L’ipotesi tedesca per Fincantieri è il sintomo del fermento del settore navale del Vecchio continente, da inserire in un più ampio rilancio del dibattito sulla Difesa europea. Il nodo delle risorse in arrivo da Bruxelles non è ancora stato sciolto, ma intanto è partita la corsa al posizionamento tra i big, con nuovi contratti e rinnovati appelli

I venti di crisi da Covid-19 hanno riacceso il dibattito sul futuro della Difesa europea. Un certo fermento lo accompagna, dagli appelli degli esperti per non abbassare i finanziamenti, al monito dei capi di Stato maggiore sulle nuove minacce alla sicurezza, passando per le richieste di Josep Borrell sul Fondo europeo di Difesa. Sullo sfondo va in scena la corsa al posizionamento dei vari Stati membri, con Francia e Germania a palesare le ambizioni maggiori. A completare il quadro ci sono poi due segnali di un rinnovato attivismo continentale: il contratto dell’Agenzia europea di Difesa (Eda) ad Airbus per un’importante infrastruttura satellitare, e i movimenti del settore navale, di cui l’ipotesi tedesca per Fincantieri rappresenta un sintomo evidente.

LA SPINTA DI BORRELL

A riaccendere i riflettori sul dossier è stato a fine aprile l’appello rivolto ai governi del Vecchio continente dagli analisti del centro di ricerca Armament industry european research (Ares), rilanciato in Italia dagli esperti dell’Istituto affari internazionali (Iai). La richiesta è chiara: evitare che la Difesa europea sia contagiata dal virus, preservando i budget nazionali da eventuali revisioni della spesa pubblica e accelerando sulle iniziative comuni messe in campo a Bruxelles. Un appello colto al volo dall’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell: “Dobbiamo aumentare le risorse destinate alla nostra difesa, a livello nazionale e a livello europeo”, ha detto a margine del consiglio informale tra i ministri della Difesa dello scorso martedì. Un vertice, quello tra Lorenzo Guerini e colleghi, che ha accertato l’esigenza di investire di più nel settore, sia per far fronte a un contesto più insicuro, sia per dare slancio all’industria continentale.

IL MONITO DEI CAPI DI STATO MAGGIORE

Prospettiva ribadita ieri del Comitato militare dell’Ue, presieduto dal generale Claudio Graziano. I capi di Stato maggiore delle Difese del Vecchio continente si sono riuniti per fare il punto sulle implicazioni del Covid-19 su sicurezza e Difesa (oggi riunione simile, dagli esiti simili, in ambito Nato). “Dopo la pandemia – ha detto Graziano – il mondo continuerà a presentare serie minacce; la nostra responsabilità resterà la stessa e dovrà essere rafforzata per essere pronti ad affrontare queste minacce, anche continuando a modernizzare e adattare le nostro Forze armate”. Vi si aggiunge l’esigenza, concordata durante la riunione (e ribadita pure in ambito Nato), di coordinare meglio la strategia comunicativa contro la disinformazione, palesatasi proprio nell’emergenza Coronavirus con la propaganda di Cina e Russia sugli aiuti internazionali.

LA PARTITA SUL BUDGET

Sul fronte dei finanziamenti però, il bandolo della matassa eccede le competenze dei ministri della Difesa e dei capi di Stato maggiore. La partita si gioca al più alto livello del Consiglio europeo, all’interno della sfida complessa sul futuro quadro finanziario pluriennale dell’Ue 2021-2027. Prima che il Covid-19 si abbattesse sull’Europa, i negoziati tra Stati membri si erano rivelati particolarmente complessi, “i più difficili di sempre” secondo alcuni partecipanti. Nel tritacarne era finito anche l’European Defence Fund (Edf). Nella proposta del 2018, la Commissione prevedeva di destinarvi 13 miliardi di euro per i prossimi sette anni. Dopo un primo round negoziale, coordinato dalla presidenza di turno finlandese del Consiglio dell’Ue, sono scesi a poco più di sei. Poi, la proposta sul bilancio è finita sul tavolo del presidente Charles Michel, che ha ritoccato i numeri complessivi portando a 7 miliardi l’Edf.

L’IDEA DI RILANCIO

Qualche giorno dopo, al Consiglio europeo di Bruxelles la ricerca di un compromesso dell’ultimo minuto ha portato alla paradossale proposta della Commissione, con un “non paper” che tornava a ridurre il Fondo di 900 milioni. Destino simile per la “Connecting Europe facility”, strumento ideato per incrementare la mobilità militare nel Vecchio continente, punto caro anche alla Nato. La proposta iniziale era per 6,5 miliardi. Sono diventati 2,5 nel box finlandese; 1,5 nella proposta di Michel, per poi scomparire del tutto nel “non paper” della Commissione. Ora, l’auspicio degli esperti (nonché di Borrell) è che la necessità di rivedere l’intero bilancio dell’Unione porti a invertire la tendenza, facendo aumentare le risorse destinate alla Difesa.

