La pandemia ha dato a Putin un’occasione unica per fare da noi ciò che, con ogni probabilità, nessun altro Paese Nato gli avrebbe consentito. L’emergenza giustifica, ma di tanto clamore avremmo fatto volentieri a meno. Il commento del generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa

La politica – meglio dire la strategia – degli “aiuti internazionali” è una carta preziosa in mano a giocatori sempre in allerta attorno al tavolo globale. Fatta salva la componente umanitaria, che ci sforziamo di pensare sempre presente e motivante, non mancano mai di giocarla quando ne vale la pena in termini di ritorno politico, economico o anche solo di immagine. Calamità naturali, epidemie e pandemie sono occasioni imperdibili, perché allentano la rete di protezione contro l’insidiosità del soft power altrui.

Ciascuno aiuta con lo stile che gli è proprio, ma quasi nessuno si astiene. Se ci limitiamo ai “grandi”, notiamo da parte della Cina una forte attenzione alla ricerca di espedienti tali da non urtare sensibilità e conquistare fiducia. Comportamento pervasivo ma redditizio, che tuttavia non riesce a nascondere ambizioni di lungo termine. Al contrario, appare palese un certo grado di malcelata pressione da parte della Russia e un meno enfatico, ma concreto atteggiamento degli Stati Uniti. Se osserviamo anche i “piccoli”, forse i più sinceri ma anche i più desiderosi di far notare che esistono, la simpatia è il primo sentimento che emerge, mentre la gratitudine, almeno nel caso dell’Albania, diviene reciproca.

Dopo il caso cinese, sono state le modalità degli aiuti russi a destare l’attenzione con più vivacità e vis polemica. Così, assieme a uno scontato apprezzamento, si sono anche manifestati sentimenti di insofferenza e, a volte, di aperta contrarietà. Vale la pena di spendere qualche parola di analisi su un fenomeno che va valutato sotto aspetti diversi. Un primo avviso di attenzione ce lo dovrebbero dare le regole della geopolitica, intesa come sintesi interattiva tra territorio e cultura. A lungo negletta in quanto considerata promotrice dell’espansionismo pangermanico, se applicata alla storia della nazione russa si rivela a tutt’oggi prezioso strumento di osservazione.

Questa continuità, a prescindere da zar, dirigenze bolsceviche o autocratiche, è ormai facilmente estrapolabile. Le primavere arabe, mal gestite all’interno e travisate nel loro significato dall’Occidente, hanno offerto occasioni d’oro al presidente Putin per aprirsi una strada verso i “mari caldi”, di cui noi siamo al centro. La distrazione statunitense, l’incapacità europea e l’inefficace verbosità della Nato hanno consentito situazioni di fatto sul Mar Nero, il cui successo ha anche rafforzato i mai sopiti appetiti verso i ricchi, ma deboli, Paesi Baltici. Le sfide quotidiane dei sorvoli aerei, che oggi stanno facendo cronaca, altro non sono che un nostalgico segnale di guerra fredda.

Il tutto, in un momento di forte indebolimento economico della Russia, che si ripercuote sulla coesione interna del regime e la necessità di continuo rafforzamento della leadership, con visibili sforzi del presidente per impersonare nel modo più credibile l’anima della Grande madre. Anima nella quale l’Italia, a differenza di tutto il resto dell’Occidente, ha sempre avuto una nicchia molto particolare. La Russia è attratta da spiccata simpatia per l’Italia sin dai tempi della grande Caterina, che aveva scelto la nostra cultura, i nostri architetti e il nostro modo di vivere come strumenti per occidentalizzare Il Paese.

Questo è continuato a lungo nel periodo degli zar, e dopo la guerra la politica dell’Urss sicuramente ha tratto vantaggio dall’avere in Italia, paese Nato, il sostegno del più grande e organizzato partito comunista di tutto l’Occidente. Dopo la caduta del muro, le città d’arte e le spiagge italiane sono state letteralmente sommerse dalla voglia di vivere all’italiana di un gran numero di cittadini. Vladimir Putin – che, vedi caso, è proprio di San Pietroburgo, creatura dei nostri artisti ed architetti – non è escluso conservi verso di noi una particolare sensibilità, di cui in passato ha anche dato segno.

Lo scoppio della pandemia e la particolare aggressività del Coronavirus gli hanno aperto le porte, consentendogli un’occasione unica per fare da noi ciò che, con ogni probabilità, nessun altro Paese della Nato gli avrebbe consentito. Non si sa bene con quale chiarezza nel dettaglio degli accordi, considerata la teatralità del trasporto aereo sulla nostra maggiore base militare, la tipologia dei mezzi e il numero degli operatori in uniforme, al comando di un generale ben noto ai nostri Servizi.

Tutto ciò è stato scandaloso? Forse no, l’emergenza giustifica, ma senza eliminare uno scalpore di cui avremmo volentieri fatto a meno. Pericoloso? Assolutamente no, la contiguità con i nostri militari è stata assidua. Utile? Sì, per la particolare dedizione degli operatori, ma molto meno per la tipologia dei mezzi. Costosa? Forse sì, in rapporto all’efficacia. Opportuna? La dimensione dell’operazione ha regalato a Putin una visibilità senza pari e, sulla scena internazionale, la conferma di una capacità gestionale di assoluto rilievo. Merito della sua intraprendenza o della nostra impreparazione a questo tipo di rapporti? Nel gioco, entrambi questi elementi sono stati rilevanti. Per noi anche utili, ma solo se si trasformeranno in un bagaglio di esperienza ancora tutta da costruire.

Noi siamo in uscita, verso una discussa “fase due”, mentre la Russia è ancora in salita, nel punto di maggior aggressività del virus. Sembra proprio sia giunto il momento di ringraziare questi militari con sincero calore, assieme all’auspicio di rivederli presto da turisti sulle nostre spiagge e nelle nostre città. Ma ora è tempo di lasciarli andare, perché là c’è sicuramente bisogno anche di loro.

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