Conversazione con Alessandro Aresu, consigliere scientifico di Limes. Alle imprese italiane manca una cultura dell'intelligence, serve un Consiglio di sicurezza nazionale per monitorare e prevenire i rischi. Dal Golden Power a Cdp, ecco come scoraggiare le scalate ostili. E sugli investimenti cinesi...

La crisi economica che seguirà quella sanitaria non archivierà una volta per tutte la globalizzazione. Certo obbligherà a ripensare alcune categorie con cui abbiamo imparato a leggerla, spiega a Formiche.net Alessandro Aresu, consigliere scientifico di Limes, saggista e analista geopolitico, in libreria con “Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina” (La nave di Teseo). Dagli investimenti diretti esteri al commercio fino alle scalate ostili, il coronavirus costringe a leggere l’economia attraverso una lente: la sicurezza. In Occidente, alcuni Paesi si sono attrezzati per tempo. L’Italia oggi ha l’occasione per farlo. Ecco come.

Questa pandemia ha messo in dubbio buona parte di quel che credevamo di sapere sulla globalizzazione, sul libero commercio, su un mondo interconnesso.

O forse quello che ritenevamo senso comune non era vero. Non è vero che il mondo è governato dal neoliberismo, non è vero che la finanza ha il dominio sulla sicurezza.

Ora non c’è discorso sull’economia che non abbia al suo interno la parola sicurezza.

Eravamo già immersi in questa fase, forse non ce ne siamo accorti. Una fase di allargamento della sicurezza nazionale nell’economia, nei settori delle telecomunicazioni e ad alta intensità tecnologica, di crescita, soprattutto negli ultimi cinque anni, dell’attivismo di attori internazionali negli investimenti diretti esteri che ha portato a una corsa agli strumenti di screening. La sicurezza è tornata al centro. Sicurezza economica, pubblica, sanitaria, informatica. E lo sarà sempre di più, ora che si apre una fase di forte pressione sulle catene globali del valore.

Quanto ancora resteranno globali?

Sempre meno, nel breve-medio periodo. Si accorcerà la catena di settori cruciali come l’alimentare, il biomedicale, il farmaceutico. Non a caso sentiamo sempre più spesso parlare di riserva, stock. La programmazione industriale costituisce oggi la linea rossa fra chi supererà integro la crisi e chi no.

Il virus ha dimostrato la vulnerabilità dei sistemi produttivi legati a un’unica catena. Chi ha in mano l’anello iniziale di settori strategici, come l’elettronica o il farmaceutico, ha in mano un’arma politica.

L’interdipendenza è sempre anche dipendenza. Questo non deve stupirci, né farci pensare che ci troviamo di fronte a un ordine economico radicalmente nuovo. Da sempre coesistono dinamiche di cooperazione e competizione. Ovvio, ci sono potenze mondiali che possono permettersi di non subire questi processi e di dettarli, altre no.

Quali settori sono strategici ai tempi del coronavirus? E lo Stato dove deve fermarsi?

È sempre una linea sottile, ed è importante parlarne. Un motto che non invecchia mai è: “Se tutto è strategico, niente è strategico”. Esiste una differenza fra settori. L’aerospazio non è assimilabile al mobilio, la robotica non è sullo stesso piano dei frigoriferi.

Chi può tracciare una linea netta?

Lo Stato può intervenire con garanzie bancarie, liquidità, e interventi diretti come le partecipazioni, o strumenti di deterrenza come il Golden power. Ma per aumentare la prevenzione serve un passo in più: una cultura della sicurezza nazionale. Nelle imprese italiane, sia quelle medio-grandi private che quelle all’interno del perimetro pubblico, è storicamente ridotta.

La soluzione? Chiamare in causa il comparto dell’intelligence?

Il lavoro di sensibilizzazione dell’intelligence è partito con la legge sul riordino del 2007 ed è continuato a tappe costanti, segnando passaggi delicati della storia industriale italiana, come la vicenda Tim-Vivendi nel 2017. Ma al mondo imprenditoriale manca ancora una consapevolezza diffusa.

E una sinergia con il settore pubblico e l’intelligence, che da altre parti c’è. In Francia, ad esempio.

In Francia l’elaborazione teorica su questi temi è molto più vasta. L’intelligence economica costituisce un substrato comune che si innesta in percorsi di formazione pubblici e privati. Basti pensare che il concetto contemporaneo di guerra economica è stato inventato da un manager francese. C’è poi un’altra differenza. In Italia, nonostante la solidità del comparto Sisr, manca una struttura burocratica stabile dedita all’intelligence economica.

Un’agenzia?

L’approdo ideale è l’istituzione di un Consiglio di sicurezza nazionale. Un organo composto di alcune decine di persone che nello Stato si occupano stabilmente di questi temi. Giuristi, ingegneri, matematici, analisti geopolitici che studiano i mercati e producono analisi di impatto e di scenario.

