La Cina strozza Hong Kong. La lettura di Fontaine, Small e Le Corre

La Cina strozza Hong Kong. La lettura di Fontaine, Small e Le Corre
La Cina stringe il cappio su Hong Kong e vota la legge per soffocare le proteste pro-democratiche. Cosa significa per Pechino, e cosa possono fare Usa e Ue. Dibattito su Formiche.net tra Richard Fontaine (Cnas), Andrew Small (Gmf/Ecfr) e Philippe Le Corre (Harvard)

“Le proteste a Hong Kong non stavano svanendo e dal punto di vista di Pechino non se ne vedeva la fine: dato che la Cina non desiderava offrire a Hong Kong le garanzie democratiche richieste dai manifestanti, l’alternativa era di diventare più coercitivi. Questo è quello che stanno facendo e usano la distrazione del coronavirus come un momento chiave per farlo”, spiega a Formiche.net Richard Fontaine, direttore del CNAS a proposito delle ragioni che hanno spinto la Cina ad aumentare la stretta sulla regione amministrativa speciale proprio ora, con l’approvazione della Legge per la sicurezza nazionale.

Oggi, martedì 30 giugno, tutti i 162 membri del Comitato permanente del Partito Comunista cinese hanno votato unanimi per mettere il timbro di stato sotto la nuova legislazione contro sedizione, secessione, terrorismo e collusione con lo straniero che entra in vigore a Hong Kong dal primo luglio. Qualcosa che rende vane le manifestazioni di questi ultimi quindici mesi e di fatto spinge prepotentemente il processo di cinesizzazione dell’ex colonia britannica alla vigilia del 23esimo anniversario dell’handover, la riconsegna inglese alla Madrepatria sancita con l’accordo dell’1 luglio 1997 — quello che in teoria doveva garantire il concetto “One country, two system” almeno fino al 2047.

Così non è andata: il segretario agli Esteri del Regno Unito, Dominic Raab, ha espresso “profonda preoccupazione” per l’approvazione, dicendo: “Questo è un passo grave”. “Hong Kong è una delle numerose aree in cui la Cina sembra aver deciso di poter agire senza affrontare conseguenze”, aggiunge Andrew Small, senior transatlantic dell’Is del German Marshall Fund e policy advisor dell’Ecfr. “Le relazioni con gli Stati Uniti sono già terribili — continua Small — e tutti sono concentrati sul tentativo di riparare le proprie economie e affrontare l’immediata crisi sanitaria, quindi sembra che Pechino veda una finestra di opportunità per agire, e forse ritiene sia meglio farlo ora con l’amministrazione Trump piuttosto che aspettare e avere queste crisi nelle prime fasi di un potenziale mandato di Joe Biden”.

“La Cina era ansiosa di mostrare il suo potere, perché nell’ultimo anno gli attivisti per la democrazia sono stati molto efficienti nel raccogliere supporto sia dai media che dai politici occidentali, principalmente negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ma anche l’Italia e persino la Commissione europea (la presidente von der Leyen, per esempio, e dal Parlamento europeo)”, aggiunge Philippe Le Corre, esperto di Cina della Harvard Kennedy School e terza voce di questo dibattito che Formiche.net ha pensato per affrontare l’argomento. Un tema molto ampio, che non riguarda solo le contingenze nel Porto Profumato, ma molto più in generale la postura che la Cina intende tenere su certi argomenti scabrosi in cui è coinvolta. Messaggi per chiunque si appresta a costruire relazioni internazionali col Dragone.

Possibile che, aggiunge Small, “abbiano deciso di essere già visti in questo momento come i cattivi, e quindi si sono sentiti in diritto (sottinteso a livello di immagine internazionale, ndr) di fare certe cose comunque. Naturalmente, ci sono anche ragioni specifiche per Hong Kong, ma al momento è difficile spiegare il comportamento della Cina solo con riferimento alle situazioni stesse”. Tutto va visto più in generale. “Pechino ha realizzato che potesse esserci un rischio per la tenuta del Mainland, soprattutto dal momento che Hong Kong terrà le elezioni legislative a settembre”, aggiunge Le Corre, per questo ha spinto.

In una video-dichiarazione inviata questa mattina al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, la Chief executive che amministra Hong Kong delegata da Pechino, Carrie Lam, ha affermato che i crimini ai sensi della nuova legge sarebbero stati chiaramente definiti e che verrà presa di mira solo una “piccola minoranza” di chi manifesta e ha manifestato (la normativa ha valore retroattivo) e non avrebbe minato l’autonomia di Hong Kong, aggiungendo: “Rispettiamo le differenze di opinione”. Ma sembrano logiche dichiarazioni di circostanza: il tedesco Norbert Röttgen, presidente della Commissione Esteri del Bundestag e candidato leader della CDU post-Merkel, uno tra i politici nazionali più influenti in Europa in questo momento, ha detto che il voto segna la fine del “un paese due sistemi”. “A Bruxelles — aggiunge Le Corre — la questione hongkonghese è stata menzionata dai leader la scorsa settimana e la vedo come un aspetto inconciliabile tra la Cina e Ue” (lo studioso ha affrontato il tema in un’analisi per l’Ispi). Il presidente del Consiglio dell’Unione Europea, Charles Michel, ha dichiarato oggi: “Deploriamo la decisione”.

Ma c’è, a questo punto, qualcosa che Stati Uniti ed Europa — ossia quello che abbiamo sempre definito “Occidente”, modello di ispirazione anche per molti dei manifestanti pro-democrazia di Hong Kong —  possano ancora fare? “Ci sono cose: alcune sono solo limitazioni al danno, come l’offerta del Regno Unito di accogliere i titolari di passaporto British National (Overseas); poi potrebbero revocare elementi dello status speciale di Hong Kong e inoltre ci sono varie forme di sanzioni che ridurrebbero ulteriormente la possibilità per Hong Kong di funzionare come centro di raccolta fondi per la Cina, oltre a prendere di mira individui specifici coinvolti nel processo”, spiega Small. E Pechino tornerà indietro? “Realisticamente nulla di tutto ciò farà rientrare Pechino — aggiunge — ma renderà il prezzo delle sue azioni più costoso e potenzialmente scoraggerà altre manovre simili. Sarà difficile convincere l‘Ue a sottoscrivere questo processo, ma è chiaramente la strada che gli Stati Uniti stanno percorrendo”.

Per Fontaine, “una cosa che vorrei vedere è una categoria speciale di visti per l’immigrazione per Hong Kong altamente qualificati. Gli Stati Uniti e l’Europa potrebbero creare un programma (tipo dei Visa HK1) che consentirebbe a un certo numero di cittadini di Hong Kong di emigrare se lo desiderano. Ciò migliorerebbe la competitività delle nostre economie, permetterebbe alle persone di Hong Kong di vote with their feet (fare le proprie scelte, ndr) e invierebbe un messaggio a Pechino che la limitazione dei diritti ha dei costi”.

ultima modifica: 2020-06-30T12:50:01+00:00 da Emanuele Rossi

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