’amica mi ha confessato il senso della prima parola “spogliati!” detta, al rientro dall’estero, dopo un mese, al marito atteso con ansia. “Metti da parte questi abiti che porti addosso chissà da dove”, e non altro. Poi, rigorosa quarantena. Coppia collaudata e responsabile, resiste!

Fedele compagno ed amico, il cane. Da portare a spasso il più possibile. A volte, si dice, dato ‘in prestito’ da un vicino di casa, o preso da qualche associazione. E poi, saremo grati e uniti per sempre anche ‘dopo’ al nostro amico a quattro zampe?

Qualche certezza c’è. La pandemia, insieme alla dedizione senza tregua del personale sanitario e delle forze dell’ordine, all’impegno responsabile degli addetti alle attività consentite, ha spalancato le finestre sul buio del mondo di “prima”, a livello globale. Sovranismi, rancori sociali, inadeguatezze in campo economico, politico, sociale stratificate in lunghissimi anni. Arroganza, incompetenza e potere, immagini ed espressioni deliranti di un’onnipotenza distruttiva.

E abbiamo visto gli anziani, abbandonati nelle case di cure senza presidi e comunque ‘destinati’ a morire. Privati di quel ‘mantello di amore’ che deve accompagnare la vita, come aveva detto mons. Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, commentando il messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale del malato, prima della pandemia.

Abbiamo assistito al declino degli influencer nel periodo dell’emergenza. Fatte salve, in questo frangente, per le “esperte del pulito” (clean influencer) sul riordino degli spazi domestici che ha contagiato tutti. Un riordino utile anche per una revisione dell’interiorità.

Ora, nell’approssimarsi della fase 2, stanno prendendo già corpo nuove angosce e paure. Ma anche sentimenti di fiducia e di speranza. Con una certezza: sarà tutto diverso, le modalità di lavorare e di relazionarsi. E cosa sarà del nostro mondo ‘di prima’? Cosa sarà di noi stessi?

L’Italia potrà “rinascere”, l’Europa rafforzarsi e si potranno arginare i disastri nel Pianeta procurati dall’uomo, in una globalizzazione colpevole di aver scatenato anche questa pandemia?

Come ha detto papa Francesco: “Credevamo di poter vivere sani in un mondo malato”.

Quali ricette per la fase che ci attende?

Dietro la mascherina che, forse, sarà la nostra abituale compagna, quale sguardo si celerà? Paura, diffidenza, o desiderio e amore?
Forse ce ne saranno di colorate, disegnate, per ogni occasione. Un nuovo complemento dell’abbigliamento? Come, in quali occasioni o con chi la indosseremo? Dalla mascherina senza valvola (definita ‘egoista’, che tutelerebbe se stessi e non gli altri) a quella ‘chirurgica’ (altruista, tutela solo l’altro). Ma la domanda è sempre: cosa ci sarà dietro il nostro sguardo?

Nella speranza di sviluppare, prima o poi, sufficienti anticorpi al virus, saremo tutti in grado di scoprire antidoti per fronteggiare noi stessi, tra maschere e guanti, nel nuovo modo di vivere e di sentire?

Ancora smarriti e confusi, forse apparentemente euforici, prenderemo le misure dei nostri nuovi ‘abiti’. Terremo le distanze dagli altri, un metro, due metri ma c’è chi ha detto che il rischio, per quanto minimo, può raggiungere anche i dieci metri in un ambiente chiuso. Ci saluteremo con l’inchino giapponese o con il “namasté” indiano?

Abbiamo scoperto che anche l’amore non è solo fisicità, e che se ami devi saperne fare a meno. Abbiamo vissuto la capacità di attendere con intelligenza. Ma quando sarà finito il tempo dell’isolamento, cosa ci sarà dopo la desiderata attesa?

Tra test e questionari per osservare i rischi della contagiosità, tra app e telesorveglianza per uno screening pro-attivo, come faremo a rincontrarci e a stare insieme? Il desiderio sopravviverà? Come nella metafora dei porcospini di Schopenhauer, faremo probabilmente fatica a trovare la giusta distanza. Stretti tra il bisogno di calore e la paura del dolore. Per le nostre stesse spine.
Quando si apriranno le porte, non potremo correre felici ed abbracciarci, finalmente riuniti. Ma potremo, forse, annullare le distanze prima invisibili. Quelle vere, anche quando eravamo molto vicini.

