Mediterraneo allargato e non solo. Ecco la mappa delle missioni militari italiane

Mediterraneo allargato e non solo. Ecco la mappa delle missioni militari italiane
Libia e Sahel, Afghanistan e Iraq, Libano e Balcani. Il punto sulle missioni italiane di Matteo Bressan, analista presso la Nato Defense College Foundation, docente di Relazioni internazionali e studi strategici presso la Lumsa: “È necessaria una Grand Strategy, affinché lo strumento militare sostenga sempre di più l’azione diplomatica complessiva”

Il trend delle missioni militari nel 2020, emerso nel corso dell’audizione del ministro della Difesa Lorenzo Guerini e del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, vede la regione del “Mediterraneo allargato” confermarsi come principale fulcro dell’azione italiana. Come illustrato dal ministro Guerini, “l’impegno militare nazionale per il 2020 andrà ad operare in sinergia con l’azione diplomatica e di cooperazione internazionale del dicastero degli Affari esteri, in aderenza ad un approccio multidimensionale alla risoluzione delle crisi, che vede nella dimensione militare uno strumento complementare agli ambiti del dialogo e della cooperazione”.

L’azione italiana si articola, come ricordato dal ministro della Difesa, da un lato nella necessità di  “prevenire le principali minacce alla nostra sicurezza nazionale e, dall’altro, di sostenere gli interessi e il ruolo del Paese nello scenario internazionale, operando nell’ambito delle organizzazioni internazionali di riferimento”. Alla luce delle continuità tracciata nel mantenimento degli impegni in Afghanistan, Libano e Kosovo, emerge la volontà di proporsi alla guida della missione Nato in Iraq a partire dal 2021. Una valutazione che si fonda sia sulla riconosciuta competenza italiana nelle attività di formazione e addestramento, sia nella necessità di salvaguardare un partner strategico come l’Iraq che, come ha ricordato il ministro Guerini, è il primo fornitore di greggio dell’Italia. Sembra profilarsi quindi una strategia di avvicinamento tra Roma e Baghdad che, partendo dalla dimensione militare, potrebbe estendersi a diversi ambiti quali il dialogo  politico  e la cooperazione.

La seconda area che assume sempre più importanza per il nostro Paese è il Sahel dove, a causa delle  rivalità inter-etniche, inefficienza delle istituzioni, effetti dei cambiamenti climatici e precarietà socio-economica,  si sono affermati gruppi terroristici di matrice islamica e organizzazioni criminali transnazionali. Proprio le sconfitte territoriali dell’Isis in Siria e Iraq hanno trasformato alcune regioni dell’Africa come avamposti del Califfato, andandosi a sommare alle altre sigle della galassia di al Qaeda.

Come ricordato su queste colonne dal vice ministro degli Esteri Emanuela Del Re, “l’Italia fornisce un contributo crescente alla stabilizzazione del Sahel con un approccio multidimensionale, che prevede un costante dialogo politico, sostegno sul piano della sicurezza e dello sviluppo sostenibile”. Ecco perché l’adesione alla task force Takuba, nata su iniziativa francese, così come la conferma della missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger de ve rientrare in  una dimensione regionale e non limitata al singolo Paese, cercando nel contempo di coinvolgere sempre più l’Unione Europea in una sfida cruciale per la stabilità del Mediterraneo.

Ricordo inoltre che quest’area rientra a tutti gli effetti nel fianco Sud della Nato  che, come noto, racchiude uno spettro di molteplici sfide non sempre militari,  alle quali è necessario fornire risposte differenti. Il nostro Paese dovrebbe pertanto   sostenere a livello dell’Alleanza Atlantica un’azione sempre più incisiva affinché il fianco Sud sia percepito come un’area dove proiettare stabilità. In questa direzione si colloca la costituzione di un team di esperti a favore dei partner situati lungo il fianco sud dell’Alleanza, che richiedono collaborazione per l’addestramento, la consulenza e lo sviluppo di capacità nell’ambito della sicurezza e della difesa del territorio. Un contributo di cui ad oggi beneficiano Algeria, Tunisia, Marocco, Mauritania, Emirati Arabi e Qatar e che, qualora le condizioni lo consentissero e la Nato si esprimesse in tal senso, potrebbe estendersi anche alla Libia.

Proprio in Libia, il nostro Paese conferma la sua presenza sul terreno, evidenza la necessità di rafforzare le capacità operative della missione Irini e continua lo sforzo diplomatico nei confronti di tutte le potenze coinvolte in un dossier che sta profondamente alternando le dinamiche e gli equilibri del Mediterraneo. Un conflitto, quello libico, profondamente mutato nel corso degli anni e rispetto al quale, per lungo tempo, il dibattito politico italiano ha intravisto  in misura eccessivamente preponderante  la dimensione umanitaria legata ai flussi migratori, sottacendo spesso le dinamiche securitarie ed energetiche,  perdendo  così  di vista l e  basilari logiche di deterrenza e interessi nazionali,  essenziali e non derogabili nelle relazioni internazionali.

A conferma di una crescita e di un tendenziale aumento delle missioni bilaterali e delle iniziative tese alla tutela degli interessi nazionali , frutto del lavoro e dell’esperienza maturata  nelle organizzazioni internazionali di riferimento, va annoverata la nuova missione di presenza e sorveglianza marittima nel Golfo di Guinea a tutela degli interessi energetici e commerciali, soprattutto  in relazione all’incidenza della pirateria marittima. Infine, proprio alla luce della complessità e della molteplicità che l’attuale scenario internazionale presenta, si rende sempre più necessaria l’adozione di una Grand Strategy, evocata spesso da autorevoli think tank e accademici, affinché lo strumento militare sostenga sempre di più l’azione complessiva di diplomazia del Paese.

ultima modifica: 2020-06-27T13:00:13+00:00 da Matteo Bressan

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: