Rifugiati e Covid-19. Il Rapporto 2020 del Centro Astalli non dimentica la Siria

Rifugiati e Covid-19. Il Rapporto 2020 del Centro Astalli non dimentica la Siria
Padre Camillo Ripamonti ha presentato oggi il Rapporto 2020 del Centro Astalli sui migranti. Il presidente della sezione italiana del Servizio dei Gesuiti ai rifugiati ha sottolineato la solitudine di chi non ce l'ha fatta a sopravvivere alla pandemia. Ma ha messo l'accento anche sui migranti e sui rifugiati grazie anche al video messaggio del cardinale Mario Zenari, Nunzio Apostolico in Siria

La presentazione del rapporto annuale del Centro Astalli, la sezione italiana del Servizio dei Gesuiti ai rifugiati, poteva finire con lo slegarsi, disconnessa da quel che viviamo da settimane e mesi e che oggettivamente è la nostra emergenza. Poteva allora ridursi ad una valutazione dei recenti provvedimenti governativi in favore di braccianti, colf e badanti, i cosiddetti “diritti stagionali” trattandosi di provvedimenti che coprono un arco breve di tempo. Ma il presidente del Centro Astalli, padre Camillo Ripamonti, presentando i suoi ospiti che lo hanno accompagnato in questa presentazione virtuale, sul canale YouTube del Centro Astalli, ha trovato le poche parole necessarie a riconnettere questo tempo di pandemia e la questione migratoria. Infatti padre Ripamonti ha detto che tante vittime di questa pandemia sono morte come i migranti che non ce l’hanno fatta; sono morti da soli. Questa solitudine nella morte degli uni e degli altri ha reso comprensibile e chiaro il nesso culturale tra questi fenomeni gravissimi e che vanno governati nella consapevolezza che papa Francesco ha indicato più volte e che padre Ripamonti ha ricordato più volte, e cioè che siamo tutti nella stessa barca. La crisi innescata in Africa dalla fine delle rimesse dei migranti, che costituiscono più del 15% del Pil continentale, dimostra la non separabilità di effetti e cause.

Padre Ripamonti ha ritenuto di ringraziare il governo per il parziale e provvisorio passo avanti fatto registrare con la recente sanatoria, auspicando però che la sua insufficienza apra le porte a una nuova cultura, quella della vicendevole necessità di integrazione. L’altra strada è qualcosa che porterebbe a una dis/integrazione.

La modalità virtuale della presentazione ha reso possibile la presenza, in video messaggio, di un ospite che forse una modalità diversa avrebbe fatto trascurare, e reso meno efficace. Forse la virtualità degli eventi può risultare anche sistema di accorciamento delle distanze e accavallamento delle riflessioni al punto di inizio e al punto di fine di una storia, o di tante storie, di certo è risultata molto efficace la presenza in video messaggio del Nunzio Apostolico in Siria, cardinale Mario Zenari. I rifugiati, si è ricordato durante l’incontro, sono circa ottanta milioni, e tra di loro gli sfollati, o rifugiati interni, sono tantissimi. Proprio a loro è stato dedicato il messaggio di papa Francesco per la giornata mondiale del migrante, celebrata pochi giorni fa.

Questa emergenza nell’emergenza anche davanti a quella del coronavirus che la rende ancor più grave è risuonata nelle parole del cardinale Zenari, Nunzio in un Paese dove il 50% della popolazione o è fuggito per chiedere asilo o è rimasto da sfollato interno. Questo dato nelle parole del diplomatico si è trasformato nel racconto di una contemporanea Via Dolorosa di migliaia di chilometri, quelli percorsi dentro la Siria dagli sfollati, in gran parte fuggiti verso il nord, nella provincia di Idlib, dove vengono bloccati dalla Turchia e inseguiti dagli obici di Assad, o dei fuggiaschi che hanno cercato, spesso senza trovarlo, asilo all’estero. Questa Via Dolorosa spiega un’altra metafora usata dal cardinale Zenari, quella del grande Calvario, che se il virus dovesse trasformarsi in epidemia a Idlib, la località del nord della Siria dove si trovano accatastati in campi spesso non ufficiali 2 dei tre milioni di siriani che vivono lì sovente da sfollati, tra corpi emaciati e farmaci quasi inesistenti chissà cosa diventerebbe.

Quindi un altro collegamento ha portato i connessi in contatto con Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. Da giovane, ha ricordato, Grandi è stato volontario del Jesuigt Refugee Service, nato allora per volontà del padre generale dei gesuiti Pedro Arrupe per dare soccorso ai famosi boat people, quei milioni di fuggiaschi che con imbarcazioni di fortuna riempirono i mari dell’Estremo Oriente fuggendo dal Vietnam. A quel tempo anche l’Italia, governo Andreotti, mandò sue navi laggiù per salvare quei disperati. Il suo breve racconto autobiografico ha aiutato a capire la distanza tra allora e oggi, tra il nostro passato e il nostro presente. Proprio questo ha consentito a Grandi di esporre senza il clima freddo che di solito accompagna le cifre le dimensioni di un problema globale che ogni anno sembra più grave.

