Covid. Perché la pandemia è tutt’altro che finita

Covid. Perché la pandemia è tutt’altro che finita
La crisi sanitaria prodotta dal coronavirus SarsCoV-2 è tutt’altro che passata. Ecco come crescono i casi nei diversi Paesi del mondo

Il Sudafrica è il paese del continente che fa più controlli sul Covid, e infatti è quello che fa registrare  più di un terzo dei positivi africani: 138mila, oltre duemila nuovi casi nell’ultimo giorno. La situazione sottintende che, se si facessero più test, scopriremmo molti più casi in Africa. Contesto che rema apparentemente a favore del presidente Donald Trump, che sostiene che il disastro sanitario americano a questo è dovuto: “Facciamo molti test, più test di tutti gli altri”, dice, e sottintende che vorrebbe farne meno, così da registrare meno contagi.

Però l‘assioma non regge. In Texas, per esempio, uno degli Stati della Sun Belt in cui il virus sta galoppando — insieme a Florida e Arizona: in tre quasi ventimila nuovi casi due giorni fa — il numero dei test mensili è rimasto lo stesso, ma mentre a maggio tra tutte le persone sottoposte a tamponi solo il 5 per cento risultava positivo, a giugno il valore cresce al 13. Ossia, il virus sta circolando e ha aumentato il numero degli infettati.

Il governatore Gregg Abbott, un trumpiano (non un repubblicano, distinguo netto tra le nuove categorie politiche statunitensi), aveva riaperto ogni cosa il 31 maggio, per il Memorial Day, ossia l’inizio dell’estate, mentre gli epidemiologi chiedevano cautela. Ecco il risultato: ora ammette la crisi. Ma il coronavirus ha calcato anche le linee della polarizzazione negli Usa: per il presidente chi indossa le mascherine è contro di lui, tanto che Lamar Alexander, senatore del Tennessee repubblicano (occhio al distinguo) l’ha detto chiaramente: “Se il presidente iniziasse a indossare la mascherina sarebbe solo un bene, così da liberarci da questo assurdo dibattito politico dove sembra che chi la porta gli è contro e chi non la porta lo appoggia”.

Il virus c’è, circola e quelli che vediamo sono ancora gli effetti della prima ondata. La Cina, ad esempio, ha deciso di isolare quasi mezzo milione di persone dell’intera provincia di Anxin, 150 chilometri da Pechino, perché ci sono diversi nuovi casi e “l’epidemia nella capitale è grave e complessa”, come ha detto un portavoce dell’autorità locale. Segno, dunque, che anche se le fanfare del Dragone annunciavano di aver sconfitto il virus, così non è. O ancora, in Brasile: domenica 28 giugno ci sono stati oltre 38 mila nuovi casi registrati, che portano il totale sopra agli 1,3 milioni — secondo paese al mondo. Molto male anche in Russia, il terzo della lista, con il presidente Vladimir Putin che annuncia in televisione di essere portatore di buone pratiche e di farsi testare ogni tre giorni (evidentemente l’emergenza è alta, e forse i numeri dei decessi sono diffusi in modo un po’ edulcorato).

Ma l’epidemia non si spegne nemmeno in Europa, dove a preoccupare sono i cosiddetti “focolai”: “Sono la riprova del fatto che la circolazione del virus è ancora presente, come molti di noi hanno sostenuto da tempo. Siamo ancora nella necessità di contenere il fenomeno con tutta l’attenzione che merita. Potrebbe esserci una ripresa autunnale ma non necessariamente con una seconda ondata”  ha spiegato a Fanpage il prof. Massimo Galli, primario dell’ospedale Sacco di Milano. Luoghi in cui i contagi si attivano in forma concentrata, da Mondragone alla BRT di Roveri (Bologna), fino alla Tönnies, l’azienda di macellazione che è diventata il bubbone tedesco. Leicester, nel Regno Unito, è un altro di questi problemi: oltre 600 nuovi casi in una decina di giorni, e il governo Johnson ancora non ha deciso per un lockdown locali — unica soluzione in certi casi, come spiega al Messaggero il prof. Andrea Crisanti, direttore dell’istituto di microbiologia dell’ospedale di Padova e lato tecnico del successo del Veneto contro il virus.

In totale sono stato superati i dieci milioni di casi nel mondo (stando ai dati della Johns Hopkins, diventata ormai il riferimento globale per i conteggi). Un milione negli ultimi sei giorni: il 21 maggio i malati totali erano 5 milioni, sono raddoppiati in poco più di un mese. Ma secondo diversi studi e opinioni, dovremmo contare su un numero reale che supera di dieci volte quello dei contagiati individuati. I morti sono più di 500 mila.

ultima modifica: 2020-06-29T09:46:55+00:00 da Emanuele Rossi

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