La Cina risponde ufficialmente con un video intitolato Once upon a virus alle accuse lanciate dal Segretario di Stato americano Mike Pompeo in una intervista all’emittente Abc. Questo video è un capolavoro di propaganda che contrasta con una  narrativa fattuale e pacata l’azione americana basata su illazioni e non su fatti. Ma questa è solo la punta dell’iceberg perchè Once upon a virus è un incredibile esercizio di PsyOps.

UN’ANALISI DELL’OFFENSIVA STATUNITENSE

Sintetizzando, è abbastanza chiaro che la strategia americana sfrutta espedienti classici dell’attacco retorico, scagliato con toni veementi al limite dell’arroganza:

• definizione autoreferenziale del tema: viene posta la domanda in termini che implicano necessariamente una e una sola risposta (la Cina ha qualcosa da nascondere e quindi deve dimostrare che non è vero. Se non lo fa, allora è vero che aveva qualcosa da nascondere).

• beat the bush: così come i cacciatori agitavano bastoni per far uscire allo scoperto le loro prede, allo stesso modo lanciare provocazioni non basate su prove è un modo per costringere un (ingenuo) avversario a difendersi anche se non è necessario perchè non ci sono accuse fattuali.

• argumentum ab auctoritate: non c’è bisogno di prove (che comunque abbiamo) perchè dovete fidarvi di noi.

• argumentum ad judicium: altri Paesi hanno la stessa opinione.

L’attacco americano si muove su quattro linee: la prima è l’avvio delle ostilità con una serie di dichiarazioni pubbliche del presidente Trump costituite, almeno ufficialmente, da illazioni senza alcuna prova concreta e che introducono la tesi del “dovere morale di trasparenza” a carico della Cina. La seconda è l’utilizzo dei media per far filtrare informazioni se non segrete quantomeno confidenziali. Ed è il caso del periodico The Daily Telegraph che parla di un documento predisposto da “concerned Western governments” e “ricevuto” dal The Saturday Telegraph, dal quale emergerebbe che: to the “endangerment of other countries” the Chinese government covered-up news of the virus by silencing or “disappearing” doctors who spoke out, destroying evidence of it in laboratories and refusing to provide live samples to international scientists who were working on a vaccine.

La terza è l’attacco frontale del Segretario di Stato che non parla più, come faceva il presidente Donald Trump, di “sospetti” ma di “enormous evidence” – prove gigantesche del fatto che
that there is a significant amount of evidence that this came from that laboratory in Wuhan.

La quarta è l’annuncio dell’esistenza di una “coalizione di volenterosi”: The Australians agree with that. You hear the Europeans beginning to say the same thing. I think the whole world is united in understanding that China brought this virus to the world.

LA RISPOSTA DELLA PROPAGANDA CINESE

La risposta della propaganda cinese può essere sintetizzata in questi termini:
• evasione dall’attacco tramite la costruzione di una narrativa che riduce a “favola” le accuse americane.

• utilizzo della nuova narrativa per ridirigere i colpi verso l’attaccante che appare inconsistente come le accuse che muove.

• mutamento dell’interlocutore: gli Usa parlano alla Cina, la Cina parla agli americani.

• ricorso a tecniche di comunicazione paraverbale per aumentare l’efficacia della risposta.

GLI ELEMENTI ESTERIORI DELLA COMUNICAZIONE

Cominciamo dal titolo: Once upon a virus è un (chiaro?) riferimento a Once upon a time in the West (C’era una volta il West) di Sergio Leone, che racconta della vendetta di un ragazzo poi diventato uomo contro un killer spietato e approfittatore che aveva ammazzato la famiglia del ragazzo lasciando false prove per evitare di essere coinvolto. O più probabilmente, come ha rilevato l’esperto di analisi Carlo Disma, un modo per ridurre a “favoletta” l’azione americana aprendo il video con il classico “C’era una volta”.

L’azione americana è basata su un format tradizionale, quello delle interviste senza contraddittorio tipiche dei regimi totalitari, nelle quali il politico di turno dice sostanzialmente quello che vuole. Al contrario, la risposta cinese è basata su una tecnica argomentativa razionale e democratica: enuncia e giustappone fatti.

Passiamo al tono: quanto più le tesi americane sono “strillate”, tanto più quelle cinesi sono espresse in modo civile e fattuale. Inoltre, invece di utilizzare un ragionamento articolato, gli argomenti sono presentati con delle frasi dirette, che ricordano la tecnica della “unique selling proposition” tipica della comunicazione pubblicitaria. Lo sfruttamento della “bambinizzazione” dell’Occidente per veicolare più efficacemente il messaggio – Il cambio di interlocutore nella risposta (non l’America, ma gli americani).