Nel rush finale della ‘fase 1’ ci stiamo ancora interrogando su tutto. Sul lavoro, sui rapporti, sul nostro futuro. E se non fosse cambiato nulla? Se ognuno ritornasse al proprio posto riconquistando lo stesso spazio senza nuove modalità di pensiero, di visione e di sentire?
Ancora le donne sono in campo e affermano la propria forza. Mediatrici, nella fase 1, tra l’isolamento in casa e la famiglia, il lavoro e la casa, resa in tempo di emergenza ancor più accogliente, tra profumo di pulito e di sapori buoni, di tenerezza e carezze per tutti.
Più resistenti degli uomini anche all’attacco del virus, le donne preparano iniziative e affilano le armi per la ‘fase 2’.

È ora che l’Europa, flagellata dal Covid 19, si mostri unita, solidale e responsabile. In un momento di crisi profonda sanitaria, economica e politica. Dalle donne di “Se non ora quando – Libere” arriva l’invito forte a rifondare l’Unione europea. Per una centralità dell’azione comune con quei valori, quella forza e quella competenza tipici delle donne.

Con una sottoscrizione europea, aperta a uomini e donne, si chiede così ai governi di abbattere gli egoismi e gli steccati nazionali. Un appello al quale hanno aderito migliaia di scrittrici, registe, donne della cultura e della scienza. Da Elena Ferrante a Cristina Comencini, Dacia Maraini, Julia Kristeva, Annie Ernaux, Marcella Diemoz a Margarethe Von Trotta.

“Le donne hanno sempre avuto una forza immensa nel reagire e tenere insieme i nuclei familiari, nutrirli e curarli. L’epidemia ha rimesso al centro delle nostre vite i corpi delle persone, la famiglia, le relazioni, la solitudine, la salute, il rapporto tra le generazioni, l’economia e l’umano. Se l’Europa reggerà l’urto di questo assalto sarà anche per quei valori che, spesso definiti come privati, sono diventati nel corso dei giorni valori pubblici, hanno contrastato il diffondersi della malattia e l’hanno – speriamo – vinta”, si legge nell’appello delle donne ai governi d’Europa.

Un monito che non è solo politico ed economico. È soprattutto umano.

Ci siamo riappropriati del senso del limite ed abbiamo visto in faccia la fragilità della condizione umana.
Costretti, nel mondo di ‘prima’, da un’interconnessione spesso illusoria e apparente, ci siamo ritrovati non solo isolati ma profondamente soli. Resi orfani da una dimensione individualista e non condivisa, abbiamo dovuto fare appello alla più intima interiorità per poter resistere.

Ora è il tempo delle risposte. Di soluzioni capaci di scardinare, nella nostra società e nel privato, le logiche che abbiamo assecondato nella precedente normalità. Senza più rinvii. Perché, altrimenti, sarà stata solo una fase e un’agonia senza cura.

È tempo di responsabilità, competenza, chiarezza, solidarietà e sacrificio. Di umiltà e di fiducia. Ma è anche il tempo di abbandonarci al cuore che ci indicherà nuove strade di flessibilità per autentici doni. E’ il tempo, dunque, di cambiare noi stessi.

La rivoluzione silenziosa del cuore è la vera sconfitta del Covid-19. Per poterci ritrovare, più forti e felici, in quel punto che ha annullato ogni distanza, in quello spazio in cui sentiamo di essere stati uniti, ovunque eravamo, in tempo di pandemia.

È la sfida per tutti, non solo per le donne. È il momento di disegnare un mondo diverso e migliore, per noi e per i nostri figli. Siamo stati capaci di rimodulare, da un giorno all’altro, la struttura della nostra quotidianità. Ora, nell’incognita del futuro, dobbiamo guardare ad orizzonti infiniti illuminati dalla luce e dalla forza del cuore.

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