Secondo Vito Filippo (IV) occorre programmare la collaborazione tra pubblico e privato, non renderla competitiva. Si giochi la carta del Mes. Per Zaffini (FdI) serve un tagliando alla sanità italiana per garantirne il futuro

Covid-19 e Servizio sanitario nazionale, un binomio di cui nelle settimane della pandemia si è scritto e parlato in termini solo emergenziali e che invece, complice il passaggio dalla Fase 2 alla Fase-3, può essere foriero di spunti programmatici e di una stagione costituente.

Si può immaginare una struttura diversa dall’attuale che, partendo da pochi punti da riformare (bene e in fretta) possa rimodulare il Ssn senza smarrire la centralità dell’ammalato? Sul Foglio Silvio Garattini, presidente dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, ha avanzato l’ipotesi del modello-Fondazione. Ecco le opinioni dei parlamentari Vito De Filippo e Francesco Zaffini, rispettivamente responsabili sanità di Italia Viva e Fratelli d’Italia.

DE FILIPPO

Come cogliere l’opportunità della pandemia per riformare il Servizio sanitario nazionale, tra divieti e regole spesso in contrasto fra di loro? Secondo l’ex governatore della Basilicata, già sottosegretario alla salute nel governo Renzi e dell’istruzione nel governo Gentiloni, “ci rendiamo conto, oggi più di ieri, che investire nel Ssn significa investire in sicurezza per i cittadini ma anche in sviluppo futuro, dal momento che un sistema sanitario che funziona in prevenzione e diagnosi produce effetti positivi su tutto il concetto di Paese”.

E osserva che, come notato nella fase acuta della pandemia, le scelte del sistema nazionale e regionale non sono innocue: quando in passato si discuteva del rapporto tra territorio e rete ospedaliera investendo in alta specialità sembrava fosse un dibattito solo fra tecnici, mentre invece secondo De Filippo il Covid ci ha detto che si tratta del futuro di tutti. Se quel lavoro fosse stato fatto “in maniera uniforme in tutto il paese, oggi avremmo avuto una capacità di reazione maggiore, come dimostra la differenza tra Veneto e Lombardia”. I decessi nelle Rsa sono “l’indicatore più drammatico delle scarsità di servizi di tipo territoriale e di un più efficace rapporto tra comunità e rete ospedaliere”.

MODELLO FONDAZIONE?

L’ipotesi del modello-Fondazione è un’opzione su cui lavorare? “Al di là del modello proposto con grande esperienza e qualità da una figura come Garattini, il problema vero – precisa il deputato renziano – è quello di programmare la collaborazione tra pubblico e privato, non renderla competitiva. Penso alla strutturazione di una iniziativa sanitaria che non sia tarata solo sulla quantità dei ricoveri”.

I sistemi puntati sulla competizione dell’erogazione di servizi e prestazioni possono fare grandi danni, aggiunge, per cui la centralità della persona citata da Garattini va preservata, senza un pregiudizio verso il privato. Ma occorre mettere gli erogatori pubblici e privati nelle condizioni di essere cooperativi con l’unica grande finalità di rispondere ai crescenti bisogni dei cittadini. “Per cui il modello-Fondazione può essere valutabile ma il concetto centrale sia quello che ogni sistema messo in campo abbia come fondamentale base ontologica il paziente”.

VETI E MES

L’Italia rischia di essere preda di veti ideologici? “Quando si declina con un manicheismo ideologico si commette sempre un errore. Le legislazione del nostro paese prevede un’azione di cooperazione tra pubblico e privato. Se quest’ultimo si eleva in termini di qualità, di per sé è esso stesso un soggetto pubblico. La positiva funziona che può avere il settore privato deve essere così, inquadrata. Il Mes in questo senso è un jolly che va utilizzato assolutamente in quattro settori: la riorganizzazione della rete ospedaliera, l’implementazione dei servizi al territorio, la digitalizzazione sanitaria e la ricerca. Non possiamo non spendere in ricerca perche è il primo pilastro della prevenzione”.

ZAFFINI

“Si faccia un tagliando alla sanità italiana per garantirne il futuro”, propone il senatore Zaffini, responsabile sanità di FdI secondo cui c’è un pezzo di Italia sorda a segnali inquietanti come i bilanci sanitari regionali in rosso, i frequenti commissariamenti, l’aspettativa di vita diversa tra nord e sud del Paese.

Osserva che al fine di cogliere l’opportunità della pandemia per riformare il Servizio sanitario nazionale, “a 41 anni dalla legge che istituì il Ssn occorre una riflessione, a maggior ragione dopo le lacune emerse con il Covid”. Ma all’interno di quel tagliando, precisa, deve esserci un ragionamento organico sul ruolo dei privati, sulle professioni medico-scientifiche, sulla copertura territoriale che è da rifondare, posto che al sud si vive 5 anni meno rispetto al nord.

Un sostegno decisivo dovrebbe venire dal mondo della giustizia, che incide significativamente circa le dinamiche interne? L’intreccio con la Legge Gelli, che ha rivoluzionato l’intero comparto sanitario, può essere occasione di una riequilibratura? “Nel riordino generale uno dei temi portanti sarà quello della responsabilità medica: non c’è dubbio che il Covid abbia messo allo scoperto alcune discrepanze, quindi va tenuto conto del peso specifico dell’emergenza”.

CONTRATTO SANITÀ PRIVATA

Nonostante i molti attestati di stima, però, i medici che operano nella sanità privata accreditata con il Servizio Sanitario Nazionale sono pagati al ribasso del 50% rispetto alla dirigenza pubblica. Anche questo è un fronte di cui occuparsi? “Nel momento in cui il privato chiede giustamente un complessivo ripensamento del suo ruolo, che non può essere residuale rispetto al pubblico, deve poter accedere a livelli standard – aggiunge il senatore di FdI – e in questo momento il mancato rinnovo contrattuale è un fattore che pesa. Le istituzioni possono interloquire su questo punto nel momento in cui decidono di ragionare con i soggetti privati, coltivandone i pregi e provando stemperarne i difetti”.

RISCHIO DEFAULT

Il nodo, precisa, verte anche una questione di sensibilità: “Spesso molti interlocutori sono sordi alle problematiche del Ssn, si viene tacciati di volerlo smantellare per il solo fatto di aver messo sul tavolo alcuni temi basilari”. Ovvero la cronicizzazione di alcune malattie, il conseguente maggiore carico del welfare, il fatto che il 70% dei cittadini hanno un servizio sanitario regionale commissariato, perché in difetto. “Tutti indicatori che segnalano l’esigenza di revisionare il sistema delle regole, sempre garantendo la sanità unversalistica, ma un pezzo di Italia è sorda a tali segnali. Faccio una previsione: stando così le cose il quadro potrebbe saltare entro i prossimi 4 anni”.

Come indirizzare le risorse che giungeranno nel comparto? “Questo fiume di denaro che potrebbe giungere alla sanità pubblica dopo l’adesione al light Mes, se non sarà ben gestito, progettato e indirizzato, temo andrà a finire solo sull’edilizia sanitaria con una triplicazione delle strutture, ma lasciando scoperti altri importanti versanti”.

twitter@FDepalo

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