Il capo del Cremlino sta inviando messaggi affinché il raìs siriano apra spazi alla ricostruzione. Tre analisi sul rapporto tra Russia e Siria, che per il momento non si rompe, anche se da Mosca arrivano segnali al regime

Tre think tank tra i più importanti del mondo fotografano la missione della Russia in Siria. L’impegno con cui Vladimir Putin ha scommesso parte della sua proiezione muscolare sulla geopolitica e sugli affari internazionali, messo in discussione dai cittadini che soffrono la crisi economica e il dilagare dell’epidemia mentre vedono il loro governo impelagato in una sorta di Vietnam. Se ne occupano praticamene in contemporanea il Center for Strategic & International Studies, l’Atlantic Council e il Middle East Institute, tre dei centri washingtonians del pensiero e della costruzioni della policy da cui attinge da sempre l’amministrazione statunitense.

Sul sito del Council, Mark Katz, professore della George Mason University Schar School of Policy and Government, affronta una questione di cronaca: la partnership con Bashar el Assad, il raìs siriano colpevole della repressione feroce che ha scatenato il conflitto e di crimini di guerra sanguinosi, è arrivata al capolinea? Il punto è la ricostruzione: Mosca sta cercando di portare in Siria fondi per costruire un futuro proprio nel Paese, ma i fondi non li ha. Il coinvolgimento dei Paesi occidentali e delle realtà del Golfo sarebbe l’elemento necessario, ma è molto difficile in questo momento.

La guerra ha prodotto centri di influenza all’interno della Siria che non sembrano troppo intenzionati a condividere un’iniziativa di pace. Assad non è intenzionato a rinunciare a parte del potere e ad aprirsi, i russi lo sanno, ma secondo Katz – nonostante siano arrivate alcune critiche contro il raìs anche dall’iper-influente ambasciatore Aleksandr Aksenenok, vice presidente del Russian International Affairs Council, autore di un op-ed nel giornale economico più prestigioso di Russia, il Kommersat – Putin non sembra voler mollare il suo uomo. Almeno adesso. Certo, la frustrazione di Mosca è evidente: la guerra è vista da quei centri di influenza interni al Paese come un elemento di sopravvivenza.

La sua continuazione è una sorta di necessità dunque, e Mosca non ha capacità di smuovere i businessman e i politici che richiedono sommessamente riforme strutturali, e nemmeno gli attori esterni che si muovono sul dossier. Ergo, tutto resta fermo. Dunque il punto è questo: Putin non sta lavorando per rovesciare Assad, ma con quelle uscite pubbliche da ambienti vicini al Cremlino, ha inviato un messaggio. Alla Russia serve di andare all’incasso: la guerra è stata onerosa, e ora serve che la ricostruzione porti i dividendi sperati – anche economici, oltre che geopolitici. Di certo Putin non avrebbe anticipato pubblicamente ad Assad la volontà di sostituirlo, ma fare uscire certi vettori sulla stampa serve come segnale di avvertimento.

Va notato che non si tratta solo (che come detto solo non è) dell’opinione di Aksenenok, ma anche di un articolo pubblicato dalla  Federal News Agency, Fna: una sorta di inchiesta sulla corruzione dell’establishment siriano. Niente di non noto, se non fosse che la Fna è di proprietà di Yevgeny Prigozhin, conosciuto come “lo chef di Putin”, capo della Troll Factory del Cremlino (quella di San Pietroburgo accusata tra le altre cose del piano per interferire nelle elezioni americane) e del Wagner Group, la società di contractor militari che Mosca usa per il lavoro sporco in varie parti del mondo.

Ciò nonostante, Maxim Suchov, uno dei principali esperti di Russia (e di Russia in Medio Oriente nello specifico), fa notare sul sito del Me Institute che quanto uscito è molto più sfumato di come viene raccontato. Mente Fna pubblicava l’inchiesta scomoda, in effetti, una società collegata sempre a Prigozhin faceva arrivare kit medico-sanitari e test a Damasco per aiutare il regime a tenere sotto controllo l’epidemia – e dunque, valore maggiore, non scontentare e spaventare l’opinione pubblica, un’assistenza vitale per il regime.

Anche Suchov sottolinea che in effetti la Russia in Siria è da diverso tempo che mantiene un certo livello di frustrazione, perché Assad e il mondo corrotto che lo circonda stanno rallentando – o impedendo – la fase due dopo l’ingresso in campo, ossia la ricostruzione post-bellica. Allo stesso tempo, questo genere di contrasto riguarda anche la presenza iraniana, che per Mosca è da tempo diventata problematica anche per i rapporti con le monarchie del Golfo e con Israele, che la Russia reputa fondamentali.

Contemporaneamente è uscito un corposo report prodotto dal Csis in cui viene analizzata l’intera campagna militare siriana della Russia e la conclusione sintetizzata al massimo è che la Siria non è altro che l’inizio, non la fine per questo generi di impegni. Campagne simili potrebbero interessare l’Africa (e qualcosa si sta iniziando a vedere in Libia), oppure America Latina (il caso Venezuela è ancora in evoluzione) e in Asia. Questa è la competizione strategica “Russia-style“, fatta del raggiungimento degli obiettivi attraverso l’applicazione di un approccio militare alleggerito, parte della nuova dottrina di Mosca, e del coinvolgimento di attori ibridi come i gruppi di miliziani, abbinato a un gioco di influenza violento che stressa la partecipazione dei competitor.

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