È in un momento come questo, di profonde inquietudini sociali, che si ravvisano almeno tre buone ragioni che lo Stato, le forze politiche, le istituzioni si occupino soprattutto delle piccole imprese. Ecco quali

Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, in una recente intervista apparsa su Il Sole 24 Ore ha fatto una proposta che ci sembra molto interessante. Infatti alla domanda della brava Laura Serafini, giornalista del quotidiano economico “le misure adottate dal governo sono soddisfacenti?”, il presidente Patuelli ha risposto: “Sarebbe auspicabile se venisse rafforzata l’Ace (Aiuto crescita economica). Ma in generale bisognerebbe rafforzare il capitalismo italiano. Penso all’enorme e crescente liquidità presente nei depositi. Dovrebbero essere previsti incentivi fiscali per il capitalismo popolare di lungo periodo nelle imprese quotate. Penso al cassettisti di una volta, scoraggiati dalle crisi degli ultimi anni. Il trattamento fiscale (oggi pari al 26% delle plusvalenze, ndr) dovrebbe essere diversificato con un’aliquota ridotta rispetto agli speculatori che si avvalgono di strumenti tecnologici”. Su questo piano non si può non essere che d’accordo, ove si consideri le disponibilità liquide detenute dagli italiani ha raggiunto tra c/c, depositi vincolati, polizze assicurative, ecc. i 4.445 miliardi di euro.

Ed allora è proprio in un momento come questo di profonde inquietudini sociali che si ravvisano almeno tre buone ragioni che lo Stato, le forze politiche, le istituzioni si occupino soprattutto delle piccole imprese. Esse, infatti, rappresentano:

– la base imprenditoriale e produttiva dell’intero sistema economico;
– un potente ammortizzatore economico e sociale tanto nelle fasi di espansione quanto in quelle di crisi economica come quella che stiamo vivendo;
– l’incubatrice di nuova imprenditorialità.

Queste caratteristiche fanno del sistema delle imprese minori un importante strumento per ridisegnare il modello di sviluppo del nostro Paese, per moltiplicare i soggetti proprietari e produttivi, per creare una più forte e articolata società civile.

Lo sviluppo economico e industriale italiano degli ultimi settant’anni ha sostanzialmente disatteso un principio cardine della Costituzione laddove (art. 47) si intende favorire la diffusione della proprietà, anche azionaria, e dell’imprenditorialità diffusa. La scoperta inizialmente imposta del lavoro a distanza ha reso evidente a gran parte della popolazione gli effettivi vantaggi delle nuove tecnologie. Questo dovrà comportare un grosso sforzo di investimenti nelle infrastrutture e nello sviluppo capillare dell’impiego delle tecnologie informatiche, delle piattaforme Internet/Ia, dei Big Data e del cloud computing  non solo per le aziende manifatturiere ma anche nello sviluppo di ogni tipologia di servizi.

L’investimento necessario sarà facilitato dalla maggiore consapevolezza da parte dei cittadini e dovrà ridurre il Gap che ci separa dagli altri Paesi europei in primis, consentendo grossi risparmi nel futuro.

Ciò è possibile solo promuovendo un diverso e più ricco sistema di opportunità e di convenienze incentrato su grandi investimenti pubblici di base (politiche di agevolazione fiscale e di semplificazione amministrativa, banca dati, ricerca e sviluppo, servizi di sostegno alla produzione e alla commercializzazione, accesso al credito, infrastrutture) che motivino i privati a fare impresa, e questa a orientarsi anche in direzioni finora nuove, ma capaci di rivitalizzare la società civile e di creare nuova e più larga occupazione.

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