Se papa Francesco settimane fa ci aveva svegliato dalla retorica della guerra contrapponendogli quella del “siamo tutti sulla stessa barca”, oggi Impagliazzo ha invitato chi ne avesse finalmente preso atto ad andare oltre, capendo che siamo tutti nella stessa tempesta, ma su imbarcazioni diverse. L'analisi di Riccardo Cristiano

Mentre tante milizie e tanti contractor sono al lavoro per dilaniare l’Africa, almeno in alcune sue parti, c’è un esercito di diecimila volontari che lavora per salvare le popolazioni dal virus. Potrebbe essere spiegato così l’annuncio dato oggi dal presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo. Non è ancora catastrofe da Covid-19 per l’Africa, fa capire, ma tutti gli indicatori ci dicono che la tempesta sta arrivando. I dati portati da Sant’Egidio spiegano l’allarme. Più di 33mila i contagi accertati e dichiarati, un terzo dei quali ricoverati e un’altissima percentuale di decessi, che supera il 5% e in alcuni Paesi che raggiunge il 10%. Ma il sistema sanitario non offre possibilità di cura. In tutto il continente le terapie intensive si contano nell’ordine delle centinaia, per non parlare dei respiratori, ce ne saranno alcune decine è parso di capire dalla lettura di alcuni dati sconvolgenti sebbene parziali.

Espostissimi sono poi i Paesi più aperti al contagio, cioè quelli dove più frequenti sono o sono stati i transiti. Paesi più noti, ma dove le possibilità di cura ospedaliera restano contenutissime. È stato chiaro quindi il senso dell’allarme. Se papa Francesco settimane fa ci aveva svegliato dalla retorica della guerra contrapponendogli quella del “siamo tutti sulla stessa barca”, oggi Impagliazzo ha invitato chi ne avesse finalmente preso atto ad andare oltre, capendo che siamo tutti nella stessa tempesta, ma su imbarcazioni diversa. E quella africana è un’imbarcazione dove può funzionare soltanto la prevenzione non essendoci altro.

Dalle parole del presidente di Sant’Egidio è risultato evidente però che la prevenzione non può limitarsi a quella che i governi stanno tentando, con misure diverse e alle volte contenute, di lockdown parziale: coprifuoco notturni, limitazioni degli spostamenti a quelli necessari. No, serve di più. E cosa serve? La Comunità di Sant’Egidio mette a disposizione dell’Africa la sua esperienza, maturata in 10 paesi con il progetto Dream, quello per la cura dell’Aids. Questo progetto ha poi esteso i protocolli alla cura anche di altri malattie, come la tubercolosi. Si basano entrambi su protocolli non dissimili da quelli necessari per prevenire la diffusione del virus. Questi centri e questi laboratori hanno formato 10mila operatori sanitari esperti. Il milione di africani passati negli anni attraverso i 50 centri clinici e i 15 laboratori molecolari della Comunità, e che hanno consentito la nascita di 100mila bambini sani da madri positive, consente loro di avere un database parziale sì ma importante di popolazione a rischio che può consentire una prevenzione mirata, organizzata, efficace. Questo lavoro di aiuto alla prevenzione è già in atto ma ora va esteso sul territorio, organizzando distribuzioni di cibo, mascherine e disinfettante, per limitare i danni che la povertà e l’insalubrità degli ambienti possono produrre insieme ad altri fattori.

“Prevediamo un picco pandemico per metà maggio”, ha affermato Impagliazzo, rendendo evidente la scarsità del tempo a disposizione e la disattenzione di tanti soggetti robusti che pure operano in Africa. Basti pensare alle notizie di stampa uscite in questi anni su Cina, Russia e Turchia e alle loro diffuse presenze, umane, tecniche e militari, nel continente. Eppure l’allarme non viene di lì, ma da Sant’Egidio.

I dati di cui ha parlato Marco Impagliazzo vanno infatti capiti. Sono i dati ufficiali, ma per leggerli bisogna immaginarsi davanti un continente con distrazioni e disservizi come quello africano. Quali saranno i dati reali? Come si spiega che negli ultimi mesi l’incidenza dei decessi è aumentata del 40% rispetto ai tempi normali? Non saranno forse i casi non accertati di decesso da coronavirus? Se così fosse, e sebbene non sia detto potrebbe anche essere che sia così, ci si rende conto che siamo davanti a uno scenario nel quale l’impegno di Sant’Egidio non dice soltanto dell’importanza della prevenzione, ma anche di una comprensione profonda e onesta di cosa significhi o passa presto significare fingere di non capire.

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