Con un intervento su Formiche.net Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Luigi Einaudi (Fle), invita al dibattito sul sistema elettorale italiano. "La Fle è pronta a dare il suo contributo di idee e a confrontarsi con altre scuole di pensiero per trovare la soluzione migliore e, a nostro avviso, indifferibile per le istituzioni del Paese"

Sembra riavviarsi, dopo una lunga pausa, il dibattito tra le forze politiche sulla legge elettorale. Raramente parole sono state più chiare e nette di quelle pronunciate nel corso di un’intervista al Corriere della Sera dal vice segretario del Pd Andrea Orlando: “Il bipolarismo non riflette più la complessità dei diversi campi politici, quindi è bene che ognuno sia messo nelle condizioni di esprimere fino in fondo il suo punto di vista per poi costruire delle coalizioni sulla base di programmi dopo il voto”.

E buonanotte ai suonatori della grancassa del maggioritario.  A coloro che ad ogni elezione ci spiegano come la sera del voto sia necessario sapere chi ha vinto. Il proporzionale, quel sistema che preannuncia Orlando, altro non è che la prosecuzione e magari l’aggiornamento dell’attuale sistema parlamentare italiano, per cui i governi si formano in Parlamento e lì eventualmente cadono e si ricostituiscono anche nel corso della stessa legislatura.

Non c’è nessuno premier eletto dal popolo. Il presidente del Consiglio è espressione della coalizione di partiti che troverà la maggioranza in Parlamento. Non c’è niente di scandaloso, non va certo demonizzata la proposta proveniente dal Pd. Può piacere o non piacere, ma bisogna analizzare la futura proposta, comprendere quali sarebbero le conseguenze e, se possibile, dare consigli per una soluzione più opportuna nell’interesse del Paese.

Qui si chiude la prima parte della questione relativa alla legge elettorale, la meno importante.

Personalmente propenderei tendenzialmente per un sistema elettorale, su cui già si espresse Luigi Einaudi, di piccoli collegi uninominali in cui con il sistema maggioritario secco ad un turno si elegge il parlamentare di quel collegio. Tale sistema avrebbe il vantaggio di rapportare strettamente l’eletto all’elettore e di migliorare sensibilmente la qualità della nostra classe politica. Dove infatti il cittadino elettore si reca alle urne e conosce, magari direttamente, il candidato da votare potrà meglio sindacare la qualità dell’eletto.

Ma la legge elettorale non è un piatto che ciascuno cucina a suo piacimento e poiché ormai pare evidente come con l’attuale composizione del Parlamento italiano ci si muova rapidamente verso un sistema proporzionale quale quello delineato da Orlando, allora senza speciose polemiche vorrei affrontare i nodi cruciali relativi a quel sistema e non solo.

Anche i più raffinati politologi continuano ad illustrare, secondo le proprie preferenze, le magnifiche e spesso immaginifiche virtù dei vari sistemi elettorali: proporzionali, maggioritari o misti. Ma nessuno o quasi si sofferma sull’altra metà del cielo. Infatti, si tende ad ignorare e a non voler considerare come fondamentale la differenza tra sistema elettorale con relativa attribuzione del numero di seggi assegnati ad ogni lista concorrente e meccanismo di ripartizione di quei seggi ad ogni lista sul territorio.

Proporzionale, maggioritario, ecc. è il sistema elettorale. Uninominale, plurinominale, con preferenze, ecc. è il meccanismo di ripartizione dei seggi in un sistema dato.

Se il sistema dato sarà quello di una legge elettorale proporzionale, risulterà pressoché inevitabile comporre un governo, votato dal Parlamento che si andrà a costituire, che rispecchi la rappresentanza delle singole forze politiche. E diventerà cruciale per la stessa democrazia il meccanismo di attribuzione e ripartizione di quei seggi ai partiti. Questo è lo snodo vero, il punto che va approfondito.

