Nato, Usa, Ue. Guerini spiega i pilastri della sicurezza italiana

Nato, Usa, Ue. Guerini spiega i pilastri della sicurezza italiana
In un'intervista a Formiche pubblicata sull'Atlantic Council e qui trascritta in italiano, il ministro della Difesa traccia un bilancio della gestione della pandemia e dei suoi risvolti geopolitici. Gli aiuti da Cina e Russia non cambiano i fondamentali della politica estera italiana. F-35? Il programma va avanti

Roma chiama Washington. Con un’intervista a Formiche e pubblicata sull’Atlantic Council di Washington Dc, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha raccontato come il governo italiano ha gestito la crisi della pandemia da Covid-19. Un’emergenza che ha coinvolto in prima linea il suo ministero e tutte le Forze Armate, e che non è stata esente da alcuni importanti risvolti geopolitici. Su questo fronte, Guerini invia un messaggio chiaro all’alleato Usa, e alla Nato. “Il Covid-19 non cambierà la posizione euro-atlantica dell’Italia”.

La diplomazia degli aiuti internazionali da parte di Paesi come Russia e Cina ha avuto particolare successo in Italia. Il Paese sta cambiando collocazione internazionale?

Sono molti i Paesi che hanno dimostrato solidarietà all’Italia in una situazione di emergenza straordinaria. Dialoghiamo con tutti, ma i pilastri della nostra sicurezza sono Nato e Unione Europea. E questi rimangono. Nella fase dell’emergenza sanitaria, la comunità internazionale ha aiutato l’Italia. Lo hanno fatto l’Europa, gli Stati Uniti e altri Paesi tra cui Cina e Russia. Questa circostanza, però, non modifica minimamente il nostro tradizionale quadro di riferimento internazionale. Siamo grati a tutti per gli aiuti, ma non c’entrano con i pilastri della nostra collocazione euro-atlantica, che non cambiano.

Un sondaggio di Swg dimostra che nell’ultimo anno gli Stati Uniti sono finiti al terzo posto nel gradimento dell’opinione pubblica italiana, preceduti da Cina e Russia. Secondo lei si tratta di un sentimento passeggero o siamo in presenza di uno stabile cambio di percezione da parte degli italiani?

Non conosco i dettagli del sondaggio Swg ma è ovvio che i rilevamenti statistici in una situazione di crisi come quella legata all’attuale pandemia possono temporaneamente influenzare nell’opinione pubblica la percezione degli scenari politici a livello globale. La realtà è che i nostri Paesi sono uniti dall’appartenenza a una stessa comunità: quella delle democrazie fondata sulle scelte di libertà. Il rapporto con gli Stati Uniti, basato sulla storia, sulla comunanza di valori, di cultura, di legami umani, rappresenta per l’Italia un asse fondamentale e un valore irrinunciabile. E gli aiuti da 100 milioni di dollari promessi in conferenza stampa il 30 marzo dal Presidente Usa Donald Trump, ai quali si aggiungono i 25 milioni di dollari già donati dal settore privato americano, rappresentano un dato oggettivo e significativo che non ha eguali e che rafforza ulteriormente un’amicizia profonda, cementata dalla relazione transatlantica.

Altro conto è la collaborazione e scambio commerciale che l’Italia ha con altri Paesi in un mondo globalizzato, un aspetto che non va assolutamente confuso e che va messo in relazione anche con la campagna di propaganda sugli aiuti. La nostra comunità, con i suoi valori democratici e liberali, manterrà in ogni caso il suo tradizionale posizionamento, europeo e transatlantico.

Il Movimento 5 Stelle ha chiesto di spendere meno in Difesa e ha proposto una moratoria di un anno per il programma F35. Considera a rischio gli investimenti del suo ministero?

L’ammodernamento delle Forze Armate è garanzia, anzitutto, della sicurezza del Paese. Il vantaggio tecnologico è una quota della nostra sovranità nazionale.

