Intervista con Antonio Tajani, numero due di Forza Italia, dopo la decisione di Tim di escludere la cinese Huawei dalle gare 5G: “Il problema è il valore dei dati di cui possono impossessarsi”. Ma la partita è più ampia: “C’è una politica cinese invasiva”

Antonio Tajani, vicepresidente di Forza Italia e del Partito popolare europeo ed ex presidente del Parlamento europeo, l’aveva già detto qualche settimana fa in un’intervista con Formiche.net e l’ha ribadito anche oggi: “Mettere le mani sui dati è come mettere le mani sulla Banca d’Italia”

Tajani, ha letto che Tim ha deciso di escludere Huawei dalle gare 5G in Italia e in Brasile?

I dati sono un bene preziosissimo, hanno un valore sul mercato enorme. Dare la rete 5G in mani cinesi sarebbe come cedergli la Banca d’Italia: non possiamo farlo. Il problema è il valore dei dati di cui possono impossessarsi. Ma non c’è solo Huawei. C’è una politica cinese invasiva. Pensiamo al porto di Taranto e a quello di Trieste, per esempio.

Parlando di 5G, come vede la soluzione di un mercato europeo in cui far fiorire i fornitori tecnologici europei?

Bisognerebbe farlo ed è nostro interesse e nostro obiettivo.

Ma è possibile, anche alla luce della posizione della Germania che, come abbiamo raccontato su Formiche.net, ha rafforzato i suoi legami con Huawei attraverso Deutsche Telekom?

I tedeschi devono capire ciò che rappresenta, al di là degli interessi parziali del loro Paese, una presenza cinese così forte. È andato male anche l’ultimo incontro Ue-Cina, quindi…

Berlino è apparsa molto silenziosa su Hong Kong. Sembra sia per il timore della cancelliera Angela Merkel di ritorsioni contro le aziende tedesche. L’Unione europea può ancora permettersi questi ragionamenti?

Bisognerebbe chiederlo ai tedeschi. La mia posizione è chiara: la Cina è un mercato importante ma non dobbiamo farci sottomettere.

Come vede la posizione dell’Unione europea tra le due superpotenze?

Mi auguro che non ci sia uno scontro che crei danni ad altri. Gli Stati Uniti hanno capito che c’è un tentativo cinese di egemonizzare il mondo. Dobbiamo reagire: l’Occidente deve giocare assieme la partita. L’Europa alcuni segnali li ha dati, è l’America che dovrebbe capire che l’Europa è sua alleata, non sempre Trump lo capisce. Fare la guerra dei dazi non serve. Quella statunitense mi sembra una posizione nazionalista, non dell’Occidente.

Che cosa serve allora?

Serve lavorare diversamente. Per esempio rafforzare la posizione dell’India ma anche dare segnali precisi su Hong Kong: dobbiamo far capire alla Cina che non scherziamo. E dobbiamo portare la Russia dalla parte dell’Occidente anche per fermare il progetto egemonico cinese. La Via della seta è una strategia ben precisa per occupare un grande mercato come quello dell’Unione europea.

Ma secondo lei la Via della seta è ancora in piedi? Molti analisti ne dubitano viste le difficoltà interne della Cina.

Non so se sia fallita o no. Certamente l’Italia è l’unica che ha abboccato all’amo cinese in Europa. C’è stato un certo atteggiamento da parte del Movimento 5 stelle verso la Cina. Come con il Venezuela, Cuba, l’Iran: è quel discorso lì.

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