L'operazione navale militare europea dovrebbe impedire l'arrivo di armi in Libia, elemento centrale per fermare i combattimenti. L'analisi di Matteo Bressan professore delle Lumsa e analista della Nato Foundation

Sono almeno tre gli indicatori emersi negli ultimi giorni in relazione all’Operazione Eunavfor Med Irini che, se colti in modo corretto, possono incidere in misura sostanziale sul dossier libico e sulla credibilità dei paesi europei nel voler fa rispettare, coerentemente con la Conferenza di Berlino, l’embargo di armi. In primo luogo, le dichiarazioni dello scorso 22 aprile dell’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell, il quale, come riportato dal sito Bruxelles 2, ha richiamato i paesi che vogliono la pace in Libia a sostenere concretamente l’operazione Irini.

È infatti abbastanza scontato che, senza un numero di assetti congruo all’obiettivo dell’Operazione, resterebbe concreto il rischio di non poter incider concretamente sugli afflussi di armi alla Libia. Per questo motivo, nonostante la provvisoria intesa raggiunta fra gli stati europei (Italia, Francia,Germania, Grecia, Lussemburgo, Malta e Polonia) di impiegare aerei, alcune unità navali, un sottomarino, due squadre di assaltatori e circa 400 militari messi a disposizione dalla Germania, sistemi satellitari messi a disposizione dalle agenzie europee e Uav, si ritiene che serva uno sforzo maggiore in termini di mezzi.

Un incremento delle capacità dell’Operazione che, a fronte di un auspicabile utilizzo di aerei Awacs e di tutti quegli assetti fondamentali per poter esercitare capacità di Intelligence Surveillance and Reconnaissance (ISR), consenta di avere il necessario monitoraggio dei domini marittimi, aerei e terrestri, imprescindibili per esercitare quella funzione di dissuasione dall’invio di armi. Ecco perché fino a quando non saranno chiari tutti gli assetti messi a disposizione dai paesi europei per l’Operazione, sarà prematuro fare valutazioni circa l’efficacia di un dispositivo che, ad oggi, è semplicemente sulla carta.

Inoltre, non dovrebbe essere scartata a priori la possibilità da parte dell’Unione Europea di mettere in pratica l’accordo di cooperazione congiunta Ue – Nato, coerentemente con gli obiettivi fissati dalla dichiarazione finale del vertice di Varsavia del 2016, per consentire all’operazione dell’Unione Europea di accrescere, grazie ad assetti Nato, le sue capacità nel campo informativo e non solo. Un segnale, quest’ultimo, che avrebbe anche una forte valenza sostanziale nelle relazioni Nato – Ue di fronte alle sfide emergenti. Perseguire il rafforzamento dell’Operazione Irini potrebbe risultare una scelta funzionale anche a garantire quella completa copertura dei domini che, ad oggi, viene evidenziata dal Gna di Tripoli e che, proprio il 23 aprile, ha contestato, con una lettera inviata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e al Parlamento Europeo, l’Operazione Irini.

Secondo le accuse del Gna, l’Operazione colpirebbe soltanto l’invio di mezzi via mare dalla Turchia e non avrebbe alcun modo per incidere sugli aiuti che invece continuerebbero ad arrivare alle forze di Haftar, da parte della Russia e degli Emirati Arabi Uniti. Non sfugge tuttavia che, a fronte di aiuti provenienti da più paesi e che di fatto consentono la prosecuzione di un conflitto che senza interferenze molto probabilmente obbligherebbe le parti a trovare una soluzione politica, siano proprio gli aiuti giunti via mare, anche per capacità di trasporto, ad essere quelli più consistenti.

C’è, tuttavia, un altro elemento che sembra spiegare, più di ogni altro, la contrarietà espressa negli ultimi giorni dal Premier Fayez al Serraj nei riguardi dell’Operazione e che riguarda il ruolo della Grecia all’interno di Irini. Proprio la Grecia che, come risaputo,aveva messo sul piatto della trattativa la disponibilità a far sbarcare sul proprio suolo gli eventuali migranti salvati in mare, ha cercato di esercitare forti pressioni affinché il comando dell’Operazione le venisse affidato, rischiando di connotare così l’operazione dell’Unione Europea, imparziale rispetto ad ogni tipo di violazione, in chiave anti turca per via delle note tensioni tra Atene ed Ankara nel Mediterraneo orientale.

Non stupisce quindi che il ritorno di un’Operazione europea nel Mediterraneo, seppure frutto di difficoltosi compromessi tra i singoli Stati, ancorché tutta da definire sotto il profilo degli assetti messi in campo, venga visto con sospetto sia dalla Turchia sia dalla Russia che, oltre alla presenza sul campo tramite gli uomini della Wagner, gioca non troppo a distanza la sua partita nel dossier libico.

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