LA CORSA AL POSIZIONAMENTO

Superato lo scoglio del livello d’ambizione (e delle risorse), la partita corre parallela sul posizionamento dei singoli Paesi. Il piatto potrebbe essere ricco e la corsa è già iniziata. “In questo momento di crisi – ci ha spiegato pochi giorni fa Guido Crosetto – ognuno cercherà in sede europea di portare più acqua al proprio mulino nazionale”. Le armi a disposizione per ognuno sono tre: le posizioni di vertice nei vari organismi dell’Ue; la forza negoziale sui tavoli più rilevanti; e la capacità di investire risorse a livello nazionale. Difatti, le erogazioni dell’Edf avverranno per lo più nella formula del co-finanziamento, tale per cui riceverà ritorni solo chi avrà investito del suo.

LE CARTE DI MACRON

La Francia pare al momento ben piazzata. Il governo di Parigi ha premuto per avere nella Commissione targata Ursula von der Leyen la casella del Mercato interno, assegnata dunque a Thierry Breton, da cui dipende la nuova direzione generale per Difesa, industria e spazio, quella che gestirà le risorse dell’Edf. Anche sul fronte dei finanziamenti i transalpini non se la cavano male, da tempo impegnati ad aumentare le risorse per modernizzare l’intero strumento militare, tra l’altro unico membro dell’Ue a possedere l’arma nucleare (una carta che Emmanuel Macron ha già dimostrato di volersi giocare). Nell’ambito della cooperazione strutturata permanente (la Pesco), la Francia figura in trenta dei 47 programmi ad ora presentati, primo Paese per partecipazione seguito da Italia e Spagna (24 progetti). Tra l’altro per un programma (la Pesco) che Parigi aveva criticato per l’adesione troppo ampia che avrebbe potuto inibirne l’efficacia. Non è un segreto che abbia promosso la European Intervention Initiative (Ei2), estranea al contesto Ue e Nato, proprio per l’insoddisfazione generata da una Pesco considerata troppo inclusiva.

IL CONTRATTO PER AIRBUS

Un altro segnale da non sottovalutare è arrivato martedì. L’Agenzia europea di Difesa (Eda), dove da poco si è insediato il nuovo chief executive, il ceco Jiří Šedivý, ha assegnato al colosso franco-tedesco Airbus il nuovo contratto quadro per le comunicazioni via satellite per le missioni militari e civili dell’Ue e dei suoi Stati membri. Oltre a un valore stimato in decine di milioni di euro per quattro anni, spicca la strategicità della realizzazione di un’infrastruttura che sarà essenziale per le future missioni comuni. In più, arriva dall’Eda, l’agenzia che dovrebbe avere un accresciuto ruolo nei futuri meccanismi della Difesa comune, tra la definizione dei bandi e dei requisiti operativi per i progetti comuni. L’agenzia poggia su quattro direzioni: quella relativa a Industria e sinergie (Ise) è guidata da uno spagnolo; un francese è alla testa di quella su Ricerca, tecnologia e innovazione (Rti), e un tedesco dirige quella per Capacità, armamenti e pianificazioni (Cap). All’Italia spetta la direzione Director Corporate Services, relativa alla gestione interna dell’agenzia.

LE MOSSE DI BERLINO

Rispetto alle ambizioni francesi, non sono da meno quello tedesche. Lunedì scorso, in occasione dell’anniversario dell’adesione della Germania alla Nato, la ministra della Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer ha affidato al Financial Times un lungo editoriale. Vi si legge l’intenzione di Berlino di un maggiore posizionamento nei contesti euro-atlantici, superando le strigliate degli Stati Uniti sul nodo del budget (il fatidico 2%) e adottando un atteggiamento proattivo sul ragionamento relativo al futuro della Nato (spingendo il concetto della “resilienza”). Non sembra un caso che alla presidenza del gruppo di esperti che supporteranno il segretario generale Jens Stoltenberg nella riflessione strategica sull’Alleanza ci sia (insieme all’americano Wess Mitchell) il tedesco Thomas de Maizière, politico della Cdu al vertice dell’Interno per due volte con Angel Merkel e ministro della Difesa prima dei sei anni di Ursula von der Leyen.

IL SETTORE NAVALE

Al momento, la Grosse Koalition guidata dalla cancelliera è attraversata dalle polemiche interne innescate dai socialdemocratici dell’Spd sulla partecipazione al meccanismo nucleare della Nato, nonché sul nodo della sostituzione dei Tornado (che chiama in causa i rapporti con i francesi). Eppure, il governo non smette di rassicurare gli alleati, a conferma della ricerca di un ruolo più forte sui temi della Difesa internazionale. Lo dimostrano anche le ultime notizie nel campo dell’industria navale militare. L’ipotesi di una collaborazione tra Fincantieri e Thyssenkrupp si inserisce in Germania in un più ampio discorso sul consolidamento della cantieristica. Se si allarga lo sguardo, ciò coinvolge l’intero contesto europeo. È recente l’adesione della Spagna al progetto Pesco per l’European patrol corvette (Epc), guidato dall’Italia e partecipato dalla Francia. È nel mirino di Naviris, la joint venture tra Fincantieri e Naval Group.

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