Il meccanismo di attribuzione e ripartizione si lega strettamente alla questione della selezione della nostra classe politica, tema su cui tanto ci si è molto soffermati in questi anni. Quella selezionata da un leader, magari già di per sé abbastanza incapace e dunque propenso a scegliere in chiave conservativa chi è ancor meno capace di lui, sarà una classe politica inevitabilmente mediocre. Insomma, se il parlamentare se lo sceglie il capo partito, il prescelto sarà sempre il più fedele dei suoi uomini, non certo il più capace, e magari indipendente, di quel partito politico.

Cosa succedeva nel sistema proporzionale vigente nella prima Repubblica?

Nella singola circoscrizione elettorale venivano presentate le liste di ogni partito e lì veniva assegnata, oltre che il voto al partito, la preferenza o per meglio dire le preferenze (perché per lunghi anni si è trattato di preferenze multiple) ai candidati di quel partito. Mi rendo conto delle storture che quel sistema ha potuto creare: campagne elettorali costose; in alcune zone del Paese candidati appoggiati e poi controllati dalla criminalità organizzata; corruzione, né superiore né inferiore a quella conosciuta negli anni successivi, ma sicuramente significativa, in quanto i candidati avevano necessità di disporre di ingenti somme nel corso della campagna elettorale per combattere i propri competitor che erano anche i compagni di lista.

Ma sarebbe inaccettabile non voler vedere anche i lati positivi di quel sistema. Intanto si formarono, anche all’interno dei singoli partiti, delle cordate fondate spesso su una reale identità di vedute. L’elettore riusciva ad individuare il candidato a lui più vicino e si finiva spesso per eleggere uomini politici mediamente più capaci e competenti di quelli visti negli anni successivi. Quel sistema, al di là del bilanciamento dei pro e dei contro, fu poi superato all’alba della seconda Repubblica. Si è instaurato un micidiale meccanismo caratterizzato non tanto da un sistema elettorale maggioritario, quanto da un meccanismo di ripartizione dei seggi che potesse consentire sempre di più al capopartito di rendere non scalfibile la propria leadership, attraverso la selezione verso il basso dei parlamentari.

L’invito che rivolgo allora è quello di soffermarsi maggiormente sul meccanismo di ripartizione territoriale dei seggi, piuttosto che esclusivamente sul sistema elettorale.

Intanto manteniamo un Parlamento nella pienezza dei suoi poteri e nella completezza della sua composizione così come voluta dai padri costituenti, respingendo con l’imminente referendum costituzionale il tentativo di tagliare democrazia attraverso il taglio lineare, insensato e del tutto inutile, di un terzo dei parlamentari. Affrontiamo quindi il problema cruciale della selezione della classe politica privilegiando la scelta del cittadino elettore rispetto alla imposizione del parlamentare da parte delle segreterie di partito. Tema ancor più attuale oggi, con partiti dalla vita democratica interna pressoché inesistente, caratterizzati da leader o, addirittura, in alcuni casi da registi esterni, che spesso agiscono nell’ombra, scegliendo persone facilmente manovrabili e sostituibili.

Così facendo tanti incompetenti resteranno a svolgere il loro mestiere originario (o in alternativa si godranno il Reddito di cittadinanza o, a secondo dell’età, quota 100), senza reinventarsi politici improbabili, talvolta al limite del ridicolo.

La Fondazione Luigi Einaudi è pronta a dare il suo contributo di idee e a confrontarsi con altre scuole di pensiero per trovare la soluzione migliore e, a nostro avviso, indifferibile per le istituzioni del Paese.

Augurandoci che questa volta, in barba alla Convenzione di Venezia, alle regole di una democrazia funzionante e anche al buon senso, non si aspetti al solito l’ultimo anno o magari l’ultimo semestre di legislatura per varare una nuova legge elettorale. Con il retropensiero mal dissimulato di ogni cattivo politico che, una volta approvata la nuova legge, le lancette dell’orologio elettorale si mettono in moto e non si fermano più.

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