Parte oggi dalla Florida lo spazioplano militare X37-B, a bordo di un razzo Atlas per conto della neo-costituita Us Space Force. Il misterioso drone spaziale tornerà per la sesta volta in orbita per una missione segreta in cui sperimenterà futuristiche tecnologie militari. L'opinione dell'ingegnere ed esperto aerospaziale

Negli ultimi anni, nessun veicolo spaziale ha generato più congetture del segretissimo X37-B dell’aeronautica statunitense, un mini Space Shuttle automatico senza equipaggio, progettato e costruito dal mitico team Phantom Works della Boeing. Si tratta di un vero e proprio drone spaziale dotato di un’apertura alare di cinque metri e una capiente stiva per alloggiare strumentazione segreta dell’Air Force da dispiegare nello Spazio.

A differenza dello Space Shuttle degli anni 80, ha dimensioni ridotte (è lungo solo nove metri) e può essere lanciato nell’ogiva di un normale razzo – ha già volato a bordo dell’Atlas della Lockheed Martin e del Falcon 9 della SpaceX – e rientra autonomamente dallo Spazio atterrando sulla stessa pista del Kennedy Space Center dove tornava al suolo anche la navetta della Nasa.

L’Air Force dispone di quattro X37-B e uno di essi nel 2017 stabilì il record di permanenza nello Spazio di 718 giorni, alimentando le ipotesi più disparate su cosa facesse in orbita. Forse, venne usato per operazioni di intelligence sul Medio Oriente e sull’Afghanistan, Paesi che sorvolò di frequente data la bassa inclinazione della sua orbita, oppure per rilasciare dei microsatelliti da sorveglianza.

Potrebbe persino essersi avvicinato alla Stazione spaziale cinese Tiangong – disintegratasi poi nell’atmosfera nel 2018 – la cui traiettoria fu spesso incrociata dal drone americano. Pechino ha accusato più volte l’America di aver sviluppato l’X-37B per provocare atti ostili in orbita e persino per trasportare armi nucleari nello Spazio.

Non si deve sottovalutare il ruolo strategico che questo drone del Pentagono avrà nella futura architettura militare della Us Space Force. Secondo alcuni osservatori, l’X37-B sarebbe invece solo uno strumento di pressione tecnopolitica per spingere le nazioni rivali a spendere enormi risorse nel realizzare adeguate contromisure. Un po’ come avvenne negli anni 80 quando i sovietici, per contrastare lo Space Shuttle, costruirono una loro navetta, il Buran, con gran dispendio di mezzi, per poi abbandonarla a causa di mancanza di fondi.

Nel 2011, le agenzie di stampa di Pechino diedero ampio risalto al volo del loro drone spaziale militare Shenlong (in mandarino “Dragone divino”) che raggiunse l’orbita terrestre dopo essere stato sganciato in alta quota da un bombardiere. In realtà l’X37-B, nonostante le scarse informazioni sulla sua natura, sembra essere un vero sistema d’arma la cui potenziale minaccia non causa preoccupazioni solo a Mosca o a Pechino ma anche in Europa.

Nel 2017 nel corso di un’audizione alla Commissione Difesa del Senato francese il generale dell’aeronautica Jean Pascal Breton, capo del Comando Spaziale Interforze, confermò perplessità e dubbi sulle operazioni orbitali del drone americano. Le domande dei politici francesi furono tutte centrate sulle reali capacità delle Forze armate di Parigi di seguire e osservare il piccolo Shuttle americano, sulle possibilità di tracciarne l’orbita che variava nel tempo e di conoscerne quindi il tipo di missione.

Un deputato concluse il suo intervento affermando testualmente: “Qual è la reale natura di questo veicolo spaziale? Nello spazio non abbiamo nemici, ma non abbiamo necessariamente molti amici”. Quest’ultima realistica e cruda considerazione deve far riflettere sul fatto che la strategia spaziale delle superpotenze esula dalle loro contingenti alleanze terrestri e che gli Stati Uniti, in particolare con la Space Force, si accingono a contrastare fattivamente le attività spaziali russe e cinesi con mezzi e tecnologie sempre a un livello superiore di quello dei loro avversari, dalle orbite basse intorno alla Terra fino allo Spazio più lontano e meno accessibile ai sistemi nemici.

