Il giornalista e saggista Giovanni Fasanella è stato audito in commissione Esteri della Camera e ha spiegato perché, come gli disse Cossiga una volta, “ma quale Cia, qui un giorno dovremmo parlare degli inglesi”

“Non vedevo l’ora che il Parlamento italiano si occupasse di questo argomento”. Così ha iniziato la sua audizione oggi davanti alla commissione Esteri della Camera dei deputati Giovanni Fasanella, giornalista e saggista, all’interno dell’indagine conoscitiva sulle eventuali interferenze straniere sul sistema delle relazioni internazionali dell’Italia coordinata dal deputato Andrea Romano del Partito democratico. A invitarlo il pentastellato Pino Cabras, deciso a spiegare che le interferenze e le ingerenze (oggi come ieri, cioè il tempo a cui ha fatto riferimento Fasanella) non sono soltanto made in Russia o made in China.

Come Maurizio Caprara, editorialista del Corriere della Sera ascoltato due settimane fa dalla commissione (qui il nostro resoconto di quell’audizione), anche Fasanella ha citato in apertura di intervento Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica e ministro dell’Interno all’epoca del caso Moro, che in un’intervista a Limes disse: “Io non mi meraviglierei se un giorno si scoprisse che anche spezzoni di Paesi alleati avessero potuto avere interesse a mantenere alta la tensione in Italia. E quindi a tenere basso il profilo geopolitico del nostro Paese”.

ALTRO CHE CIA…

“Ma quale Cia, qui un giorno dovremmo parlare degli inglesi”, ha detto Cossiga a Fasanella, allora — erano gli anni Ottanta — cronista politico dell’Unità. E con questa frase il giornalista ha introdotto il tema della sua audizione: il ruolo nella politica estera e interna italiana del Regno Unito. Che, come gli Stati Uniti era impegnato nella lotta al comunismo ma, a differenza degli Stati Uniti, anche “contro la politica mediterranea dell’Italia”, ha spiegato Fasanella: “contro l’attivismo di un Paese sconfitto in guerra, sottoposto a vincoli ma che nel dopoguerra aveva osato risollevare la testa e sviluppare una politica autonoma sino a diventare una potenza egemone nell’area”.

È con il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sulle stragi, e con il libro Segreto di Stato (Einaudi, 2000) che Fasanella inizia a occuparsi di questo nuovo contesto: la guerra mediterranea, “combattuta fra Paesi amici e alleati, e quindi per questo rimasta per lungo tempo coperta da un alone di indicibilità perché imbarazzante”. Come Pellegrino, anche Rosario Priore, giudice autore di molte inchieste di terrorismo (dal caso Moro all’attentato al Papa passando per la strage di Ustica), attraverso il suo libro con Fasanella ha cercato di riscattare l’amarezza di non essere riuscito a condurre le sue inchieste fino in fondo “per gli ostacoli che da più parti erano stati posti”, ha raccontato il giornalista. Il volume scritto assieme è intitolato Intrigo internazionale (Chiarelettere, 2010). “Ma il titolo provvisorio era Il terzo giocatore, cioè un terzo protagonista delle vicende italiane rispetto ai due grandi giocatori, il blocco americano e il blocco sovietico”, ha spiegato Fasanella: “il terzo giocatore plurale, costituto da una serie di medie potenze — anche amiche e alleate — che avevano un interesse specifico a indebolire il nostro Paese per interesse specifico: il petrolio”. In prima fila, secondo Priore, Francia e Regno Unito (come nel caso delle primavere arabe peraltro).

… IL GOLPE INGLESE

Repubblica fu il primo giornale italiano, nel 2008, a occuparsene: “Pubblicò una bellissima inchiesta di Filippo Ceccarelli, basata su una serie di documenti inediti scoperti negli archivi di Stato britannici da Mario José Cereghino (con cui ho allacciato un sodalizio professionale). Il titolo dell’inchiesta era Il golpe inglese, ha raccontato Fasanella. “Repubblica non andò avanti, ci furono diverse relazioni scettiche. L’ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera parlò di simulazione di colpo di Stato se i comunisti si fossero negli anni Settanta avvicinati alla stanza dei bottoni”. Se Repubblica avesse continuato le sue ricerche, ha continuato il saggista, “avrebbe scoperto che il colpo di Stato programmato dal governo britannico nei primi mesi del 1976 era un’opzione A perché c’era anche un’opzione B, l’appoggio a una diversa azione sovversiva per bloccare la politica di Aldo Moro”. 

L’OPZIONE A…

Assieme al fondatore dell’Eni Enrico Mattei, l’ex leader Dc — che “fu continuatore della politica mediterranea di Mattei” —è protagonista assoluto della relazione di Fasanella, che spiega come dai documenti da lui pubblicati con Cereghino emerga “il ruolo difficilmente discutibile del Regno Unito di influenza ma anche di ingerenza per condizionare le politiche degli Stati”, a partire dall’Italia e soprattutto dall’Eni (di “irritazione” verso Mattei parla Fasanella con riferimento alla British Petroleum che suggerì al governo britannico, dopo che tutti i metodi di persuasione non avevano dato risultati, “a passare la pratica alla nostra intelligence”, si legge in un documento del 1962, l’anno della morte del fondatore dell’Eni). Moro “è stato l’uomo che ha gestito la politica estera italiana per un decennio e ha portato l’influenza italiana nel Mediterraneo ai punti più alti, soprattutto dopo il colpo di Stato 1969 che destituii la monarchia filobritannica in Libia e portò al potere Muammar Gheddafi”, ha spiegato Fasanella.

E questo a Londra non piaceva affatto. In un rapporto di Colin McLaren, un alto funzionario dell’Ird (strumento della propaganda occulta dei servizi segreti britannici), del settembre 1969 si parlava di “altri metodi”, visto che i precedenti non avevano sortito alcun risultato (“Le armi da noi fornite hanno un effetto pari a una pallina di ping pong scagliata contro Golia”). “Ma il documento era oscurato nella parte degli altri metodi”, ha precisato Fasanella. Che ha invitato la commissione ad audire l’ex politico socialista Rino Formica (“penso abbia molte cose da dire). 

… E L’OPZIONE B

Lo stesso Formica che disse sulla strage di Bologna: “Dubito che ciò possa avvenire in forma completa ed esaustiva perché la verità storica metterebbe in evidenza la sovranità limitata per interferenze abusive e rivelerebbe  episodi di guerra non convenzionale combattuta sul nostro territorio. L’Italia fu terra di guerra fredda accettata e di guerra calda subìta”.

Così, spiega Fasanella, visto che l’opzione A, quella del colpo di Stato, fu respinta dai quattro Paesi più influenti nell’Alleanza atlantica (Regno Unito e Francia furono favorevoli; Germania e Stati Uniti contrari “per paura di un bagno di sangue di un danno di immagine”) spuntò il piano B, cioè l’appoggio a una diversa azione sovversiva. 

E dopo ulteriori ricerche con Cereghino eccola, l’opzione B: “Tra le operazioni illegali clandestine di guerra non ortodossa da compiere in Italia c’erano corruzione; se non avesse funzionato la minaccia e l’intimidazione (anche con pacchi bomba); altrimenti, il sequestro di persona e l’eliminazione fisica degli elementi ostili nell’ambito delle operazioni di annientamento selettivo dei nemici degli interessi britannici”, ha concluso Fasanella. 

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