Lo scontro tra Erevan e Baku è un nuovo fronte della cooperazione competitiva tra Russia e Turchia. Ma una grossa sensibilità: competono attori statali

Non bastavano Siria e Libia, c’è un terzo fronte su cui l’asse di coopetion russo-turca si muove: è quello tra Azerbaigian e Armenia. Fronte surriscaldato dai recenti scontri militari, diatriba complessa e profonda, mai sopita tra i due Paesi su cui il gioco di Mosca e Ankara è un coinvolgimento quasi logico. La cooperazione-competitiva tra Russia e Turchia — gli inglesi, con la loro lingua immediata la chiamano appunto “coopetition” — è ormai un fattore chiave della politica estera di un’ampia fascia di mondo, che va dall’Eurasia (Caucaso e Balcani) al Medio Oriente per allungarsi giù fino all’Africa sub-sahariana e al Corno. E non poteva risparmiare la crisi azero-armena.

Sul fronte caucasico Russia e Turchia proiettano interessi di carattere strategico che riguardano sia l’ampliamento delle rispettive sfere di influenza che il contesto energetico e infrastrutturale/commerciale (gli scambi euro-asiatici) intercettando o bloccando l’allungamento cinese. Le due medie potenze del momento si allineano su una situazione annosa fatta di diatribe territoriali e differenze culturali, ma anche di interessi. Ankara trova un posizionamento sul lato azero anche frutto di ragioni storiche (la Turchia non ha mai riconosciuto quella pagina tragica della sua storia che fu il Genocidio Armeno), Mosca ha nell’Armenia un suo clientes militare ed economico.

In questi giorni la situazione è fotografata dal doppio-doppio delle esercitazioni in corso. Le manovre militari, si sa, sono spesso messaggi di valore e carattere politico: ed ecco che a pochi giorni dai cannoneggiamenti attorno al Nagorno Karabakh di inizio luglio, la Russia ha avviato manovre militari con l’esercito armeno, e i turchi ne annunciano altre con l’Azerbaigian (iniziate oggi, 30 luglio, fino al 10 agosto). Il tentativo di sfruttare la rivalità storica tra i due paesi, riaccesa in modo violento per la la prima volta dopo il 2016, è il vettore perfetto per essere sfruttato da Turchia e Russia per accrescere la presenza nella regione e intestarsene le dinamiche. Cooperazione competitiva da due fronti distinti, che però — come in Siria e in Libia — ha l’obiettivo di escludere eventuali altri attori che ambissero all’area e creare un’altra tattica sfera di intervento bilaterale.

Ankara gioca sull’allaccio con Baku sfruttando la continuità linguistica e culturale che l’ex presidente azero Heydar Aliyev chiamava “una nazione con due stati”. Soprattutto la Turchia, come su altri fronti in questo periodo, ha cercato di spingere l’attivismo estero anche giocando in contropiede rispetto alla Russia. Tutto sfruttando la pandemia. Il Covid ha colpito tanto la Russia quanto la collegata Armenia, e nel quadro di un eventuale mobilitazione di rinforzo in uno scontro questo poteva essere un rallentamento. Qui sta però la differenza centrale tra il fronte del Caucaso e quello libico e siriano: Turchia e Russia sono disposti su due fronti contraddistinti entrambi da parti statuali, sensibilità estrema e unicità nel confronto russo-turco (in Libia la Russia sostiene i ribelli, in Siria è la Turchia a farlo). Un rischio che espone le dinamiche di Ankara e Mosca a una grossa sensibilità: una destabilizzazione potrebbe essere devastante.

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