E l’X37-B rappresenta uno dei sistemi di punta delle Forze Armate Spaziali. In questa missione il drone orbitale sarà dotato per la prima volta di un modulo di servizio supplementare che amplierà il vano di carico consentendo un maggior numero di esperimenti. L’Air Force ha ovviamente rilasciato pochi dettagli sulla tipologia di quest’ultimi citando solo i due civili, della Nasa, per studiare i risultati delle radiazioni su materiali e semi di piante e uno, militare, con cui verrà rilasciato in orbita il mini satellite FalconSat-8 con cinque payload progettati dalla Us Air Force Academy. Letta così, sembrerebbe un’innocua missione con esperimenti di biologia, scienza dei materiali e formazione accademica, ma naturalmente la parte più interessante, quella segreta, resta tale. O quasi.

Infatti il generale John “Jay” Raymond, capo delle operazioni della US Space Force, a proposito della missione ha dichiarato che “ogni lancio dell’X37-B rappresenta una pietra miliare e un progresso significativo in termini di come costruiamo, testiamo e implementiamo le capacità spaziali in modo rapido e reattivo. In questa missione l’X-37B ospiterà più esperimenti di qualsiasi missione precedente e spingerà ai limiti le possibilità per i sistemi spaziali riutilizzabili”.

E infatti, leggendo il comunicato stampa dell’Air Force, si leggono due righe che al di là della studiata nonchalance con cui sembrano scritte potrebbero essere un voluto squarcio nell’oscurità del segreto militare: l’X37-B trasporterà un esperimento del Naval Reserach Laboratory per trasformare l’energia solare nello Spazio in onde radio a microonde che potrebbero quindi essere trasmesse direttamente a Terra. Due righe che però rappresentano un indizio di una tecnologia dirompente che il Pentagono si appresta a provare nello Spazio.

Da anni si studiano i sistemi denominati Sbsp – Space Based Solar Power – di raccolta e accumulazione di energia nello Spazio per convertire il flusso solare in potenza elettromagnetica e trasmetterla, via laser o microonde, verso stazioni riceventi fisse sulla Terra, presso cui effettuare la conversione in elettricità da immettere nella rete di distribuzione. Nel 2012, l’aviazione statunitense pubblicò il rapporto “Energy Horizons: The Us Air Force Science & Technology Vision” in cui le stazioni Sbsp erano considerate come una delle più promettenti fonti energetiche per i sistemi militari. Oggi a bordo dell’X37-B, grazie al modulo di servizio aggiuntivo collegato a esso, potrebbe trovare posto un sistema SBSP di ridotte dimensioni con cui gestire a opportuna distanza dalla navetta il calore generato dal sistema di accumulazione energetica e il modulo di conversione elettromagnetica a microonde.

In questo modo, l’X37-B potrebbe inviare energia su limitate aree geografiche terrestri per alimentare, ad esempio, droni in volo o plotoni in combattimento, oppure per fornire energia a micro satelliti impegnati in missioni di contrasto a satelliti avversari su altre orbite. Ma c’è anche un altro potenziale utilizzo. Se la potenza di trasmissione fosse sufficientemente elevata un SBSP potrebbe inviare fasci di microonde a grande potenza direttamente sui satelliti avversari per disabilitarli inducendo in essi, senza distruggerli fisicamente, delle correnti parassite tali da bruciare le circuitazioni elettriche.

A grandi linee, è il principio di funzionamento del laser, la classica arma dei film di fantascienza che oggi nel gergo militare è asetticamente chiamata DEW Direct Energy Weapon. Sembra davvero che l’X37-B stia trasformando la science-fiction in realtà, e molto più rapidamente di quanto possiamo immaginare.

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