Dopo il divieto a Huawei (e in vista della Brexit), alcuni funzionari del governo britannico a caccia di alternative alla tecnologia cinese hanno incontrato le controparti di Tokyo. Al centro dei colloqui il possibile coinvolgimento delle giapponesi Fujitsu e Nec nel 5G britannico

Dopo la decisione di sospendere l’accordo d’estradizione con Hong Kong, garantendo di fatto di non consegnare qualunque ricercato o fuggitivo, in risposta alla nuova legge sulla sicurezza imposta dalla Cina nell’ex colonia e condannata dall’Occidente come liberticida, Londra continua ad allontanarsi da Pechino.

Imposto il divieto su Huawei, il Regno Unito non perde tempo. Infatti, come ha rivelato la Nikkei Review, il governo britannico si sta muovendo alla ricerca di alternative al 5G del colosso cinese. Così ha chiesto informazioni al Giappone, che sta lavorando all’implementazione delle reti di nuova generazione sull’onda delle prossime Olimpiadi basandosi su un accordo tra governo e fornitori che, con le sue 13 condizioni, rappresenta un divieto implicito a Huawei, come ha notato Mathieu Duchâtel, direttore dell’Asia programma all’Institut Montaigne di Parigi.

Giovedì, due giorni dopo la decisioni su Huawei, alcuni funzionari britannici hanno incontrato le controparti a Tokyo. Al centro dei colloqui le aziende Fujitsu e Nec (nella quale è da poco entrata la NTT, il colosso giapponese di cui il governo di Tokyo detiene quasi un terzo delle quote, in un’operazione che il Wall Street Journal definisce un tentativo di “dare vita a un campiona nazionale che possa rimpiazzare la cinese Huawei”).

LA RICERCA DI ALTERNATIVE

A pochi mesi dalla Brexit, i timori legati alla sicurezza di Huawei hanno portato il primo ministro Boris Johnson a scegliere tra Stati Uniti e Cina, soppesando un’alleanza fondamentale da una parte contro miliardi di investimenti dall’altra, nota la Reuters. Secondo la Nikkei Review, invece, “l’ultima mossa” — cioè il colloquio con le controparti giapponese — “riflette lo sforzo del Regno Unito per attirare nuovi fornitori di apparecchiature in modo da favorire la concorrenza e contribuire a ridurre i costi per i gestori wireless del Paese”. È stato lo stesso segretario britannico al Digitale, Oliver Downer, che martedì ha annunciato alla Camera dei Comuni la svolta di Londra, a fare esplicitamente riferimento in più occasione, anche durante una recente audizione davanti alla commissione Difesa, alla giapponese Nec ma anche alla svedese Ericsson, alla finlandese Nokia e alla sudcoreana Samsung.

È la stessa Nikkei Review a evidenziare come l’Occidente non sia l’unico teatro che vede Huawei in difficoltà. Dopo il Vietnam, anche Singapore ha scelto le europee Ericsson e Nokia per la realizzazione dell’infrastrutture: così il colosso di Shenzhen sta perdendo terreno anche nel Sud Est asiatico.

IL PROGETTO GLOBAL BRITAIN

Sono diverse le ragioni che potrebbero aver spinto il Regno Unito (dove oggi, come ricordato da Formiche.net, è in visita il segretario di Stato statunitense Mike Pompeo) ad aprire un dialogo con il Giappone sul 5G. Possiamo distinguere tra quelle di politica interna e quelle di politica estera. Sotto le prime rientrano i progetti per la Global Britain post Brexit e la necessità per il governo di Boris Johnson di fare in fretta per evitare che i “ribelli” tory tornino a far sentire la loro voce: basti rileggere l’intervista concessa da Iain Duncan Smith a Formiche.net in cui l’ex leader conservatore manifestava insoddisfazione per le tempistiche con cui il 5G britannico sarà Huawei-free, cioè il 2027.

PATTO TRA DEMOCRAZIE

Le ragioni di politica estera sono sintetizzate in quanto ricordato da Rana Foroohar sul Financial Times: l’Occidente non può presentarsi al confronto con la Cina sul 5G in ordine sparso. Serve compattezza, dunque, tra Stati Uniti ed Europa. Ed è meglio se in compagnia di alleati nel Pacifico, come per esempio il Giappone, membro del G7 e alleato militare degli Stati Uniti. E come sottolineato a più riprese su Formiche.net, il Regno Unito sta lavorando ormai da mesi alla creazione di una nuova alleanza tra democrazie, un club già ribattezzate D10 (i Paesi del G7 più Australia, Corea del Sud e India) che molto ricorda il G11 (esteso anche alla Russia) a cui il presidente statunitense Donald Trump sta lavorando per settembre in chiave anticinese.

Come spiegato nel corso di una recente intervista a Formiche.net da Alessandro Aresu, analista strategico e consigliere scientifico di Limes, autore del volume Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina per La Nave di Teseo, “ci sono due scuole di pensiero. Da una parte ci sono quelli convinti che gli Stati Uniti siano sufficientemente forti nella loro configurazione dell’Anglosfera, dei Five Eyes e quindi è sufficiente rafforzare ulteriormente questi rapporti (anche perché Australia e Nuova Zelanda sono presenti in quello scenario geostrategico) dal punto di vista commerciale e tecnologico. Dall’altra, quelli secondo cui questo assetto non è sufficiente: le politiche commerciali e tecnologiche richiedono quindi di serrare le relazioni con alcuni dei principali attori del Sud-Est asiatico che non amano la Cina, in ottica marcatamente anticinese. In diversi configurazioni, questa seconda teoria è perseguita dagli Stati Uniti”. A prescindere da come decidano di chiamarla, Aresu è convinto che “continuerà a essere perseguita nel medio termine”, indipendentemente da chi vinca le elezioni presidenziali degli Stati Uniti a novembre, sia il democratico Joe Biden sia il repubblicano uscente Donald Trump.

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