Reddito universale, Civiltà Cattolica rilancia la discussione. Ecco come

Reddito universale, Civiltà Cattolica rilancia la discussione. Ecco come
Il gesuita, direttore di ricerche al Centre national de la recherche scientifique, non dà una ricetta, ma accende il dibattito su un tema globale e importante: il salario minimo garantito

Gael Giraud, gesuita dal curriculum strabiliante, direttore di ricerche al Cnrs (Centre national de la recherche scientifique) di Parigi, dopo aver richiamato l’attenzione di tanti nel mondo con il suo articolo sulla pandemia e la sanità privata, che non trovando nella prevenzione fonte di guadagno l’ha trascurata aggravando l’impatto pandemico, torna sul quindicinale diretto da padre Antonio Spadaro a rilanciare una discussione importante con un lungo e complesso saggio su reddito universale e/o salario minimo garantito. Il tema è diventato un tema mondiale, con tanti esperimenti e discussioni tra economisti. Giraud parte da quanto affermato recentemente da papa Francesco in una lettera ai movimenti popolari: “Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti”.

La proposta di Francesco qual è? Un reddito da garantire nominalmente a chiunque o un reddito minimo da riconoscere a tutti i lavoratori? Dunque reddito universale oppure giusto salario? L’introduzione di Giraud alla comprensione della legittima ambiguità del testo ruota attorno a tre elementi: il Papa, detto a parole mie, non è il ministro delle finanze del mondo, ma chiarisce che parlando di lavoratori intende anche “venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali […], lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento”, ma è il terzo elemento a dell’articolo a colpire: l’ambiguità del testo infatti pone il problema che la discussione fino a questo momento è limitata alle cosiddette elités. E loro? Quelli che con il linguaggio bergogliano, o anche bergogliano, definiamo gli invisibili delle periferie del mondo sono esclusi da un dibattito che li riguarda. Non sarebbe il caso di sentirli, di chiedere anche a loro cosa ritengono più giusto? Gli invisibili non devono diventare visibili, partecipi della discussione sul loro e il nostro futuro? “Il problema principale posto dalla Lettera del vescovo di Roma è il riconoscimento di questi fratelli e sorelle dei movimenti popolari e di coloro per i quali essi lavorano: ‘So che molte volte non ricevete il riconoscimento che meritate perché per il sistema vigente siete veramente invisibili’. Le soluzioni propugnate dal mercato non raggiungono le periferie, dove è scarsa anche l’azione di protezione dello Stato”. Dunque il primo punto è vedere gli invisibili, discutere anche con loro. E questa discussione riguarda due ipotesi che non sono analoghe, sebbene sia chiaro che un giusto salario non poterebbe più ignorare il lavoro casalingo, ad esempio.

Il confronto si potrebbe, o si dovrebbe fare, se arrivassimo a ritenere non tanto “economicamente plausibile” un tentativo del genere, quanto culturalmente apprezzabile, non dannoso: “Le virtù attribuite dai suoi difensori ‘progressisti’ al reddito universale vengono spesso messe in discussione dai loro oppositori: un reddito siffatto non fornirebbe un alibi per non lavorare più? Lungi dal rafforzare i legami sociali, non causerebbe forse la dissoluzione delle relazioni umane? Dietro queste domande si intravedono due filosofie politiche radicalmente opposte: da un lato, quella di Thomas Hobbes o di John Locke, per i quali l’uomo è un atomo, persino un lupo, un essere solitario che si coinvolge in relazioni con altri solo per interesse; dall’altro, quella di un’antropologia relazionale che appartiene alla grande tradizione cristiana. In questa seconda prospettiva, è solo sullo sfondo delle relazioni sociali costitutive dell’umanità in quanto tale che può aver luogo il riduzionismo che consiste nella ricerca del mio interesse particolare”.

Arrivando lì dove padre Giraud si confronta con la fattibilità emergono dati che nella aggregazione sono conosciuti, ma che non avevo mai letto nella necessaria disaggregazione: “Ricordiamo alcuni ordini di grandezza. La Banca mondiale ha identificato la soglia della povertà estrema al livello di 1,9 dollari di retribuzione giornaliera, a parità di potere di acquisto. Ma è opinione largamente condivisa tra i ricercatori economici che questa convenzione sottostimi ampiamente i bisogni reali di un essere umano sano, capace di condurre una vita dignitosa. Un reddito minimo di 7,4 dollari al giorno sembra molto più ragionevole. Nel 2018, oltre 4,2 miliardi di persone (il 60% della popolazione mondiale) vivevano ancora al di sotto di tale soglia, e questo numero aumenterà notevolmente nei prossimi mesi a causa delle conseguenze catastrofiche del lockdown. Quale flusso di reddito annuale sarebbe necessario per consentire a questa gente di vivere al di sopra di tale soglia?”. Senza entrare nei dettagli dei calcoli sulla parità del potere d’acquisto, possiamo rispondere che costerebbe una cifra paragonabile al Pil nominale della Cina. Quindi una cifra enorme, ma solo comparando si può stabilire una fattibilità e uno studio di Oxfam che indica come l’1% della popolazione percepisca un reddito annuo complessivo pari a 56.000 miliardi di dollari (l’80% del Pil mondiale). Questo fa dedurre a padre Giraud che la cifra richiesta è un quarto di questa: “sarebbe sufficiente per finanziare un reddito base di 7,4 dollari al giorno (e anche di più) per quella parte dell’umanità che ne è privata. Dopo il ‘prelievo’, al più alto percentile di questi super-ricchi resterebbero ancora in media 47.500 dollari di reddito mensile a persona: questo dovrebbe essere sufficiente per consentire loro di continuare a condurre una vita ‘dignitosa’”.

Quando anni fa si applicò per legge ai vertici della Rai la retribuzione delle supreme magistrature si parlò di 240mila euro annui. Il tetto di cui qui si parla sarebbe, se calcolo bene, ben più del doppio. Un altro dato disaggregato importante riguarda la fame nel mondo, che lo stesso autore collega al precedente per giungere a una conclusione importante: “Queste semplici cifre ci ricordano che, contrariamente a una comune convinzione, il problema del finanziamento di un reddito di base non consiste nella ‘mancanza di risorse’. Allo stesso modo, se, secondo le stime delle Nazioni Unite, 820 milioni di persone soffrono ancora la fame nel mondo – e questo numero purtroppo aumenterà nei prossimi mesi a causa dell’attuale situazione di emergenza –, non è perché la biomassa prodotta dal Pianeta non è in grado di nutrire l’umanità: si tratta di un problema politico ed etico di distribuzione della ricchezza. L’immaginario neo-liberale della scarsità, che ci conduce facilmente a pensare che una proposta generosa sia impossibile, è fuorviante: viviamo su un Pianeta sovrabbondante – sebbene minacciato da una crisi ecologica – e in un’economia mondiale molto ricca, sebbene rischi di diventare considerevolmente più povera a causa del lockdown e del confinamento”.

