Cambiamo! Il giovane Bergoglio che prefigura Francesco. La lettura di Cristiano

Cambiamo! Il giovane Bergoglio che prefigura Francesco. La lettura di Cristiano
L'ultimo libro del Santo Padre, composto di testi scritti negli anni Ottanta e curato da padre Antonio Spadaro

“Cambiamo!” È l’ultimo libro di Jorge Mario Bergoglio, composto di testi scritti negli anni Ottanta e ora nelle librerie italiane grazie alla casa editrice Solferino e al curatore, padre Antonio Spadaro. L’opera ripropone testi che vanno indietro nel tempo, a prima di quello che potrebbe essere considerato il secondo turning point nella vita di Jorge Mario Bergoglio, che scelse il seminario a ventidue anni. Cominciò così un cammino che già negli Ottanta lo portò ad essere rettore del Colegio Máximo, e che sarà seguito dal periodo di buio che lo vide, proprio dopo la stesura di questi testi, rimosso dall’incarico di rettore e inviato in Germania a proseguire gli studi teologici e quindi come confessore a Cordoba. Siamo dunque, se così vogliamo dire, all’apice del secondo Bergoglio, che nel testo si rivolge ai suoi gesuiti.

Per guidarci alla lettura padre Antonio Spadaro sottolinea subito che l’ansia di cambiamento nel mondo è evidente a tutti. “È chiaro che dobbiamo anche comprendere che cosa abbiamo sbagliato”, e non sembra poco, aggiungo, visto che le ferite del mondo diventano piaghe eppure abbiamo le invenzioni e le risorse per curarle tutte. E allora? Allora padre Spadaro apre la sua introduzione alla lettura con questa citazione: “La nostra vita rischia essere una specie di aquilone senza cielo”. Cosa vuol dire? E cosa significa in ordine al cambiamento necessario oggi? Nel testo si parte dal senso cristiano della vita: “La vita, per essere vera vita, deve necessariamente racchiudere il germe della morte: il grano di frumento che si lascia sotterrare e disfare per dare frutto”. Qui sembra emergere una prima indicazione, una prima risposta a questa ansia di cambiamento. Il senso cristiano della vita indicato è una risposta molto difficile, ardua, ma ci indica l’importanza di un orizzonte, di un cielo che forse abbiamo accettato di perdere di vista in questa epoca post-ideologica che non diventa mai neo, o pre, ma rimane soltanto post. È così che i nostri aquiloni non trovano fili?

Le risposte che oggi sentiamo sulle difficoltà del presente si intrecciano facilmente all’idea di una lotta, di una guerra, di un combattimento. Queste idee sono molto presenti nello stile espositivo e narrativo di Bergoglio, che ne parla già in pagine relative all’esame di coscienza del gesuita. Ma a differenza dei tanti che teorizzano le lotte e combattimenti di oggi Bergoglio ci fa capire subito che la lotta tra bene e male esiste, ma è dentro di noi, non tra i buoni e i cattivi. Il buon seme, questo oggi può essere occultato ma è abbastanza noto, cresce con la zizzania. E così colpisce il modo in cui già allora, soffermandosi sui pericoli, diede grande risalto all’ipocrisia. Non è stato il primo, ovviamente, gli esempi di Gesù alle prese con l’ipocrisia sono noti, ma è una prima indicazione che ciò che scriveva negli anni Ottanta vale e che poi lo avremmo ritrovato in Papa Francesco. L’ipocrisia è rimasta per lui una malattia che ci richiede speciale attenzione. Qui siamo ancora nel tracciato proprio di una corretta lettura di Sant’Ignazio visto che citandolo si afferma che dall’ipocrisia derivano vanità e superbia. Ma il rilievo dato a questo, e alla necessità di riconoscerci peccatori, costituisce il primo tratto di una personalità che è rimasta tale. Francesco sovente innervosisce alcuni ambienti di buoni cattolici poco inclini a riconoscersi peccatori. E quando lo fa anteponendo l’esame di coscienza alla critica arriva a toccare, credo, l’ipocrisia. Questa per me è la prima indicazione di una continuità, di una linea di sviluppo che dal libro emerge e ci aiuta a capire alcuni elementi dell’oggi: c’è un bisogno di liberarsi dall’ipocrisia per trovare la strada del cambiamento che si avverte necessario. E c’è un collegamento tra il Bergoglio di allora e quello di oggi.

Un’altra parola presente in questi testi degli anni Ottanta ci richiama a Francesco e ci consente di capire un altro terreno “indisponibile”: avviare processi. Per Bergoglio, questo è chiarissimo leggendo quanto scriveva già allora. Ma c’è un collegamento molto importante che si può fare. Quando da papa scriverà che “il tempo è superiore allo spazio” ha dunque espresso qualcosa che sente così profondamente da consentirci di credere che ormai su questo non cambierà, ma leggendo si può pensare che sia così perché questa visione parte da come lui immagina una corretta conoscenza di sé. In queste pagine Bergoglio parla di “camminare nella speranza”, o ancora di “recupero del passato, apertura verso il futuro”. La fede, avverte, non è statica, non può essere statica, perché altrimenti penserebbe di poter gestire Dio, rinunciando alla sorpresa di Dio. E qual era il rischio che indicava a chi non sapesse fare questo? Eccolo: “Cadono nel meccanismo del propositi rigidi, delle posizioni dogmatiche, si chiudono”. Dunque qui ritroviamo le origini di un pensiero che ancora oggi decide e che collega punti fondamentali per il cambiamento: personale, strutturale, sociale, ecclesiale. Una parte significativa del suo pontificato ruota attorno all’abbandono del pensiero rigido, delle chiusure dogmatiche, come a mio modo di vedere quel profondo bisogno di cambiamento che chiede di essere accompagnato in questo nostro tempo presente.