Certo, non sarebbe gratis. E di questi tempi non è facile fare accettare nuovi oneri per le casse dello Stato.

Ha una sua onerosità, che però è ampiamente ripagata dai risultati. Anche il Cfius (Comitato per gli investimenti diretti esteri degli Stati Uniti, ndr) costa non poco alle casse pubbliche americane: decine di milioni. Ma, grazie al raccordo con l’intelligence e con diverse agenzie federali, riesce ad analizzare ogni mese moltissime notifiche di operazioni, isolando e bloccando quelle sospette. Peraltro, e questo è significativo, senza in alcun modo scoraggiare gli investitori, che quasi sempre preferiscono risposte e tempi certi al limbo burocratico.

Poi ci sono gli strumenti per difendere gli asset strategici ex post. Il Golden power, ad esempio, che è stato rafforzato con il Decreto liquidità. Funziona?

Della storia di questo strumento, finora, non possiamo che fare un bilancio positivo: soprattutto negli ultimi tre anni. Non a caso a spingere per un suo rafforzamento è stato anzitutto il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ndr), un organo che merita attenzione perché è bipartisan e vota con un consenso quasi sempre unanime.

Torniamo al punto di prima. Chi decide quali settori devono essere difesi?

Ecco, questo sarebbe uno dei compiti di un Consiglio di sicurezza nazionale. Su questo fronte la pandemia è stata un brusco risveglio e ci costringe a ragionare sulla catena del valore e sulla filiera produttiva. Quale valore hanno oggi, e quale fra sei mesi, settori come farmaceutico, biomedicale, telecomunicazioni? Le mascherine e i dispositivi di protezione personale non sono che la punta dell’iceberg, la base è la corsa al vaccino. In mezzo ci sono tanti altri elementi della filiera che da qui in poi saranno sempre più cruciali.

Quindi un ripensamento del perimetro è giusto.

È necessario. Settori che non ritenevamo strategici lo diventano ora. Il farmaceutico, che, non dimentichiamo, fu uno dei settori trainanti dell’export italiano nella ripresa dalla crisi del 2008. L’alimentare. La logistica: le reti di distribuzione diventeranno essenziali.

Il Golden power è uno strumento di deterrenza, prima ancora che di intervento. Da solo non basta. Le imprese che oggi hanno subito una drammatica riduzione del valore azionario hanno bisogno di garanzie. Cdp (Cassa depositi e prestiti) può dargliele? Si può immaginare di farne l’equivalente di un fondo sovrano?

Cdp svolge molti compiti, alcuni storici, altri sviluppati negli ultimi anni. Sicuramente nel corso di questa crisi avrà un ruolo. Esistono strumenti di veicolo di partecipazione in mano a Cdp che sono nati per perseguire un obiettivo fondamentale: aiutare le aziende italiane nella crescita dimensionale e nella relazione con il mercato dei capitali. Questi strumenti ci sono, ed è giusto che, se necessario, siano usati. Ed è importante che, anche lì, venga rafforzata la cultura della sicurezza nazionale.

Aresu, chiudiamo con una nota geopolitica. Con l’inizio della crisi sono tornati agli onori delle cronache gli investimenti cinesi in Europa, e in Italia. Non che prima non ci fossero, anzi, ma con l’emergenza una parte del mondo dell’intelligence ha lanciato l’allarme shopping nei settori strategici. Nel suo libro spiega perché il capitalismo cinese, in fondo, non è capitalismo. Bisogna tenerne conto, oggi?

Lo shopping cinese in Europa non è un fatto nuovo. Bisogna affrontarlo con realismo, capire e studiare chi si ha davanti. In Cina, non è un mistero, il decisore di ultima istanza è il Partito comunista cinese (Pcc). Una delle realtà più interessanti e uniche del mondo in cui viviamo. Conta circa 90 milioni di membri e ha una presa decisiva su tutto quello che accade nel Paese, controllando e influenzando in modo decisivo le cordate imprenditoriali. Questo è un fattore che non si può ignorare quando si fa business con le aziende cinesi. Quanto all’allarme, non credo che, in questo momento, le aziende europee – con l’eccezione di alcuni settori in Germania – siano il primo obiettivo del governo cinese.

Cosa, allora?

Negli ultimi anni la Cina ha raggiunto grandi capacità produttive e tecnologiche. Oggi non ha tanto bisogno delle imprese quanto dei mercati, dei clienti occidentali. Il piano A di Pechino è aumentare la presenza nel mercato europeo, lo stiamo vedendo in Germania, ma non solo. Il piano B, lo dimostra il caso delle telecomunicazioni, è puntare tutto sul mercato interno. Ma un obiettivo importante può essere insegnare agli europei come costruire una “società digitale” nella pandemia. Una “società digitale con caratteristiche cinesi”. Anche per capire questo passaggio, serve come il pane una cultura diffusa della sicurezza nazionale.

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