La Cina e quella chimera chiamata libertà di informazione

La Cina e quella chimera chiamata libertà di informazione
Matt Pottinger, vice consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, ha tenuto un discorso al Miller Center dell’Università della Virginia in occasione dei 101 anni dalla nascita del Movimento 4 maggio. Le sue accuse contro il regime e l'esempio della democrazia taiwanese letti da Laura Harth

Molto spesso sono piccoli eventi che nel loro presente rimangono inosservati, a finire nei libri di storia come punto di svolta epocale. Non abbiamo la dote di poter prevedere il futuro, ma per accaniti osservatori, il discorso pronunciato il 4 maggio dal vice consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, Matt Pottinger, al Miller Center dell’Università della Virginia, segna un passo importante.

Importante perché Pottinger, già corrispondente per il Wall Street Journal a Pechino, pronuncia il suo discorso (pubblicato integralmente sul sito della Casa Bianca) in mandarino. Il discorso, tenuto in occasione dei 101 anni dalla nascita del Movimento 4 maggio (i moti studenteschi del 1919) si apre con i saluti del presidente Donald Trump, Pottinger non si rivolge quindi al pubblico statunitense, bensì direttamente alla popolazione cinese. Parlando dalla Casa Bianca, fatto che sottolinea, Pottinger si appella allo spirito democratico del popolo cinese, rilevando quanto esso – contrariamente alla linea dichiarata del Partito comunista cinese – sia una aspirazione storica nel Regno di Mezzogiorno. E proprio per questa ragione sceglie una data molto simbolica per il movimento democratico cinese. Ma ve lo facciamo leggere in una sintesi tradotta delle sue parole: 

Buongiorno a tutti. Sono Matt Pottinger, vice consigliere per la Sicurezza nazionale, e vi parlo dalla Casa Bianca. Vi porto i calorosi saluti dal 45° presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump. 

Questo evento si tiene proprio nel 101° anniversario dell’inizio dello storico Movimento 4 Maggio, dandomi un potente argomento per parlarvi della Cina di allora e ora. Il 4 maggio 1919, dopo la fine della Prima guerra mondiale, migliaia di studenti universitari provenienti da tutta Pechino si sono riuniti in Piazza Tiananmen per protestare contro il trattamento ingiusto della Cina alla Conferenza di Pace di Parigi. Le nazioni occidentali scelsero di placcare il Giappone imperiale concedendogli il controllo del territorio cinese precedentemente occupato dalla Germania, compresa la penisola di Shandong. 

La Cina avrebbe riguadagnato il controllo dello Shandong tre anni dopo, con l’aiuto degli Stati Uniti che hanno mediato un accordo alla Conferenza navale di Washington nel 1922. Ma il movimento iniziato da quegli studenti esattamente 101 anni fa era molto più che l’indignazione nazionalista a “trattati non equi”. Il movimento ha galvanizzato una lunga lotta per l’anima della Cina moderna. Come scrisse John Pomfret nella sua bella storia sulle relazioni tra Stati Uniti e Cina, il Movimento 4 Maggio mirava a “una trasformazione complessiva della politica, della società e della cultura cinese”. “Signora Scienza” e “Dottoressa Democrazia” erano gli slogan di questo movimento per portare la Cina nella modernità. Alcuni hanno definito il movimento come “l’illuminismo cinese”. 

Ma vorrei dedicare qualche minuto a mettere in evidenza alcuni eroi cinesi che credo rappresentino lo spirito del 4 Maggio, ora come allora. 

Hu Shih è naturalmente identificato come uno dei leader più influenti dell’epoca del 4 Maggio. È lui ad aver contribuito uno dei più grandi doni immaginabili al popolo cinese: il dono della lingua. Fino ad allora, la lingua scritta della Cina era “classica”, con una grammatica e un vocabolario in gran parte invariati per secoli. Come molti che l’hanno studiato vi possono dire, il cinese classico è vicino al cinese parlato quanto il latino all’italiano moderno. L’inaccessibilità della lingua scritta presentava un abisso tra governanti e governati – ed era proprio questo il punto. La parola scritta – l’alfabetizzazione stessa – era principalmente il dominio di una piccola élite al potere e di intellettuali, molti dei quali aspiravano a servire come funzionari pubblici. L’alfabetizzazione semplicemente non era per “le masse”.

Hu Shih la pensava diversamente. A suo avviso, il cinese scritto, nella forma e nel contenuto, doveva riflettere la voci dei cinesi viventi piuttosto che i documenti dei funzionari morti. “Parla nella lingua del tempo in cui vivi”, ha ammonito i suoi lettori. Credeva nel rendere comune l’alfabetizzazione e ha avuto un ruolo chiave nella promozione di una lingua scritta radicata nel linguaggio volgare, o baihua – letteralmente “linguaggio semplice”. La promozione del baihua da parte di Hu Shih è un’idea così ovvia col senno di poi che è facile perdere il senso di quanto fu rivoluzionario allora, nonché molto controverso. 

Gu Hongmin, un gentiluomo confuciano e professore di letteratura occidentale all’Università di Pechino ridicolizzava l’alfabetizzazione diffusa per la Cina e ciò che implicava. Nell’agosto del 1919 scrisse: “Immaginate solo quale sarebbe il risultato se il 90 percento dei quattrocento milioni di persone [in Cina] diventassero alfabetizzate. Immaginate solo quale ottimo stato delle cose avremmo se qui a Pechino gli autisti, i barbieri, i commessi, i venditori ambulanti, i cacciatori, i vagabondi, ecc. diventassero tutti alfabetizzati e volessero prendere parte in politica così come gli studenti universitari”.

Tale sciovinismo elitario era – e qualcuno direbbe che lo è ancora – un vento contrario che ostacolava gli ideali democratici sposati dal Movimento 4 Maggio. Hu Shih, utilizzando la lingua che aveva contribuito a dar vita, ha abilmente smantellato le argomentazioni contro l’estensione del contratto sociale. “L’unico modo per avere la democrazia, è avere la democrazia”, affermava. “Il governo è un arte e come tale ha bisogno di pratica”.

I leader del Movimento 4 Maggio furono costantemente oggetto di accuse lanciate da funzionari del governo o i loro delegati tra i letterati, secondo cui il movimento era ferventemente filo-occidentale, insufficientemente cinese o addirittura non patriottico. 

Tuttavia, la vita e i contributi di P.C. Chang ridicolizzano l’idea che gli ideali del 4 Maggio non fossero abbastanza “cinesi”. Come il suo amico Hu Shih, Chang aveva studiato negli Stati Uniti grazie ad una borsa di studio. Attratto dal teatro, fu il primo ad adattare la storia cinese di Mulan per il palcoscenico. Ha portato spettacoli occidentali all’Università di Nankai, che suo fratello aveva aiutato a fondare. Organizzò un tour negli Stati Uniti per la star dell’Opera di Pechino Mei Lanfang, adattando la musica e la danza ai gusti occidentali. Nella filosofia cinese di coltivazione morale e educazione rigorosa, Chang vide dei pregi che potevano essere combinati con idee occidentali per creare qualcosa di nuovo. 

Questa convinzione culminò nel coronamento dei successi di Chang: i suoi contributi decisivi alla Dichiarazione universale dei diritti umani, il documento redatto dopo la Seconda guerra mondiale da un panel internazionale presieduto da Eleanor Roosevelt. Chang, che all’epoca era un veterano della diplomazia cinese, faceva parte del panel. L’obiettivo della Dichiarazione era di prevenire il dispotismo e la guerra obbligando moralmente i governi a rispettare i diritti fondamentali. I diritti sanciti nella Dichiarazione del 1948 comprendono il diritto alla vita, la libertà e la sicurezza; il diritto di non essere trattenuto in schiavitù o sottoposto a tortura; il diritto alla libertà di religione; e il diritto alla libertà di pensiero. 

“Sposare la credenza occidentale nel primato dell’individuo con la preoccupazione cinese per il bene collettivo”, Chang ha contribuito a stilare un documento che sarebbe rilevante per tutte le nazioni, scrisse John Pomfret. Secondo Chang, una dichiarazione sui diritti umani non riguardava soltanto i diritti dell’individuo, ma anche gli obblighi dell’individuo nei confronti della società. 

Il biografo di Chang, Hans Ingvar Roth dell’Università di Stoccolma, ha sottolineato il perso dei contributi di Chang alla Dichiarazione: “Chang si distingue come la figura chiave per tutti gli attributi ora considerati significativi per questo documento: la sua universalità, la sua neutralità religiosa e il suo focus sui bisogni fondamentali e la dignità dei singoli esseri umani”.

