Dall'indignazione della cancelliera Angela Merkel per un attacco cyber all'allineamento dell'Europa dell'Est con gli Usa. Ian Lesser (Gmf) spiega perché la Russia sta perdendo terreno nel Vecchio continente

Non è da tutti i giorni sentire Angela Merkel tuonare contro il Cremlino. “Un attacco oltraggioso”. Così la cancelliera tedesca ha definito questo mercoledì il cyber-attacco che nel 2015 ha seminato il panico nel Bundestag sottraendo dati personali dei parlamentari e mandando in tilt il network per settimane.

Ora c’è un nome e un cognome per il responsabile: Dmitry Badin, 30 anni, spia del Gru (il Servizio segreto esterno russo), membro dell’unità di cyberwarfare Atp28, più conosciuto sotto il nome di “Fancy Bear”, già finito nelle carte del Russiagate per aver hackerato il Comitato nazionale democratico di Hillary Clinton (qui la scheda di Formiche.net). È stato incriminato dal procuratore generale tedesco, e su di lui pende un ordine di cattura.

La Russia, ha detto Merkel, sta perseguendo “una strategia di guerra ibrida” e la Germania si “riserva il diritto di prendere contromisure”. E se c’è “ogni ragione per continuare i nostri rapporti diplomatici”, l’episodio “non facilita le cose”. Il name and shame del Cremlino ha attirato l’attenzione degli osservatori internazionali. Che i rapporti fra Germania e Russia non siano ai massimi storici non è una novità. Lo scorso dicembre il governo tedesco ha espulso due diplomatici russi dopo aver accusato Mosca di aver avvelenato e assassinato l’estate precedente, in un parco nel centro di Berlino, un ex combattente ceceno. In pieno giorno.

Neanche allora però Merkel si era esposta tanto. “È significativo che il cancelliere abbia richiamato l’attenzione sul caso della spia russa in modo così enfatico. Non è da tutti giorni un’esposizione mediatica così pronunciata su un tema tanto delicato come i rapporti con la Russia” ci dice Ian Lesser, vicepresidente del German Marshall Fund, con un passato al Dipartimento di Stato Usa e alla Rand Corporation. Per l’esperto americano “resta da chiedersi quanto davvero la Germania possa fare per rispondere. Il Paese è legato a doppio filo a Mosca, in particolare nel settore energetico. E Merkel ha sempre avuto qualche difficoltà ad abbracciare la linea dura con la Russia”.

Il doppio filo che scorre tra la piazza Rossa e la cancelleria federale attraversa i settori più disparati. Su tutti l’energia, che con il gasdotto North Stream 2 trova in Germania un capolinea strategico per il mercato russo (un problema non da poco, questo, nei rapporti della Germania con gli alleati Nato). È vero, Merkel ha sempre tenuto la barra dritta sulle sanzioni Ue alla Russia per l’invasione della Crimea. Ma non ha mai davvero interrotto i canali con Mosca. Solo due giorni fa, mentre il Bundestag discuteva del cyber-attacco di Badin, a Berlino atterrava un aereo con sopra Dmitry Kozak, l’uomo di Vladimir Putin in Ucraina sotto sanzioni del Dipartimento del Commercio Usa.

L’accorato discorso di Merkel al Parlamento di mercoledì segnala qualcosa di più di un semplice risentimento personale (cinque anni fa lo stesso ufficio di presidenza della cancelliera finì vittima dell’attacco di Badin).

Secondo Lesser, la crisi del Covid-19 si sta trasformando in un boomerang per i piani di Putin. Le campagne di solidarietà internazionale sulla scia di quelle cinesi, condite di nomi altisonanti come nel caso di quella italiana, “From Russia With Love”, non hanno sortito gli effetti sperati. Anzi, hanno suonato un campanello d’allarme sulla propaganda, e le interferenze estere.

“Anche prima della crisi Russia e Cina erano profondamente impegnate nella diffusione di disinformazione in Europa. Abbiamo sottovalutato il problema, credevamo che l’opinione pubblica non sarebbe stata permeabile, non percepivamo quella russa come una minaccia. Ci sbagliavamo. A tre mesi dal suo inizio, la crisi sta aprendo gli occhi sui rischi della disinformazione e alzando il livello di allerta sulle interferenze russe. Quello tedesco è solo l’ultimo caso”.

Il risveglio europeo è partito da Bruxelles. A fine aprile un report del Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas), uscito in ritardo per le pressioni cinesi, ha denunciato una campagna di disinformazione russa sul Covid-19 che “continua a proliferare ampiamente sui social media”.

Su questa scia si sono susseguite nelle ultime settimane severe prese di posizione da parte dei leader Ue, dall’Alto rappresentante Josep Borrell alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. “L’Europa si sta progressivamente allineando con gli Stati Uniti su questo fronte. È cresciuta la consapevolezza, e anche lo scetticismo verso i tentativi di interferenze russe. Le leadership politiche europee sono sempre meno disposte a fare concessioni a Putin”.

Alla virata non sono estranei alcuni Paesi (ex-sovietici e non) dell’Europa dell’Est, che storicamente vantano rapporti altalenanti con il Cremlino. Un’occasione per dimostrarlo è arrivata con l’anniversario della II Guerra Mondiale, giornata di celebrazioni fondamentale nell’immaginario russo che a Mosca, causa Covid-19, quest’anno è stata privata della tradizionale parata militare.

Un comunicato congiunto con gli Usa dei ministri degli Esteri di ben nove Paesi dell’Europa baltica e dell’Est, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Polonia, Romania e Slovacchia, ha denunciato la “falsificazione della storia” da parte di Putin. L’arrivo delle truppe sovietiche settantacinque anni fa non è stata una “liberazione”, ma un’“occupazione” militare, recita il documento. “È il segno che anche nell’Europa centrale la Russia sta perdendo presa – commenta Lesser – la crisi economica sta colpendo duramente questi Paesi, ma la Russia sta pagando il prezzo più alto, e ha ben poco da offrire loro”.

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