E veniamo alla scelta di utilizzare un cartone animato, invece di rispondere con una conferenza stampa o un’intervista a un funzionario del Partito Comunista Cinese. L’utilizzo di forme semplificate di comunicazione nella pubblicità e poi nell’utilizzo degli smartphone è il sintomo più evidente della infantilizzazione della cultura occidentale. Il prof. Simon Gottshalk della Nevada University descrive analiticamente il fenomeno in questo articolo: it makes sense to use cartoon characters to sell products to kids – a phenomenon that’s been well-documented. But why are advertisers using the same techniques on adults? To me, it’s just one symptom of a broader trend of infantilization in Western culture. It began before the advent of smartphones and social media. But, as I argue in my book “The Terminal Self,” our everyday interactions with these computer technologies have accelerated and normalized our culture’s infantile tendencies.

L’effetto di questa infantilizzazione, secondo Gottshalk, mina le basi della democrazia:
Democratic policymaking requires debate, demands compromise and involves critical thinking. It entails considering different viewpoints, anticipating the future, and composing thoughtful legislation. What’s a fast, easy and simple alternative to this political process? It’s not difficult to imagine an infantile society being attracted to authoritarian rule.

Non è inverosimile pensare che gli strateghi della comunicazione cinese abbiano inteso avvantaggiarsi della “bambinizzazione” del pubblico americano per far passare con maggiore efficacia il loro messaggio, e per cambiare anche il destinatario della comunicazione. Gli Usa hanno parlato alla Cina, la Cina ha parlato agli Americani.

L’USO DEL FACT-CECKING PER SMONTARE LE ILLAZIONI AMERICANE

Il cartone animato ricostruisce, piazzandole su una linea del tempo, le fasi della diffusione del contagio. La tesi difensiva è chiara:

• a dicembre 2019 abbiamo segnalato l’esistenza di una polmonite atipica.

• per quasi quattro mesi gli Usa hanno ignorato l’avvertimento, quello che stavamo facendo e quello che stava accadendo negli altri Paesi.

• quindi la Cina non ha responsabilità e le accuse mosse dagli USA sono strumentali ai fini della soft-war non dichiarata fra le due potenze.

Se fossimo in un processo penale, diremmo che la Cina ha “interrotto il nesso causale” perchè ha dimostrato che da gennaio 2020 ci sarebbe stato il tempo (come è accaduto in Germania) per affrontare la diffusione del contagio, se gli Usa non avessero minimizzato il rischio.

UTILIZZO DI SISTEMI RAPPRESENTAZIONALI MULTIPLI E MESSAGGI SUBLIMINALI

Once upon a virus trasmette il messaggio esteriore e immediatamente percepibile, utilizzando i sistemi rappresentazionali della programmazione neurolinguistica: “parla” contemporaneamente al “visivo”, al “cinestesico” e all'”auditivo”.

Inoltre contiene una seria di messaggi “subliminali” che ne amplificano l’efficacia:

• la “colonna sonora” del cartone animato è The Entertainer di Scott Joplin, un pezzo usato dai venditori ambulanti di gelati per attirare l’attenzione dei clienti.

• la Cina viene rappresentata da un guerriero (ha un arco in mano e indossa un’armatura antica) e poi da persone (medici e operatori sanitari) che fanno cose (costruiscono ospedali, soccorrono i malati) mentre gli Usa vengono rappresentati da una monolitica e ottusa Statua della Libertà che si ammala progressivamente, continuando a negare gli allarmi provenienti dalla Cina.

• L’Italia viene “messa in mezzo” con l’immagine di una Torre di Pisa che da dritta si inclina, mentre la Statua della Libertà utilizza la condizione italiana del contagio per contestare la veridicità dei numeri che dimostrano la riduzione dei casi in Cina e l’efficacia delle misure adottate. Si induce la percezione che mentre gli Usa permanevano nel loro stato di denial, un loro alleato subiva danni gravissimi senza che abbiano mosso un dito.

CONCLUSIONI

Il rischio di analisi del genere è quello di “sovraleggere” i messaggi, andando a cercare significati e senso dove, in realtà, non si sono logica o pianificazione. Anche di fronte a ragionamenti che possono avere una loro “tenuta”, dunque, è sempre opportuno adottare un atteggiamento basato sul dubbio e sullo scetticismo. Ciò premesso, tuttavia, è abbastanza improbabile che nella soft-war fra Usa e Cina la PsyOps giochi un ruolo di secondo piano. E dunque, come il diavolo di Roger “Verbal” Kint, è ragionevole pensare che il suo più grande inganno  sia stato quello di far credere al mondo che non esiste.

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