Pochi anni dopo l’adozione della Dichiarazione da parte delle Nazioni Unite, Chang rassegnò le dimissioni da diplomatico, sbalordito dalla mancanza di democrazia in Cina. Nella diagnosi del problema, è facile immaginare P.C. Chang che prescrive una lettura più ravvicinata non dell’antica filosofia greca, ma degli tradizionali ideali cinesi sulla leadership virtuosa. Il cliché secondo cui i cinesi non possono essere fidati con la democrazia è, come sapevano P.C. Chang e Hu Shih, l’idea più anti-patriotica di tutte. Taiwan oggi è un ripudio vivente di quella logora falsità. 

Quindi chi incarna oggi lo spirito del 4 Maggio in Cina? A mio avviso, gli eredi del 4 Maggio sono cittadini con una mentalità civica che commettono piccoli atti di coraggio. E a volte grandi atti di coraggio. Il dottor Li Wenliang era una persona del genere. Il dottor Li non era un demagogo alla ricerca di una nuova ideologia che potesse salvare la Cina. Era un oftalmologo e un giovane padre che ha commesso un piccolo atto di coraggio e poi un grande atto di coraggio. Il suo piccolo atto di coraggio, alla fine di dicembre, fu quello di trasmettere un avvertimento via WeChat ai suoi ex compagni di scuola di medicina sui pazienti affetti da un nuovo virus pericoloso che si era presentato negli ospedali di Wuhan. Invitava i suoi amici a proteggere le loro famiglie.  

Quando il suo avvertimento ha cominciato a circolare più ampiamente di quanto aveva inteso, il dottor Li era turbato e ansioso, e con buone ragioni. I supervisori del suo ospedale lo hanno rapidamente ammonito per aver divulgato la notizia sui casi di coronavirus. Il dottor Li è poi stato interrogato dalla polizia, costretto a firmare una “confessione” e minacciato di essere perseguito penalmente se avesse nuovamente parlato. Chiunque fosse tentato di credere che si è trattato solo di un caso di polizia locale troppo zelante, prenda nota: il governo centrale cinese ha trasmesso un servizio sul “pettegolezzo” del dottor Li. 

Poi il dottor Li ha fatto un grande atto coraggioso. Ha reso pubblico la sua esperienza di essere stato messo a tacere dalla polizia. Il mondo intero ha prestato molto attenzione. A quel punto, il dottor Li aveva già contratto la malattia di cui aveva avvertito. La sua morte il 7 febbraio è sembrata la perdita di un parente per persone in tutto il mondo. Il commento del dottor Li a un giornalista dal suo letto di morte risuona ancora nelle nostre orecchie: “Penso che di dovrebbe essere più di una singola voce in una società sana e non approvo l’uso del potere pubblico per interferenze eccessive”. Il dottor Li stava usando il “linguaggio semplice” in stile Hu Shih per fare il suo punto. 

Ci vuole coraggio per parlare con un giornalista o lavorare come tale nella Cina di oggi. Anche trovare un giornalista investigativo in Cina, straniero o locale, sta diventando difficile. I cittadini giornalisti che hanno cercato di fare luce sull’epidemia di Wuhan sono scomparsi, tra cui Chen Qiushi, Fang Bin e Li Zehua. Negli ultimi mesi sono stati espulsi più reporter stranieri rispetto a quelli espulsi dall’Unione Sovietica nel corso di decenni. Il dottor Ai Fen, un collega del dottor Li Wenliang che ha anch’essa suonato l’allarme per l’epidemia di Wuhan, secondo quanto riferito non può più apparire in pubblico dopo aver parlato con un giornalista. 

Quando piccoli atti di coraggio vengono estromessi dai governi, seguono grandi atti di coraggio. 

Recentemente abbiamo visto grandi atti di coraggio morale e fisico da parte di persone che perseguono gli ideali che Hu Shih e P.C. Chang hanno difeso un secolo fa. Alcuni sono dentro la politica; alcuni hanno dedicato la propria vita a Dio. Altri seguono la lunga tradizione di studiosi che fungono da coscienza per la Cina. Molti sono semplici cittadini. Xu Zhangrun, Ren Zhiqiang, Xu Zhiyong, Ilham Tohti, Fang Fang, i venti sacerdoti cattolici che si sono rifiutati di subordinare Dio al Partito comunista, e i milioni di cittadini di Hong Kong che l’anno scorso hanno manifestato pacificamente per lo stato di diritto. L’elenco continua. 