La pandemia che stiamo affrontando dimostra che l’impensabile può accadere. In corrispondenza di recessioni o di crisi economiche si determina spesso una significativa caduta degli investimenti nella Difesa. Di fronte alla necessità di riduzione del deficit e del riassestamento dei conti pubblici, c’è infatti sempre il rischio che la Difesa non venga percepita come una priorità. È quindi necessario che l’opinione pubblica sia consapevole che i tagli ai bilanci della Difesa colpiscono principalmente gli investimenti in ricerca e sviluppo.

Non solo, si impoveriscono le capacità industriali in un settore ad altissima tecnologia con produzioni a duplice uso, civile e militare, che presenta elevati ritorni economici per il Paese, senza contare la perdita di lavoro altamente qualificato. Per questo motivo è necessario allargare il dibattito sulla Difesa all’intero Paese, facendo capire ai nostri cittadini che nell’industria di settore c’è un pezzo della competitività dell’Italia e che il mantenimento dei programmi di approvvigionamento garantisce la capacità di difesa del Paese e del sistema delle alleanze di cui facciamo parte. E sotto questo profilo, il Programma JSF, partito 20 anni fa, rende disponibile alle nostre Forze armate un velivolo di 5^ generazione – il massimo oggi disponibile – e il cui prosieguo, è stato da me confermato nei mesi scorsi.

Ma mi preme soprattutto evidenziare che le risorse destinate alla Difesa rappresentano una straordinaria leva economica per il Sistema-Paese, oltre che un indispensabile investimento per garantire la nostra sicurezza. In questa fase, occorre perciò valorizzare pienamente l’intero potenziale esprimibile dall’Industria nazionale della Difesa, un comparto, ricco sicuramente di una ampia e diversificata presenza di Piccole e Medie Imprese, ma che è caratterizzato anche dalla presenza di due top player di riferimento, con una prospettiva internazionale rilevante, come dimostrato dal recente successo di Fincantieri negli Usa, che segue altre importanti performance di Leonardo sullo stesso mercato. Il tasso di innovazione più elevato di qualunque altro settore ed un impatto sulle esportazioni, che da stime recenti è pari al 70% dell’intera produzione, sono altri elementi a rafforzare la validità dell’investimento nel settore della Difesa quale strumento di crescita e rilancio del Paese.

Lei è stato accolto molto positivamente al Pentagono pochi mesi fa e, anche dopo la morte di Soleimani, ha avuto diversi colloqui telefonici con il Segretario Esper. Su quali priorità pensa si possa rafforzare  la cooperazione fra Italia e Stati Uniti?

Italia e Stati Uniti hanno da sempre solide e storiche relazioni, sia sul piano delle cooperazione militare sia sul piano della reciproca solidarietà, come ha dimostrato la pandemia da Covid-19. Ho avuto modo di esprimere personalmente al Segretario Mark Esper il ringraziamento del Governo e dell’Italia per gli aiuti ricevuti dagli Stati Uniti.

Una manifestazione di fratellanza che testimonia ancora una volta l’estrema solidità delle storiche relazioni transatlantiche tra i nostri Paesi che stanno affrontando una dura crisi sanitaria. Quali partner e membri della stessa Alleanza, condividiamo gli stessi valori di civiltà. Il nostro comune obiettivo è di ricercare soluzioni per garantire la difesa e la sicurezza dei nostri popoli, nell’ambito delle organizzazioni internazionali di cui facciamo parte, allo scopo di mantenere le migliori condizioni per lo sviluppo economico, il lavoro, la salute e, in definitiva, per assicurare il nostro modo di vivere.

Quando ho incontrato il collega Mark Esper a Washington e ogni volta che ci siamo sentiti telefonicamente è emersa questa comunità di intenti e la volontà di reciproco supporto. Si tratta di agire non solo contro le minacce classiche, come il terrorismo, contro cui da anni cooperiamo con gli USA, anche con iniziative di coalizione, ma di intervenire in altri settori come quello energetico, delle informazioni, sanitario, finanziario, delle infrastrutture. Le nostre società sono complesse e interdipendenti a livello regionale e internazionale. Per affrontare le sfide che ci attendono, la cooperazione bilaterale tra i nostri Paesi e la comune appartenenza alla NATO sono e resteranno centrali.