La visione bergogliana contempla come tutti sanno anche la proposta, e la principale è a quella della Chiesa in uscita. I termini impiegati allora sono diversi da quelli che usa oggi, è evidente. Ma la Chiesa di Jorge Mario Bergoglio era già allora una Chiesa in uscita: “La nostra vocazione ci vuole pastori di grandi greggi e non ‘pettinatori’ eccellenti di poche pecore selezionate”. Impossibile equivocare, è la Chiesa in uscita, che una volta uscita diventerà naturalmente ospedale da campo: “Sarà meglio che il giorno del Signore ci trovi segnati da ferite da guerra per essere stati al fronte”. Ecco il libro di lotta, di combattimento di cui si diceva. È un bel combattimento che oppone la sua visione a quella che cancella Dio. Qui leggendo letteralmente qualche identitarista troverà conforto, ma il fronte di cui parla, per me, è quello dell’amore, non quello dell’odio. E l’odio è il problema che sottostà all’urgenza di cambiamento di oggi, che ha bisogno di buoni maestri.

Restando alla duplice chiave di lettura scelta, quella dell’attualità e quella della continuità tra il Bergoglio di allora e quello di oggi, emerge da questo libro un altro terreno importante, quello della visione antinomica. Non sono paroloni respingenti, è semplicemente l’idea che gli opposti sono come i poli, positivo e negativo, si richiedono. In questo libro però il professor Bergoglio respingendo la contrapposizione ideologica destra-sinistra, respinge anche il centrismo, il radicalismo di centro. Il pensiero ha le sue caratteristiche, ma Bergoglio nella sua azione parte dalla realtà delle persone, non delle idee. Il pensiero antinomico lo aiuta quindi ad accettare le opposizioni perché invita a salire ad un altro livello per trovare altrove, non in mezzo, la necessaria sintesi, tra polarità necessarie. Qui scrivo banalizzando, con parole mie, ma è chiara già allora l’influenza di Romano Guardini, un autore molto caro a Bergoglio e a Papa Francesco. Questa visione polare non è neutra, fa i conti con le ambiguità della vita, con i suoi grigi, ma in una prospettiva di radicalità evangelica. Il rettore Bergoglio ricorreva già allora e più volte a una frase di cui non cita l’autore, “tutto per il popolo, nulla con il popolo”. È il dispotismo illuminato di cui parlò con questa frase Voltaire, ma Bergoglio non lo cita mai, perché non è andare contro Voltaire quel che gli interessa, ma indicare che occorre stare accanto, condividere. Il popolo, un tema centrale nella sua visione… forse anche nella sua visione di sinodalità. Ma trovare quella frase citata più volte senza mai la specifica di chi l’abbia pronunciata mi è parso radicalmente evangelico. Mettersi nella discussione su Voltaire comporterebbe discutere della sua polemica con Rousseau, ma anche delle proprietà clericali del tempo. Fatti contingenti, quel che resta è una visione dispotica e “illuminata”, calata dall’alto. E anche in questo io vedo una grande attualità.

 

Ci sono qui delle idee che indicano i presupposti di una visione che oggi si manifesta, ma c’è anche altro. Quella che indica in questo scritto per i gesuiti Jorge Mario Bergoglio è una strada molto ardua, difficilmente pensabile come modello sociale, e che mi ha ricordato quella indicata da un altro gesuita, padre Alfonso Nicolás, in un testo postumo e sempre rivolto ai gesuiti pubblicato pochi giorni fa. Le esigenze che entrambi pongono partono da un totale centramento su Gesù. Noi, intesi come normale società civile, qui non poteremmo arrivare e infatti sono scritti per la Compagnia di Gesù, ma postulano entrambi di capire che il mondo non è in bianco e nero, e questo forse è il primo cambiamento che servirebbe alle nostre società per cambiare in modo da non separare ma rispondere al bisogno di cambiamento. Il modello personale proposto, come accennato, chiede tantissimo, già nei titoli: svuotamento di sé, rinuncia, accusare se stessi. Su questo accusare se stessi il libro di Bergoglio contiene delle richieste davvero sorprendenti, che però seguendolo nel suo operare da pontefice vengono alla mente come ricercate davvero: “ogni volta che entro in un carcere mi chiedo perché loro e non io.” Saperci pensare, invece di pensare sempre e solo alla certezza della pena, ci aiuterebbe in un altro cambiamento.

Queste sono alcune considerazioni che una lettura “veloce” di questo libro mi hanno consentito e diviene più facile capire che un uomo formato così sia arrivato a scrivere ad altri gesuiti che loro devono essere guidati da “inquietudine, incompletezza, immaginazione”. Quella incompletezza si capisce con le pagine sulla sorpresa di Dio: come potrà farsi sorprendere chi ha un pensiero già completo? Ma è l’inquietudine il motore che deve guidare questo modo di vedere e pensare, perché solo l’inquietudine sa dare pace a chi procede così. Così mi è parso interessante pensare che nell’esperienza di Bergoglio il pontificato abbia significato oltre alla fedeltà a questi suoi tratti magari approfonditi anche una maggiore necessità di rivolgersi maggiormente o ulteriormente all’altro. Tutto sommato la vita lo ha portato a diventare costruttori di ponti. È un’impressione confermata da un altro libro curato da padre Spadaro sui testi del Bergoglio arcivescovo di Buenos Aires, che forse con questo e con Evangelii Gaudium costituiscono un trittico, consentono di vedere un cammino. Il linguaggio e lo stile seguono.

ultima modifica: 2020-06-27T15:12:04+00:00 da Riccardo Cristiano

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