Conversazione con il direttore di Repubblica. Fra Cina e Stati Uniti è in corso una Guerra Fredda molto diversa da quella precedente. A Hong Kong Xi non può permettersi una nuova Tienanmen. Dal 5G all'Ia, così la Città Proibita cerca il suo momento Sputnik. Usa2020? I democratici potrebbero giocare la carta Andrew Cuomo

“Non credo che la Cina possa permettersi una nuova Tienanmen”. Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, già direttore de La Stampa e a lungo inviato negli Stati Uniti e in Israele, ne è convinto. Il presidente Xi Jinping non supererà una linea rossa a Hong Kong, semplicemente perché, ora, non può permetterselo. Certo, altrove, il governo cinese ha già varcato linee rosse impensabili fino a pochi anni fa. Nella corsa al 5G e all’Intelligenza artificiale, ad esempio. È una nuova Guerra Fredda, ma molto diversa da quella precedente, spiega in questa conversazione con Formiche.net. L’ “Assedio” all’Occidente al centro dell’ultimo libro di Molinari (“Assedio all’Occidente”, Nave di Teseo) ha trovato spesso impreparati, o in ritardo, gli Stati Uniti. Molto si deciderà alle presidenziali di novembre. Una sfida decisiva, che potrebbe veder emergere un terzo contendente.

Direttore, adesso anche la Cina parla di Guerra Fredda.

Credo che il termine sia appropriato, anche se parliamo di una Guerra Fredda molto diversa da quella precedente.

In cosa?

La prima contrapponeva due potenze che volevano imporre sull’altra il proprio sistema ideologico. Cina e Stati Uniti non vogliono farlo. Sono invece impegnate in una sfida per guidare i nuovi equilibri post-globalizzazione.

Dove si gioca questa sfida?

Sugli scambi commerciali, e sullo sviluppo delle nuove tecnologie, in particolare dell’Intelligenza artificiale (Ia). Certo, ci sono retaggi del ventesimo secolo, come alcune crisi regionali: in Corea la Cina sta con Pyongyang e gli Stati Uniti con Seul, a Taiwan stanno su fronti opposti. Ma la vera contesa è altrove: fra “Belt and Road Initiative” (Bri) e accordi commerciali promossi dall’amministrazione Usa, fra i laboratori Hi-tech delle città della costa cinese e quello della Silicon Valley californiana.

In un’intervista a Fox News, Trump ha parlato di decoupling dalla tecnologia cinese. Si può fare?

Sarei prudente a parlare di decoupling, perché significa che i due sistemi non interagiscono. È vero, uno dei risultati di questa Guerra Fredda è che non abbiamo più solamente una rete digitale, ne abbiamo due. La capacità della Cina di sorvegliare le comunicazioni digitali ne fa un sistema a sé. Una divisione dello spazio cibernetico non è ancora realtà, ma è un rischio sempre più concreto.

Qual è la vera posta in gioco?

Il confronto decisivo è imperniato intorno alla gestione dei dati. Chi ha la tecnologia più avanzata ha maggiori possibilità di vincere il duello per il loro controllo.

Chi sta vincendo?

In questo momento il governo cinese è avanti sullo sviluppo 5G e sull’Ia, gli Stati Uniti rincorrono. Il governo americano deve evitare che si crei un effetto Sputnik. Ovvero che, come con l’Urss nel 1957, si ritrovino obbligati a inseguire l’avversario. All’epoca servirono dodici anni per raggiungere e superare i russi, con lo sbarco sulla Luna. Oggi, nell’era digitale, aspettare dodici anni significa perdere in partenza.

Intanto lo scontro va avanti nei forum multilaterali. Dopo aver annunciato l’abbandono dell’Oms, Trump vuole sotterrare il G7 e inaugurare il G11. C’è una strategia?

La mossa di Trump nasce dal forfait di Angela Merkel, ma inaugura uno scenario interessante. Il presidente Usa immagina un forum internazionale con la Russia da un lato e con Australia, India e Corea del Sud dall’altra. Vuole mettere intorno a un tavolo i Paesi rivali della Cina e staccare Vladimir Putin da Pechino. L’architettura internazionale che ha in mente è costruita sul contenimento della Cina. Se il governo cinese attraverso la “Bri” punta a diventare protagonista della globalizzazione, il governo americano vuole progressivamente
isolarlo dal resto del mondo.

La stretta del governo cinese su Hong Kong ha ricevuto la condanna di una parte della comunità internazionale. Fino a dove si spingerà Xi?

C’è stata un’accelerazione, su questo non c’è dubbio. Sappiamo però che le proteste a Hong Kong vanno avanti da più di un anno, e la Cina finora ha mostrato contenimento. Vuole riportare l’ordine pubblico ma senza superare una linea rossa. L’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale è un campanello d’allarme, ma non credo che la Cina possa permettersi una nuova Tienanmen.

Perché?

L’ambizione cinese è governare la globalizzazione. Un intervento brutale a Hong Kong avrebbe conseguenze commerciali molto nocive. Questo spiega perché Xi si trovi in una situazione difficile. Deve ripristinare la credibilità del Paese all’indomani di una pandemia che ha posto un serio problema di immagine, per una grave carenza di sorveglianza e monitoraggio sanitario, ma per farlo deve riuscire a porre fine alle proteste di Hong Kong rinunciando all’uso della forza.

Molinari, a novembre potrebbe chiudersi l’era Trump. Chi è il favorito alle presidenziali?

Alla vigilia del Covid, Trump era favorito per la rielezione, grazie al buon andamento dell’economia. Adesso la crisi ha rivoluzionato lo scenario elettorale. Oggi la partita è molto aperta. Ma non dobbiamo dimenticare che in America le presidenziali sono un referendum fra due persone. Bisogna dunque chiedersi se i democratici abbiano presentato uno sfidante migliore del presidente.

La sua risposta?

Io credo che Joe Biden abbia una grande esperienza. Ma dopo una pandemia come quella in corso, forse non è il meglio che il Partito democratico possa presentare per sfidare Trump.

Chi allora?

Se i democratici virassero su Andrew Cuomo, il governatore di New York che ha gestito molto bene l’emergenza, avrebbero maggiore credibilità di fronte all’elettorato. Cambiare candidato alla vigilia della convention è difficile. Ma tecnicamente non è impossibile.

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