Sarebbe interessante sapere quale livello di accesso abbiano avuto i team russi ai big data custoditi nei nostri ospedali, aziende sanitarie ed Rsa. A pensar male si fa peccato ma...L'analisi di Gabriele Natalizia, docente di International relations alla Sapienza e coordinatore di Geopolitica.info

Ogni crisi degna di questo nome porta con sé effetti disastrosi ma anche opportunità. E questo non vale solo per gli speculatori finanziari ma – parafrasando l’immagine di una nota serie tv – anche per chi sa essere più spregiudicato nel “gioco dei troni”. La Russia ha spesso dimostrato di esserlo, come prova la sua capacità di ottenere vantaggi dalle più significative crisi internazionali dell’ultimo decennio, da quella siriana a quella libica, passando per quella ucraina.

L’emergenza coronavirus non sembra fare eccezione. L’operazione di invio di aiuti all’estero organizzata dal Cremlino è stata goliardicamente battezzata From Russia with Love, in onore di una delle più riuscite pellicole della saga di 007. La missione in Italia, tuttavia, ha previsto anche l’invio da un contingente militare guidato dal generale Sergey Kikot, alla testa di 104 tra operatori sanitari, bonificatori e altro personale di assistenza. L’evento ha acceso nel nostro Paese un dibattito sulle conseguenze (utili o inutili?), i costi (donazioni o vendite?) e le ragioni (umanitarie o strategiche?) degli aiuti esterni, culminato nel botta e risposta tra il quotidiano La Stampa e l’Ambasciatore della Federazione Russa.

I commentatori hanno denunciato più o meno esplicitamente un doppio ordine di obiettivi che avrebbe ispirato la missione russa. Quello più citato è legato alla dimensione del soft power. Il Cremlino avrebbe prestato soccorso all’Italia per alimentare la sua immagine di Paese “amico” e, quindi, creare un movimento di opinione favorevole all’impegno del nostro governo a rivedere la questione delle sanzioni alla prima occasione utile, oppure la sua partecipazione alla Enhanced Forward Presence dell’Alleanza Atlantica in Lettonia.

Il secondo obiettivo, meno citato ma sempre strisciante in tutti i ragionamenti, è quello legato alla componente di hard power, ovvero alle informazioni militari che il contingente russo avrebbe potuto carpire muovendosi in Italia. Si tratta di criticità che, tuttavia, sembrano ancora legate a un paradigma strategico da Guerra Fredda, fondato su una propaganda volta a rovesciare gli allineamenti consolidati e la ricerca di una superiorità militare in vista di un confronto apocalittico e decisivo.

Il primo ragionamento non tiene conto del fatto che, sia nel presente che nel passato (1935-1941; 1979-1985), nei momenti critici per l’ordine internazionale l’Italia si è sempre schierata contro la Russia. Non sarà il soccorso prestato in questa fase a farla retrocedere da impegni contratti all’interno di alleanze altamente istituzionalizzate come la Nato e l’Ue. È verosimile, invece, che Mosca punti a guadagnarsi un credito con Roma in quelle aree di frizione in cui prevalgono i rapporti bilaterali, come l’equilibrio nei Balcani, la crisi in Libia e il mercato energetico.

Il secondo ragionamento, quello relativo alle preoccupazioni destate dalla missione di assistenza, sembra altrettanto infondato. In uno dei Paesi storicamente più infiltrati dai suoi servizi segreti, la Russia non aveva bisogno di inviare personale medico-militare per saperne qualcosa di più sulle basi Nato presenti sul suo territorio. Lo stesso atterraggio del contingente russo all’aeroporto di Pratica di Mare (vicino Roma), anziché a Orio al Serio (vicino Bergamo), va letto alla luce della volontà di scattare delle photo-opportunity e non quella di appropriarsi di chissà quale segreto facendo viaggiare una colonna di convogli in autostrada per 600 chilometri.

Al di là del credito che la Russia potrebbe vantare nei nostri confronti (ma sembra che i nostri politici si sentano sempre in debito con l’estero per qualche ragione) e del fatto che le ultime truppe russe ad aver calcato il territorio italiano erano state quelle del generale Aleksandr Suvorov nel 1799 (quasi nessuno ha rilevato che questo fatto costituisce un colpo al prestigio del nostro Paese), la missione russa in Italia appare ispirata a un salto di paradigma che il Cremlino ha probabilmente compiuto e Palazzo Chigi altrettanto probabilmente no. E i due principali obiettivi che ne discendono sembrano diversi da quelli precedentemente discussi.

Il primo riguarda le future evoluzioni della competizione tra gli Stati sullo scacchiere internazionale. Fondati o meno che siano i sospetti dell’amministrazione Trump sui traffici avvenuti nel laboratorio di Wuhan, la crisi innescata dal Covid-19 ha dimostrato che l’arma batteriologica può rappresentare uno strumento efficace per infliggere perdite umane ed economiche, oltre che per piegare il morale della popolazione dei Paesi nemici, in un tempo in cui la guerra convenzionale tra grandi potenze sembra essere solo un caso di scuola.

Occorre ricordare, infatti, che i documenti strategici americani parlano della necessità di sviluppare una capacità di risposta alle pandemie e agli attacchi alla salute pubblica sin dalla National Security Strategy del 2006. Dalla prospettiva russa, l’Italia potrebbe avere rappresentato un laboratorio a cielo aperto dove addestrare e testare le capacità dei reparti dell’esercito russo specializzati nei settori della difesa chimica, radiologica e biologica.

Il secondo obiettivo, da leggere sia alla luce della progressiva avanzata del virus in Russia che delle crescenti frizioni che avevano recentemente connotato i rapporti con l’Italia, riguarda quelle informazioni strategiche che era rilevante raccogliere sul nostro territorio.

Si fa naturalmente riferimento a quelle relative al Coronavirus – dagli studi in corso nel nostro Paese (ricordiamolo, ancora all’avanguardia in campo medico), alla casistica dei pazienti italiani, passando per le procedure e i protocolli attivati – in vista della produzione di un vaccino russo.

Ma anche, più in generale, a quelle custodite dal nostro sistema sanitario nazionale. In altre parole, From Russia with Love potrebbe essere nella migliore delle ipotesi una grande operazione di data mining. Dunque, non è tanto interessante sapere quanto vicino alle basi Nato i russi abbiano operato, visto anche che queste strutture, sapendo di essere degli obiettivi sensibili, posseggono sistemi di sicurezza avanzati.

Al contrario, sarebbe interessante sapere quale livello di accesso abbiano avuto i team russi – così come gli altri team stranieri – ai big data custoditi nei nostri ospedali, aziende sanitarie ed Rsa che, si rammenti, sono strutture non pensate per doversi difendere da qualcuno o da qualcosa.

Si tratta ovviamente di ipotesi fondate su due presupposti. Da un lato, che la Federazione Russa – a differenza della maggior parte degli altri Stati – è un Paese capace di compiere salti di paradigma nella dimensione strategica. Dall’altro, la convinzione realista che nella dimensione internazionale nessuno faccia niente in cambio di nulla o, meglio, faccia qualcosa in nome della solidarietà. Come recita un celeberrimo detto del rimpianto Giulio Andreotti, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

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