Dato che oggi segna l’anno inaugurale del secondo secolo del Movimento 4 Maggio, quale sarà il suo lascito finale? E una domanda a cui solo i cinesi stessi possono rispondere. Il Movimento 4 Maggio appartiene a loro. Le aspirazioni democratiche del Movimento rimarranno insoddisfatte per un altro secolo? Le sue idee fondamentali saranno cancellate o distorte attraverso la censura e la disinformazione ufficiale? I suoi eroi saranno calunniati come “anti-pattriotici”, “pro-americani”, “sovversivi”? Sappiamo che il Partito comunista farà del suo meglio per fare proprio questo. 

Però, coloro che hanno la forza i cercare e dire la verità in Cina oggi possono trovare conforto in quanto scritto da Lu Xun: “Le bugie scritte con l’inchiostro non possono mai mascherare i fatti scritti con il sangue”.

Un ultimo pensiero, da punto di vista degli Stati Uniti: Hu Shih notoriamente preferiva risolvere problemi concreti a sguazzare nella teoria politica astratta. Vorrei però infrangere la sua regola per chiedere se la Cina oggi trarrebbe beneficio da un po’ meno nazionalismo e un po’ più populismo. Il populismo democratico riguarda meno una questione di destra versus sinistra che quella dell’alto versus il basso. Quando pochi privilegiati diventano troppo remoti dal basso e troppo interessati a se stessi, il populismo è ciò che li tira indietro o li butta al mare. Ha un’energia cinetica. È quanto ha alimentato il voto sulla Brexit nel 2015 e le elezioni del presidente Trump nel 2016. È quel che ha spinto il fondatore di questa università a scrivere una dichiarazione di indipendenza nel 1776. È un monito per i potenti di questo paese per ricordare per chi dovrebbero lavorare: America First.

Non era forse un’idea simile che batteva anche nel cuore del Movimento 4 Maggio? La riforma linguistica di Hu Shih non era una dichiarazione di guerra contro la pretesa aristocratica? Non formava una barriera contro la struttura del potere confuciano che imponeva la conformità sul libero pensiero? L’obiettivo non era quello di ottenere un governo incentrato sui cittadini in Cina, invece della sostituzione di un modello autocratico incentrato sul regime con un altro? Il mondo attenderà che il popolo cinese ci fornisca le risposte. 

Il discorso di Pottinger, dalla Casa Bianca e con gli espressi saluti del presidente statunitense, ricorda già l’appoggio espresso dello stesso Trump alle rivolte del popolo iraniano contro il suo oppressore. Dimostra che la politica dell’attuale amministrazione americana va oltre quel che è spesso stato definito come semplice rivendicazione economica, ma che vi è – se non una strategia – una chiara visione che per il futuro dei rapporti con la Repubblica popolare cinese le questioni dello stato di diritto, dei diritti umani e della democrazia non sono e non possono essere secondari. Tali principi sono intrinsecamente legati alla possibilità di costruire e mantenere rapporti anche commerciali equi, in un’ordine mondiale governato sulla base di principi condivisi. Principi, come sottolinea Pottinger, alla cui definizione anche la Cina ha dato il suo contributo storico. 

Non sappiamo quanto il cittadino medio nella Cina continentale potrà ascoltare o leggere queste parole, ingabbiati come sono dietro il Grande Firewall in chiaro contrasto con le aspirazioni di una ampia conoscenza popolare portate avanti dal citato Hu Shih. Conoscenza diffusa che già all’inizio del 20° secolo venne ritenuto fondamentale per la democratizzazione del paese del Movimento 4 Maggio, e contrastato allora come ora arduamente dall’élite politica. Infatti è impossibile non leggere nel percorso storico evocato da Pottinger le forti similitudini tra le accuse rivolte ai Movimento 4 Maggio dall’allora élite cinese e quelle dell’attuale assetto istituzionale circa l’incompatibilità degli “falsi” ideali occidentali e la Cina. 

In un momento dove il potere del Partito comunista cinese oscilla per l’ennesimo scandalo sanitario, questione che in passato ha dimostrato – insieme ai disastri ambientali – a muovere i maggiori sentimenti di discontento verso il regime all’interno della cittadinanza cinese, questo discorso non può che essere letto, per il suo contenuto, la sua forma e il suo elogio degli atti coraggiosi del dottor Li Wenliang che incarna lo spirito di malcontento attuale, come un appello diretto di rivolta democratica al popolo cinese.

ultima modifica: 2020-05-05T15:28:32+00:00 da Laura Harth

 

 

 

 

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