(di Souad Sbai e Marcel Vulpis) – A poche ore dall’approvazione del “Dl Rilancio” (dove sono previsti 55 miliardi in interventi a favore di famiglie e imprese) da parte dell’Esecutivo Conte, assieme alla collega Souad Sbai* (nella foto in primo piano) abbiamo pensato di lanciare una serie di idee alternative, perchè riteniamo che non si debba, in alcun modo, andare nella direzione dell’assistenzialismo di Stato. Piuttosto bisogna guardare ad un quadro più generale di misure, per mettere in sicurezza, da un lato il sistema produttivo del paese, dall’altro incentivare gli investimenti (soprattutto quelli provenienti dai mercati esteri).

Ma anche questi interventi non devono e non possono trasformarsi in “mancette” o, peggio ancora, in tentativi di saccheggio delle nostre aziende (migliori). E’ partito così un lavoro di monitoraggio e di analisi delle soluzioni/idee più interessanti emerse sui principali quotidiani nazionali, oltre che sui webinar di taglio economico. E’ un primo momento di riflessione, ma anche, per certi versi, un primo “manifesto” per risvegliare le coscienze di chi ha cuore l’economia italiana, andando oltre il mero sostegno (nel breve periodo). Un lavoro di approfondimento che parte anche dall’idea dell’armonizzazione fiscale (richiesta più volte e a più voci, ma mai attuata) e soprattutto dallo snellimento delle procedure burocratiche. Servono idee forti, coraggiose e di rottura.

Idee per la ripartenza dell’Italia puntando all’armonizzazione delle misure fiscali

Servono misure shock da adottare in tempi brevi per sostenere l’economia del Paese colpita gravemente dall’emergenza sanitaria. La crisi economica infatti che si profila all’orizzonte potrà essere affrontata con misure straordinarie anche e soprattutto in ambito fiscale. Se si vuole incidere, occorrono interventi diversi rispetto alla logica seguita fino ad oggi, basata soltanto sul’idea di evitare cali di gettito, con un utilizzo smisurato di burocrazia (dagli effetti disincentivanti).

Il fisco può diventare un strumento strategico per offrire alternative alle imprese sia per superare le esigenze più urgenti, come ad esempio di disporre di liquidità (ad esempio incrementando il ricorso a “mezzi propri”), sia per favorirela crescita dimensionale, creando un sistema di soggetti più solidi ed evitando che realtà di piccole-medie dimensioni scompaiano definitivamente.

Potenziare l’ACE

L’Aiuto alla crescita economica (Ace), tornato nel 2020, è un meccanismo utile (sotto il profilo teorico), ma è diventato, nel tempo, complicato e, soprattutto, non così incisivo come strumento. Se si intende stimolare i soci ad investire le loro finanze nell’impresa, il “premio” previsto deve essere più elevato, sotto un doppio profilo.

Rappresenta infatti un incentivo alla patrimonializzazione delle imprese: l’agevolazione consente di dedurre dal reddito delle società di capitali, di persone e delle ditte individuali in contabilità ordinaria, una somma che corrisponde al rendimento figurativo degli incrementi di capitale.

Nello specifico le somme versate a titolo di capitale e gli utili accantonati devono generare una quota di reddito esente per un importo significativo che tenga conto del rischio effettivo del socio investitore che immette o lascia liquidità nel patrimonio aziendale (in passato il coefficiente è stato al massimo il 4,75%; oggi si dovrebbe forse raddoppiarlo: arrivando a superare la percentuale del 9%).

Quando poi la società-tipo potrà distribuire dividendi, le ritenute (sulla parte di dividendo proporzionale all’apporto di nuova liquidità) dovrebbero essere ben inferiori all’attuale 26%.

In questo modo si potrebbe veicolare parte del risparmio delle famiglie verso le “loro” imprese, ma l’incentivo dovrebbe essere assicurato per un periodo di tempo significativo. Inoltre, non andrebbero incentivati solo i soci attuali, ma anche nuovi soci “finanziatori” (ancor di più se gli investimenti fossero di natura straniera, ma con l’obbligo di restare all’interno delle società tricolori per non meno di 5 anni). La leva fiscale può favorire aumenti di capitale concedendo benefici a nuovi investitori, come, ad esempio, è stato fatto con la normativa delle start up innovative.