Così padre Courtens si avventura nella parte più problematica del suo testo, quella relativa a che tipo di reddito si potrebbe garantire. Scuole economiche opposte lo vedono infatti possibile, se non auspicabile, ma ovviamente perché lo inseriscono in quadri diversi. “Il primo tipo di reddito di base ha le sue origini nel lavoro dell’economista di Chicago Milton Friedman ed è pensato per sostituire tutti gli altri tipi di trasferimenti sociali, rendendo così superflua l’introduzione di un salario minimo. I suoi promotori nutrono la speranza di un’ulteriore flessibilizzazione del ‘mercato del lavoro’ e di una riduzione della spesa pubblica per la solidarietà, o persino di un completo abbandono, da parte dello Stato, del suo ruolo decisionale sui redditi da lavoro dei cittadini. La carità, ‘più adattabile e flessibile’ rispetto allo stato sociale, afferma Friedman, riacquisterebbe così un posto di rilievo nella lotta contro la povertà. Chi contesta tale proposta sostiene che essa equivarrebbe a garantire un reddito minimo di sussistenza che rende schiavo l’’esercito di riserva’ dei cittadini, costretti a farsi assumere a qualsiasi condizione pur di migliorare le proprie condizioni di vita ordinaria. È senza dubbio questo tipo di preoccupazione che alimenta il rifiuto, da parte di una certa parte del mondo sindacale, del reddito universale”. Ecco però l’altra idea; “il secondo tipo di reddito universale è stato difeso, almeno dal 1986, da Guy Standing, uno dei fondatori della Basic Income Earth Network (Bien). A differenza del primo tipo, questo sarebbe un reddito integrativo, e quindi non alternativo ai trasferimenti sociali già attivi, laddove ce ne siano. Sarebbe quindi un ottimo mezzo per risolvere i crescenti problemi di insicurezza finanziaria della classe media e dei ceti popolari e, soprattutto, renderebbe possibile un altro genere di rapporto di lavoro. La disumanità delle condizioni di lavoro in alcune situazioni – di cui la tragedia del Rana Plaza, in Bangladesh nel 2013, è diventato il simbolo – è ovviamente dovuta alla necessità, per coloro che non hanno alternative, di farsi assumere a qualsiasi condizione pur di sopravvivere. Ma anche nei Paesi ricchi un reddito universale di questo tipo implicherebbe sicuramente la fine dei cosiddetti bullshit jobs (‘lavori-spazzatura’), come sono quelli di una quota crescente di impiegati delle nostre amministrazioni pubbliche e delle imprese private: se posso permettermi di vivere senza lavorare, perché dovrei accettare un lavoro che è socialmente inutile e mi fa star male?”.

Il testo di padre Giraud è molto più ricco e complesso e offre anche un vasta presentazione di diversi interventi attuati o tentati sin qui in diversi Paesi. L’attenzione, sua e del lettore, viene richiamata dall’idea di beni comuni, che si vanno ad unire o ad affiancare alla proprietà privata. È una prospettiva di cui si parla poco ma certo non nuova e che trova nel caso della legislazione sul petrolio dell’Alaska un esempio molto importante: L’esperimento condotto in Alaska dal 1982 merita una menzione speciale. Ogni anno, infatti, una frazione dei dividendi petroliferi viene distribuita ai residenti, incondizionatamente e su base individuale. Gli importi – tra i 1.000 e i 2.000 dollari l’anno, a seconda del periodo – sono nell’ordine di grandezza della soglia di povertà di 7,4 dollari al giorno ricordati sopra. Si tratta di importi piccoli, ovviamente, considerando il tenore di vita medio in questo Stato americano. Ma la cosa più interessante è il principio usato dallo Stato dell’Alaska per giustificarli: si tratta di una compensazione per il diritto di sfruttamento di un bene comune, il petrolio, che in realtà appartiene a ciascuno dei residenti. Per comprendere il significato di questo modo originale di finanziare un reddito universale occorre fare un passo indietro. Nel 1217, la Carta foresta aveva dato ai contadini britannici il diritto di godere dei commons (‘beni comuni’) – foreste, pascoli, alpeggi, fiumi – per poter fare scorta di legna, acqua e dare da mangiare alle loro mandrie ecc. L’Inghilterra ha formalizzato un diritto che veniva percepito dalla maggior parte della popolazione come naturale e che era stato già riconosciuto dalla legge romana con la categoria della res communis, collocata dal Codice di Giustiniano al vertice della gerarchia dei beni, mentre la proprietà privata occupava l’ultimo posto”.

Il campo delle possibili visioni si allarga con proposte innovative e molto cospicue: “Non sarebbe questo un modo concreto ed efficace per onorare la destinazione universale dei beni, cara ai Padri della Chiesa e alla dottrina sociale della Chiesa? Ad esempio, l’atmosfera è certamente un bene comune a tutto il mondo: un’imposta globale sul carbonio – come quella fortemente sostenuta dalla Commissione Stern-Stiglitz – di 120 euro per tonnellata di CO2 prodotta, applicata alle 100 multinazionali responsabili del 70% delle emissioni, genererebbe un gettito 3,1mila miliardi di euro all’anno. Estesa a tutti gli altri tipi di emissione, questa tassazione fornirebbe 4.430 miliardi di euro.”

L’articolo dunque non dà una ricetta, ma intende avviare una discussione su un terreno che spera di dimostrare plausibile.

ultima modifica: 2020-06-04T12:20:46+00:00 da Riccardo Cristiano

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