Colpisce che nel giro di poche ore si sia appreso che il fondatore della Comunità di Bose, fratel Enzo Bianchi, è stato allontanato dalla sua creatura e che la Dignitatis Humanae Institute (DHI) ha diritto ad aprire i battenti alla Certosa di Trisulti. Per Bose sono ore di incertezza. Perché Bose senza Enzo Bianchi appare un’avventura che rimane affascinante ma diviene incerta

Raramente il calendario sa essere più impietoso dell’inverno, soprattutto se il giorno che sceglie per i suoi annunci gelidi cade alla fine di maggio. Comunque colpisce che nel giro di poche ore si sia appreso che il fondatore della Comunità di Bose, fratel Enzo Bianchi, è stato allontanato dalla sua creatura e che la Dignitatis Humanae Institute (DHI) ha diritto ad aprire i battenti alla Certosa di Trisulti. Lo ha deciso il Tar di Latina che ha anche condannato il ministero dei Beni culturali al pagamento delle spese per 6mila euro.

Da Trisulti hanno subito fatto sapere che i corsi bannoniani cominceranno in breve tempo, mentre per Bose sono ore di incertezza. Perché Bose senza Enzo Bianchi appare un’avventura che rimane affascinante ma diviene incerta. Vedremo… Ma intanto è importante capire cosa sia stato nel corso di oltre mezzo secolo il monastero di Bose. Cercando una definizione io direi che nei tempi difficili è stata la conferma che scismi e fratture non hanno rotto la comunione in quel cristianesimo delle origini che sognava il suo fondatore. La forza del presente non prevaleva sul coraggio del futuro. Così Bose non è stata una scuola, come si annuncia Trisulti. Piuttosto un luogo, come dire… extraterritoriale. Conosco Enzo Bianchi, ho sempre avuto grande stima di lui e nel suo lavoro ho sempre visto la forza che l’extraterritorialità sa dare alla spiritualità vera, quello che unisce scavatori diversi dello stesso pozzo.

Bose dunque era nel mondo, ma non del mondo. Eretici? Sì, anche eretici, eretici dell’eresia che divide, che scomunica i credenti, che condanna chi non condanna. Nella sua lettera a Enzo Bianchi dell’11 novembre 2018, in occasione del 50esimo anniversario di Bose, Papa Francesco gli ha scritto: “La vostra Comunità si è distinta nell’impegno per preparare la via dell’unità delle Chiese cristiane, diventando luogo di preghiera, di incontro e di dialogo tra cristiani, in vista della comunione di fede e di amore per la quale Gesù ha pregato”. Forse avevamo sottovalutato però questo passaggio: “Di fronte alle sfide contemporanee vi incoraggio ad essere sempre più testimoni di amore evangelico anzitutto fra di voi, vivendo l’autentica comunione fraterna”. Non è facile succedere al “priore Enzo Bianchi”, non è facile guidare la creatura di un uomo che in cinque decenni ne ha fatto non più un dirupo ma un’arca di apertura, dialogo, incontro. Le difficoltà con il suo successore sembrerebbero ruotare intorno alla forza della personalità del fondatore, non solo famoso ma anche rispettato, stimato proprio per il suo carisma. Non conosco i fatti che hanno indotto il Vaticano ad allontanare Enzo Bianchi da Bose. Cosa sarà successo? Certo non giudico, né l’uomo che apprezzo da decenni, né chi è chiamato a guidare la sua Bose sotto un’ombra così imponente. Non posso, né penso interesserebbe ad alcuno. Mi colpisce il fatto a dir poco inusuale e ancor di più la crudeltà del calendario.

Nel comunicato ufficiale diramato ieri sera da Bose si legge: “Con la lettera del Segretario di Stato al Priore e alla Comunità, la Santa Sede ha tracciato un cammino di avvenire e speranza, indicando le linee portanti di un processo di rinnovamento […]”. Cosa vuol dire? Linee guida, rinnovamento… Bose deve ritrovare in se stessa la sua vocazione all’incontro, a restare il bene “extraterritoriale” in un tempo che esaltano i confini, gli steccati, i muri. La mia speranza è che sappia farlo, presto e bene. L’esito però non appare scontato, mentre un’ altra realtà diventa certezza: nasce l’accademia che si definisce “dell’Occidente giudaico-cristiano”. Affidata a una visione del tutto diversa, che Bannon illustrò proprio al Dignitatis Humanae Institute in una video conferenza. Lì espose la sua visione del mondo: la civiltà giudaico-cristiana è il solo motore che possa consentire al mondo di tornare a funzionare, sono gli occidentali che possono salvare il mondo d’oggi, scegliendo quattro parole d’ordine: difesa del capitalismo imprenditoriale e libertario, difesa della famiglia tradizionale, difesa della nazione, lotta all’aborto. Ma, aggiunse, nell’Occidente si è insinuato un morbo, guidato e diffuso dal “partito di Davos”. Sulla home page del monastero di Bose spicca questa scritta: “Bose è una comunità di monaci e di monache appartenenti a chiese cristiane diverse che cercano Dio nell’obbedienza al Vangelo, nella comunione fraterna e nel celibato. Presente nella compagnia degli uomini si pone al loro servizio”.

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