I rischi legati all’indebitamento (post emergenza Covid-19)

Nei prossimi anni le imprese saranno maggiormente indebitate e sosterranno elevati interessi passivi. Ecco perché il fisco non dovrà accanirsi ulteriormente su di essi, rendendoli indeducibili o deducibili solo con regole e calcoli compliicati. Nel 2020 il crollo dei risultati operativi lordi a fronte dell’aumento degli interessi con i meccanismi attuali potrebbe comportare un incremento della quota indeducibile. Anche ai fini Irap (imposta regionale sulle imprese produttive) la presenza di interessi passivi non dovrebbe penalizzare le imprese.

Per ridurre il ricorso all’indebitamento bancario, andrebbe anche rivisto il (troppo) complesso sistema normativo che riguarda l’emissione di prestiti obbligazionari o l’oneroso trattamento fiscale dei finanziamenti fruttiferi dei soci persone fisiche.

Non bastano le norme del Dl 23/2020 che disinnescano la postergazione nella restituzione: servono misure di semplificazione fiscale, di garanzia di deduzione per le società e di tassazione mitigata dei proventi in capo ai soci qualunque sia lo strumento di debito emesso (prestito obbligazionario, titoli di debito per le Srl, finanziamenti fruttiferi dei soci, ecc.). Solo così si può stimolare il passaggio dei capitali dalla sfera personale a quella di impresa, se non come capitale almeno a titolo di prestito.

Come agevolare la crescita dimensionale delle imprese

Il fisco può aiutare a superare uno dei maggiori problemi, ovvero la polverizzazione delle imprese. L’attuale logica del bonus aggregazioni dovrebbe essere estesa, così come il beneficio rafforzato.

Le aziende aumentano le loro dimensioni quasi esclusivamente mediante acquisizioni. I benefici fiscali potrebbero essere accordati a tutte le operazioni, incrementando l’attuale plafond massimo di 5 milioni di euro, comprese le “fusioni” precedute da un’acquisizione (si dovrebbero escludere solo le società facenti parti dello stesso gruppo o con precedenti rapporti partecipativi significativi).

Tutti gli altri casi dovrebbero entrare nel beneficio (anche nel caso in cui avvengano acquisizioni di quote prima o dopo l’operazione straordinaria). Il bonus in esame potrebbe consistere (come oggi) nella deduzione di maggiori valori (magari accelerando i tempi di deduzione di marchi e avviamenti), ma potrebbe essere trasformabile in credito di imposta, da utilizzare subito: in questo modo l’agevolazione genererebbe, per le imprese che ne hanno bisogno, liquidità immediata. L’unico vincolo dovrebbe essere la salvaguardia dell’occupazione.

Più in generale bisogna introdurre norme che prevedano che i cambiamenti di disposizioni speciali “incentivanti. Solo in questo modo sarà possibile aiutare le imprese italiane non solo a resistere.

Oltre a ciò, per difendere le aziende italiane, anche dal rischio che molte di esse passino di mano (oggetto di “predatori”/compratori stranieri) è necessario che per il 2020 abbiano la facoltà di non effettuare ammortamenti. Si tratterebbe di una misura a costo zero per lo Stato, ma che ocnsentirebbe di alleggerire i conti economici riducendo nel contempo le perdite che molte società purtroppo registreranno quest’anno sotto i colpi del Coronavirus).

Un ulteriore elemento di stimolo per l’ingresso di nuovi capitali stranieri sarà sicuramente l’attivazione di una progressiva ma veloce “armonizzazione fiscale”. Un processo che il nostro paese attende da fin troppi anni. Una ragnatela di norme, spesso contrastanti tra loro, che allontana potenziali investitori piuttosto che incentivarli ad investire nel Sistema Italia.

* Souad Sbai è una giornalista, politica (nella XVI legislatura è stata eletta deputata del PDL) e saggista italiana originaria del Marocco. E’ presidente delle “Donne Marocchine in Italia”.

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