Intervista con Lucio Malan, senatore di Forza Italia e co-chair italiano dell’Alleanza interparlamentare sulla Cina: “Dobbiamo difenderci dalla pervasività del comunismo cinese. Alcuni colleghi mi hanno riferito che l’ambasciatore cinese parla male di me…”

L’Alleanza interparlamentare sulla Cina è un gruppo internazionale di legislatori interpartitici che lavorano per una riforma dell’approccio dei Paesi democratici nei confronti della Repubblica popolare cinese. L’Ipac (la sigla della denominazione in inglese Inter-Parliamentary Alliance on China) è composto da parlamentari e legislatori da tutto il mondo ed è guidato da un gruppo di co-chair, che sono politici di alto livello tratti da una sezione rappresentativa dei principali partiti politici del mondo. Lo scopo di questa alleanza è molto chiaro, ovvero contenere l’aggressiva proiezione dal Partito comunista cinese nel mondo. Abbiamo intervistato il senatore Lucio Malan, recentemente nominato co-chair per l’Italia dell’Ipac insieme al senatore Roberto Rampi.

Senatore Malan, l’Alleanza interparlamentare sulla Cina è un gruppo internazionale di legislatori interpartitici che lavorano alla riforma dell’approccio dei Paesi democratici alla Cina. Quali sono gli obiettivi, nello specifico che il gruppo si propone?

Possiamo riassumere così gli obiettivi principali: salvaguardare il diritto internazionale, sostenere i diritti umani e promuovere la reciprocità e il commercio equo. Non ci può essere commercio equo quando c’è una dittatura che impone la cancellazione di qualsiasi diritto sia per i lavoratori sia per le aziende. Questo avviene non solo all’interno dei confini cinesi ma anche all’estero. L’esempio sotto gli occhi di tutti è quello del progetto della Via della Seta. Di fronte a un Paese come la Repubblica popolare cinese che ha una enorme spesa militare e per ogni tipo di “relazioni esterne”, bisogna necessariamente attivare dei meccanismi di difesa. Ossia bisogna difendere la sovranità del nostro Paese, e non mi riferisco al cosiddetto sovranismo ma alla necessità di difenderci dalla pervasività del comunismo cinese.

Proteggere l’integrità nazionale. Come si può proteggere la sovranità dei Paesi in via di sviluppo?

Se non si prende coscienza dell’azione cinese ci saranno delle grandi ripercussioni dal lato economico. Spesso consideriamo l’economia dei Paesi in via di sviluppo, penso soprattutto all’Africa, come qualcosa di scollegato dal nostro sistema economico. Ma ormai l’economia globale è strettamente interconnessa e il neocolonialismo cinese in Africa e altrove ha degli effetti anche sulla nostra economia.

La sfida tra Stati Uniti e Repubblica popolare cinese si configura chiaramente come uno scontro, diverso dalla dimensione della guerra fredda, ma comunque sempre più lontano dall’idea di competizione. L’Europa può continuare ad evitare di prendere delle posizioni chiare?

No, l’Europa decisamente non può più evitare di prendere delle decisioni chiare al riguardo. L’Europa deve continuare a difendere i propri interessi, che spesso coincidono con quelli degli Stati Uniti ma talvolta differiscono. Deve però essere chiaro che bisogna opporre una resistenza all’azione, in così tanti Paesi del mondo, di un regime dittatoriale come quello cinese. Possiamo concordare o no su molti aspetti della politica statunitense ma dobbiamo rimanere saldi nel riconoscere che un sistema democratico è sempre, in tutti i casi, preferibile a un regime dittatoriale. La democrazia è sempre vincente, almeno nel medio termine. È bene ricordarlo sempre. Negli ultimi tempi lo si dimentica, o dandola per scontata o puntando tutto sulle necessità economiche o sulla stabilità politica. Ma la democrazia rimane la cornice fondamentale in cui dobbiamo muoverci. Il caso della pandemia Covid-19 è esemplare. Molti si ostinano a pensare che i regimi dittatoriali siano i più adatti a fronteggiare le emergenze. Ma anche l’Italia, un sistema pienamente democratico, ha saputo agire in maniera decisa. Invece, proprio in Cina, la mancanza di trasparenza ha favorito la diffusione del virus in tutto il mondo.

Formiche.net ha riportato come Chen Weihua, il corrispondente da Bruxelles dell’organo di Pechino China Daily abbia parlato di “un gruppo di pagliacci guidati da Little Marco”. Ci sono state reazioni all’interno delle Camera o nelle stanze della politica rispetto all’adesione alla sua adesione all’Ipac? Quanto è veramente forte la lobby cinese in Italia, durante la sua attività politica ha riscontrato degli ostacoli? Si tratta di censura preventiva, come spesso avviene negli ambienti accademici o ci sono delle vere e proprie ritorsioni?

Da parte dei colleghi ho ricevuto molta solidarietà, tanti parlamentari si sono detti pronti a collaborare sul tema sia all’interno del gruppo sia a sostegno di singole iniziative. Rispetto alla mia attività volta al bilanciamento dei rapporti dell’Italia con la Repubblica popolare cinese non ho mai incontrato degli ostacoli palesi. Mi hanno riferito molti colleghi che l’ambasciatore della Repubblica popolare cinese mi cita negativamente durante i suoi incontri con i membri delle istituzioni italiane. L’attenzione dell’ambasciatore cinese è dovuta al mio ruolo di presidente del gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan e non mi sembra una modalità consona a un diplomatico. Tuttavia, a parte questi episodi non ho mai riscontrato alcun tipo di problema. Il grande ostacolo sono le censure preventive: è molto difficile parlare della Repubblica popolare cinese. Soprattutto è difficile essere ascoltati quando si parla di Cina. Guardiamo per esempio al caso di George Floyd, un singolo atto barbaro da parte di una polizia locale che ha scatenato devastazioni e rivolte. Proteste negli Stati Uniti e in Europa, ovunque persone che si inginocchiano, monumenti distrutti. Ma per le decine di migliaia di persone che manifestano ad Hong Kong nessuno si mobilita. Davanti alle violenze della polizia di Hong Kong, alla minaccia di invasione di Taiwan — un Paese che non è mai stato sotto il controllo della Repubblica popolare cinese — non osserviamo lo stesso tipo di mobilitazione.

Taiwan, una nazione a lei cara. Da anni è il presidente del gruppo Interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan. Cosa ci può insegnare l’esperienza della democrazia taiwanese?

La democrazia taiwanese ci insegna che contrariamente ad alcune affermazioni, venate di razzismo, il sistema democratico è assolutamente compatibile con la cultura cinese. Taiwan è un pugno nell’occhio a tutti i sostenitori dell’impossibilità di una democrazia in Cina. Taiwan ha dimostrato di saper fronteggiare in maniera esemplare la pandemia Covid-19, i numeri taiwanesi sono incredibili. Taipei ha prevenuto la diffusione del virus nonostante i continui scambi con la Repubblica popolare cinese e l’esclusione dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Taiwan nonostante debba continuamente fronteggiare la minaccia cinese, nonostante debba dotarsi di un forte sistema di difesa è un Paese con una fiorente economia. Un Paese democratico di cultura cinese dove le libertà civili sono rispettate.

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