Immuni, come funziona l’app di tracciamento dei contagi per la Fase 2

Immuni, come funziona l’app di tracciamento dei contagi per la Fase 2
Il ministero dell’Innovazione ha scelto la soluzione di contact tracing italiana essenziale per l'avvio della Fase 2. Tecnologia Bluetooth e base volontaria le condizioni

Il progetto selezionato tra le 319 proposte ricevute dal gruppo di esperti insediato al ministero dell’Innovazione, proposto al premier dalla ministra Paola Pisano il 10 aprile e sottoposto al vaglio del team Colao è stato ritenuto la soluzione più idonea per la sua capacità di contribuire tempestivamente all’azione di contrasto del virus, per la conformità al modello europeo delineato dal Consorzio PEPP-PT e per le garanzie che offre per il rispetto della privacy” come si legge nell’ordinanza firmata ieri sera dal commissario straordinario per l’emergenza sanitaria Domenico Arcuri.

La fase 2 di Immuni

Con la firma dell’ordinanza si dispone la stipula del contratto di cessione gratuita della licenza d’uso sul software e di appalto di servizio gratuito con la società Bending Spoons S.p.a. che ha sviluppato l’app in collaborazione con il Centro medico Santagostino, e che si occuperà anche degli aggiornamenti necessari nel corso dei mesi. La società ha inoltre concesso in licenza d’uso aperta, gratuita e perpetua il codice sorgente e le componenti applicative facenti parte del sistema di contact tracing già sviluppate, nonché, ha manifestato la propria disponibilità a completare gli sviluppi informatici che si renderanno necessari per consentire la messa in esercizio del sistema nazionale di contact tracing digitale.

Come funziona 

Immuni, che non sarà obbligatoria ma scaricabile solo su base volontaria, si compone di due parti: un sistema di tracciamento dei contatti che sfrutta la tecnologia Bluetooth, di cui finora non sono state diffuse molte informazioni, ma dovrebbe avere un funzionamento simile a quello cui stanno lavorando Apple e Google, basato quindi sulla tecnologia Bluetooth (BLE) per rilevare la vicinanza tra due smartphone entro un metro e, tramite lo scambio di pacchetti anonimi, permetterà alle autorità di ricostruire la rete dei contatti in caso di tampone positivo al Covid-19. L’applicazione poi conserva i dati fino a quando non si ha certezza che la persona che l’ha installata sul proprio cellulare è risultato positivo al test del Covid-19. A quel punto la persona può dare il consenso al trattamento dei propri dati conservati sul cellulare, permettendo quindi di rintracciare le persone con cui è entrata in contatto nei giorni precedenti e ricostruendo la cronologia dei suoi spostamenti. Tra le altre funzioni di Immuni che saranno sviluppate successivamente c’è anche un vero e proprio “diario clinico” che dovrà essere compilato dagli utenti quotidianamente. Oltre alle informazioni anagrafiche e cliniche (si dovrà indicare sesso, età, eventuali malattie croniche ed i farmaci assunti), sarà possibile memorizzare anche gli eventuali sintomi simil-influenzali e cambiamenti dello stato di salute.

Il commento di Arcuri

L’app sarà “un pilastro importante nella gestione della fase successiva dell’emergenza, sarà sperimentata solo in alcune regioni pilota (al momento non note), poi verrà estesa”, ha spiegato Domenico Arcuri, che auspica “una massiccia adesione volontaria dei cittadini”.

E il nodo privacy

L’Europa ha dettato le regole per l’app: anonimato e niente geolocalizzazione, sì a bluetooth e volontarietà. Criteri che vedono il plauso del garante della Privacy Antonello Soro. Quindi anche Immuni si basa sul bluetooth, principio cardine su cui si muove l’Europa, ed è in grado di stimare con sufficiente precisione (circa 1 metro) la vicinanza tra le persone per rendere efficace l’avvertimento se si è venuti in contatto con una persona positiva al Covid-19. Il sistema di contact tracing, pertanto, per risultare efficace dovrà essere utilizzato da almeno il 60% degli italiani. I dati sulla posizione dei cittadini non sono necessari né consigliati ai fini del tracciamento del contagio – ha sottolineato Bruxelles – precisando che l’obiettivo delle app «non è seguire i movimenti delle persone. Per mantenere l’anonimato, è previsto che le app utilizzino un ID (codice d’identificazione utente, ndr) anonimo e temporaneo che consenta di stabilire un contatto con gli altri utenti nelle vicinanze.

Eppure c’è chi dice no

Non tutti però plaudono unanimi all’efficacia di questi strumenti, tra gli esperti la discussione è aperta. Sia per questioni di privacy, sia per l’efficacia della risposta dietro le tecnologie come questa. Emblematico il caso della Corea del Sud – presa spesso ad esempio – così come Singapore, dove l’adozione di applicazioni e soluzioni simili a quella scelta dall’Italia ha dato risultati tutt’ora oggetto di dibattito.

ultima modifica: 2020-04-17T12:49:22+00:00 da Valentina Cefalù

 

 

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