Dalla Libia al Shahel, l’Africa settentrionale vede l’Italia impegnata in più teatri. Cosa cambierà con la crisi globale del Covid-19 e in particolare come pensa potranno modificarsi le missioni internazionali di Italia e Nato?

Il nostro Paese da più di due decenni si colloca tra i primi fornitori di sicurezza nelle aree di crisi dove sono in gioco i nostri prioritari interessi nazionali, ma che riguardano anche la sicurezza dell’Europa e della nostra Alleanza. Mi riferisco al “Mediterraneo allargato” che rappresenta il fronte sud dell’Europa e che comprende la regione mediorientale e nordafricana.

Siamo presenti in Afghanistan, dove assicuriamo la guida del settore ovest e abbiamo contribuito ad offrire al popolo afghano l’opportunità di avviare un processo di pace per la stabilizzazione del Paese. In Iraq siamo il secondo contributore e anche in quel teatro la qualità del lavoro svolto ci è ampiamente riconosciuta, anzitutto dagli iracheni. Libano e Kosovo, poi, sono aree nelle quali la nostra storica presenza e il nostro ruolo di comando nelle missioni durano da anni. In Libano, che vive un momento di grande travaglio interno, le Forze armate libanesi stanno dimostrando di essere un importante tessuto connettivo in buona parte grazie al lavoro di addestramento effettuato della missione Unifil, di cui l’Italia detiene il comando ed è il secondo contributore, ma anche alla missione italiana bilaterale di supporto (Mibil). Relativamente all’area del Sahel e dell’Africa subsahariana in genere, ritengo che la stabilità di questa regione sia essenziale per l’Italia nell’ottica di un’efficace azione di prevenzione dei flussi migratori – che la attraversano o che da lì si originano – e di contrasto al terrorismo internazionale. La nostra attuale strategia verso il Sahel si inquadra in un’ottica multidimensionale che racchiude azioni diverse e complementari, sia di natura bilaterale (come già stiamo facendo in Niger) sia all’interno di strumenti multilaterali, quali ad esempio l’iniziativa del G5 Sahel, che comprende Niger, Ciad, Mali, Mauritania e Burkina Faso, che noi supportiamo.

In questo complesso scenario, la Nato resta la pietra angolare della nostra architettura di difesa e sicurezza. Voglio ancora evidenziare che l’Italia è il secondo contributore in termini di personale delle missioni dell’Alleanza e che mettiamo a disposizione capacità di altissimo contenuto. Credo fermamente che la Nato debba poter confidare su una prospettiva di sempre maggiore complementarietà con l’Europa. L’Europa, a sua volta, consapevole delle sue capacità e responsabilità, deve essere in grado di garantirsi una “autonomia strategica” operativa che possa contribuire alla costruzione di una Unione finalmente politica, indispensabile per poter competere sulla scena mondiale. Oggi Nato e Unione Europea rappresentano due facce della stessa medaglia, entrambi strumenti complementari e fondamentali di deterrenza, dissuasione e sicurezza del nostro continente. L’Italia è tra i Paesi che sostengono con forza questa visione, e lavora in tutti i consessi per definire ambizione, priorità e obiettivi di una strategia comune europea nelle varie aree di crisi.

E questo vale ad esempio per la Libia, dove l’Ue ha recentemente lanciato la missione Irini per il controllo dell’embargo sulle armi imposto dall’Onu, il cui comando è stato affidato all’Italia. Un segno tangibile che l’Europa possiede coesione di intenti politici che si traducono in decisioni strategiche di vitale importanza. Per la Libia devono essere portati avanti i risultati della conferenza di Berlino sostenendone gli obiettivi politici, all’interno di scelte che dovranno essere fatte a livello di organizzazioni internazionali, ed in particolar modo dell’Onu. Assistiamo, infatti, a massicce interferenze esterne da entrambi i lati, in particolare in termini di afflusso di armamenti sofisticati e di mercenari, così come prosegue l’escalation militare sul terreno, determinando un coinvolgimento sempre più diretto degli attori internazionali nel conflitto. Non c’è tuttavia una soluzione militare, così come non c’è una soluzione politica che prescinda da un supporto militare, teso al rispetto del cessate il fuoco e all’applicazione dell’embargo di armi in Libia. Con il Segretario Esper abbiamo condiviso questa posizione, così come abbiamo concordato che insieme dobbiamo sostenere uno sforzo di pacificazione dentro un contesto più ampio, di attenzione all’intero continente Africano.

Per quanto riguarda l’impatto dell’emergenza Covid-19 sulle operazioni correnti ora l’attenzione va indubbiamente posta sulla ripresa tempestiva delle attività operative non appena le condizioni lo consentiranno, dal momento che l’attuale scenario di sicurezza internazionale presenta la minaccia di pericolosi aggravamenti. Vi è il rischio concreto di fenomeni risorgenti di instabilità quali il terrorismo, il traffico di esseri umani, il crimine organizzato che incideranno direttamente sui nostri interessi di sicurezza. Riferendosi al Covid-19, recentemente il Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg ha dichiarato che la “nostra famiglia transatlantica non ha mai visto un avversario come questo prima, ma sono convinto che vinceremo insieme, uniti e con determinazione e solidarietà reciproca”. Condivido pienamente questa posizione.

Le Forze armate italiane sono state in prima fila nella risposta all’emergenza sanitaria. Che bilancio traccia?

Sono fiero e orgoglioso del contributo che la Difesa italiana ha fornito e continua a fornire al Paese in un momento forse tra i più difficili e dolorosi, tra quelli che l’Italia si è trovata ad affrontare negli ultimi 75 anni. Lo Strumento militare si è dimostrato agile, flessibile e pronto a fronteggiare una situazione straordinaria, con uno sforzo a 360 gradi. Capacità diversificate e risorse ingenti sono state messe a disposizione nell’ambito di un’ampia operazione di supporto alle strutture sanitarie e alla macchina dei soccorsi attivata dallo Stato.

La Difesa ha garantito la disponibilità di strutture militari distribuite su tutto il territorio nazionale per la sorveglianza sanitaria dei cittadini contagiati, instaurato un’efficace collaborazione con la sanità civile, fornito un robusto sostegno logistico per l’attivazione di ospedali da campo,  effettuato trasporti terrestri di materiali e trasferimenti aerei in bio-contenimento dei pazienti, garantito il controllo del territorio per vigilare sulla incolumità della popolazione. In tempi ristrettissimi, abbiamo poi realizzato presso il Policlinico Militare del Celio a Roma, un Covid-hospital che costituirà un centro di riferimento per l’emergenza sanitaria, nel quadro di una rete nazionale di strutture dedicate al contrasto della malattia.

E’ stato impiegato anche il personale tecnico civile della Difesa a sostegno dell’industria nazionale e sono state riconvertite alcune realtà produttive per fornire al Paese i presidi e i dispositivi necessari a combattere la pandemia come, ad esempio i ventilatori polmonari e le mascherine.

Il bilancio operativo è sicuramente positivo e continueremo a dare il nostro contribuito al Paese con le capacità specialistiche e organizzative della Difesa. Vorrei pertanto cogliere anche questa occasione per rivolgere il mio ringraziamento alle donne e agli uomini delle Forze Armate, dell’Arma dei Carabinieri e del personale civile della Difesa, a cui sono vicino per la straordinaria prova che stanno affrontando. Il mio pensiero va poi a coloro che in questo momento di grande difficoltà sono impegnati in operazioni fuori dai confini nazionali, lontani dalle proprie case, e a quanti hanno affrontato la battaglia contro il Coronavirus e, purtroppo, non sono riusciti a vincerla.

ultima modifica: 2020-05-29T14:20:03+00:00 da Francesco Bechis

 

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: