Non sarà guerra, ma nemmeno pace. Lo scontro fra India e Cina al confine, spiega a Formiche.net Akhil Bery di Eurasia Group, rientra in una partita ormai non solo regionale. Pechino vincerebbe un conflitto armato, ma dietro l'India c'è una coalizione di Stati sempre più insofferente verso il Dragone

Ci sono due letture possibili per capire quanto in là si spingerà l’onda d’urto dell’incidente che al confine fra Cina e India, a seguito di uno scontro delle due rispettive pattuglie militari, ha lasciato a terra, morti, venti soldati indiani. Il caso in sé non esploderà in un conflitto armato, spiega a Formiche.net Bery Akhil, responsabile per India, Pakistan e Sri Lanka di Eurasia Group. Ma come in ogni scontro geopolitico che si rispetti, c’è una bigger picture di cui tenere conto.

È davvero un episodio senza precedenti?

Su questo non ci sono dubbi. Ci sono fattori che hanno facilitato lo scontro. Si tratta di un territorio inospitale, dove ogni anno si verificano incidenti fra truppe indiane e cinesi in questa stagione. Le temperature si alzano, e le manovre e le esercitazioni militari al confine, insostenibili in autunno e inverno, riprendono. Qui però parliamo di venti morti indiani, peraltro di una morte violentissima. È l’incidente più grave dalla guerra al confine del 1962. L’ultimo caso simile risale al 1975, e comunque non è paragonabile.

Si rischia uno scontro armato?

Entrambe le parti stanno lavorando a una situazione diplomatica. Questo giovedì si sono incontrati i rispettivi comandanti militari, così come si sono parati i due ministri degli Esteri. Certo, de-escalation non vuol dire pace. C’è anzi da aspettarsi un’accelerazione nella costruzione di infrastrutture al confine e un aumento di questo tipo di scontri, in un clima di crescente nazionalismo da entrambe le parti.

Oltre il singolo episodio, quali sono i carboni ardenti fra Pechino e Nuova Delhi?

Ci sono due punti principali. Il primo: l’India in questi anni ha continuato a costruire infrastrutture di confine. Su tutte, la più spinosa è l’autostrada Srinagar-Leh che ha ridotto i viaggi transfrontalieri da 16 ore a 12, seguita da un’altra autostrada di 255 chilometri (La Dsbdo, ndr) che attraversa la regione di Ladakh. Il secondo: la modifica dell’articolo 370 della Costituzione indiana con cui l’anno scorso Modi ha sospeso l’indipendenza del Kashmir e di Ladakh. Una parte di quest’ultima regione è stata ceduta anni fa dal Pakistan alla Cina, che ha visto la modifica dell’articolo come un’aggressione.

Il Pakistan interverrà nello scontro?

Per il momento ne resterà fuori, come peraltro già annunciato dal governo di Islamabad. Il motivo è semplice: non può permettersi di fare altro. L’economia è in grave contrazione, la più seria in 15 anni, e il Paese è finito nel mirino del Fondo monetario internazionale. A questo si aggiunge la Fatf (Financial action task force) che ha da poco comminato sanzioni al Pakistan.

Se dovesse scoppiare una guerra fra Cina e India, chi la vincerebbe?

La Cina, di gran lunga, e l’India lo riconosce apertamente. D’altronde parlano i numeri: l’India spende poco più del 2% del Pil in spese per la Difesa, la Cina il 6%. Le risorse economiche e militari cinesi superano di molto quelle indiane.

Ma entrambi i Paesi hanno l’atomica.

È vero, ma il fattore nucleare, più volte emerso nel conflitto fra India e Pakistan, non entrerà nello scontro con Pechino.

Un terreno di scontro fra le due potenze è la Belt and Road Initiative (Bri), la nuova Via della Seta di Xi Jinping che non entusiasma gli indiani…

L’India è stato uno dei più vocali oppositori della Bri, e al contempo la destinataria di una quota significativa di investimenti cinesi. Ci sono settori dell’economia indiana che dipendono quasi interamente da Pechino, alcuni unicorni tech hanno legami consolidati, come la società di e-commerce Paytm. Detto questo, negli ultimi mesi il governo indiano ha considerevolmente aumentato lo scrutinio degli investimenti cinesi, sia dalla Mainland China, sia indirettamente da altri Paesi confinanti come Pakistan e Bangladesh. Nuova Dehli da tempo cerca di ridurre il deficit commerciale con la Cina e ora sta provando a trovare altre vie per alcuni mercati chiave, come quello dei chip.

Sullo sfondo c’è la Guerra Fredda fra Cina e Usa. È vero, come alcuni analisti sostengono, che Washington e Nuova Dehli si sono molto avvicinati?

Negli ultimi dieci anni i rapporti fra India e Usa sono cresciuti stabilmente, soprattutto nel settore della Difesa. Basti pensare che la vendita di armi dagli Stati Uniti in questo arco di tempo è cresciuta da zero a 18 miliardi di dollari, fino a farne il terzo fornitore. Ovviamente il confronto con la Cina accelera questo processo, Washington ha investito di più sulle alleanze regionali con India, Giappone e Australia.

Ci sono le condizioni per un’alleanza del Pacifico in chiave anti-cinese?

Forse non siamo ancora arrivati a tanto, ma la direzione sembra questa. Il numero dei Paesi nel Pacifico che ha un conto in sospeso con Pechino aumenta, di continuo. E aumenteranno contestualmente i tentativi di unire le forze.

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