Venendo al rapporto, i punti di maggiore rilievo sono tre: innanzitutto, vi si afferma, gli effetti dei decreti sicurezza si cominciano a percepire. Questo ci fa ricordare che sono tuttora in vigore. Nel rapporto si legge: “L’abolizione della protezione umanitaria, il complicarsi delle procedure per l’ottenimento di una residenza e dei diritti che ne derivano, e più in generale il moltiplicarsi di oneri burocratici a tutti i livelli, escludono un numero crescente di migranti forzati dai circuiti dell’accoglienza e dai servizi territoriali.

La richiesta di servizi di bassa soglia (mensa, docce, vestiario, ambulatorio) è alta in tutti i territori. Oltre 3.000 utenti hanno usufruito della mensa di Roma: tra loro ben il 35% è titolare di protezione internazionale. Sono persone che, uscite dall’accoglienza assistita, sono state costrette a rivolgersi nuovamente alla mensa in mancanza di alternative”.

Il secondo punto è la grave preoccupazione del Centro Astalli per i migranti che non arrivano: “Nel 2019 migliaia di migranti hanno vissuto confinati in una sorta di limbo. Dimenticati nelle carceri libiche, nei campi delle isole greche o persino sulle navi che li hanno soccorsi, lasciati in balìa delle onde per giorni mentre l’Italia e gli altri Stati dell’Unione europea ingaggiavano un vergognoso braccio di ferro su chi dovesse accogliere poche decine di persone.

Solo 11.471 migranti sono approdati in Italia (facendo registrare un calo di oltre il 50% rispetto al 2018 e del 90% in relazione al 2017).

Abbiamo più volte denunciato, anche con le organizzazioni del Tavolo Nazionale Asilo, che la diminuzione degli arrivi è soprattutto legata all’incremento delle operazioni della Guardia costiera libica: nell’ultimo anno 8.406 persone intercettate nel Mediterraneo sono state riportate in Libia e lì detenute in condizioni che le Nazioni Unite definiscono inaccettabili”.

Il terzo punto è quello della denuncia: i percorsi di accoglienza perdono di efficacia. Leggiamo ancora alcune righe del rapporto del Centro Astalli: “Molte delle persone che abbiamo incontrato hanno avuto difficoltà di ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno. Vite instabili si scontrano con i cambiamenti delle normative e delle prassi dei singoli uffici, rendendo ogni questione burocratica un potenziale labirinto senza uscita.

Nel 2019 è aumentato il numero di accessi al centro d’ascolto di Roma (+29%), soprattutto da parte di persone che, con l’abolizione della protezione umanitaria, si sono trovate all’improvviso nella condizione di poter perdere il permesso di soggiorno. Rispetto all’anno scorso gli utenti che si sono rivolti al servizio sprovvisti di documenti validi sono notevolmente aumentati (+79%). Agli effetti dei decreti sicurezza si sono aggiunte le complicazioni dovute alle disposizioni della Questura, che non riconosce più come residenza valida l’indirizzo fittizio né per i richiedenti asilo né per i titolari di protezione umanitaria, che si ritrovano così sprovvisti di un requisito fondamentale per convertire il permesso di soggiorno in motivi di lavoro.

Circa i due terzi delle persone che si sono rivolte all’ambulatorio nel 2019 non risulta iscritta al Servizio Sanitario Nazionale: nella maggior parte dei casi si tratta di migranti che vivono in Italia da tempo, ma che per difficoltà relative alla residenza o al titolo di soggiorno non sono riuscite ad accedere, o hanno perso l’accesso, all’assistenza sanitaria pubblica.

Anche la trasformazione radicale che ha riguardato il sistema di accoglienza in Italia, ha inferto un duro colpo a quell’accoglienza diffusa che ha caratterizzato negli ultimi anni l’impegno di molte realtà a servizio dei migranti forzati. Il cambiamento principale ha riguardato la possibilità di accesso al sistema stesso: sono esclusi infatti dall’accoglienza Siproimi (ex Sprar) i richiedenti asilo e i titolari di permesso per motivi umanitari.

La riduzione dei servizi sociali nei centri accoglienza straordinaria (Cas), ha reso più difficoltosa l’emersione e la cura tempestiva delle vulnerabilità. Non a caso nei centri gestiti dal Centro Astalli in convenzione con il Siproimi, rispetto all’anno precedente, il numero degli ospiti vulnerabili è salito in proporzione dal 30 al 40%.

Le realtà della rete territoriale del Centro Astalli nel 2019 hanno accolto complessivamente 835 persone, secondo un modello di intervento che mette al centro la promozione della persona e che costruisce integrazione dal primo giorno.

Un sistema di accoglienza pubblico che si frammenta e rimanda le opportunità di inclusione a una “seconda fase” accessibile a pochi è lesiva di percorsi di accoglienza e integrazione. Diventa più difficile motivare persone che hanno a disposizione tempi di accoglienza più brevi e hanno fretta di trovare un’occupazione qualsiasi a investire tempo nell’apprendimento dell’italiano e nella formazione. Ciò va a scapito della qualità del loro futuro in Italia”.

ultima modifica: 2020-05-20T16:28:29+00:00 da Riccardo Cristiano

 

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: