“Hacker cinesi si sono infiltrati nelle reti informatiche del Vaticano negli ultimi tre mesi”. La rivelazione del New York Times (ripresa anche da Formiche.net) sta facendo molto discutere. Tutto nasce dalle indagini svolte da Recorded Future, una società di sicurezza informatica con sede a Somerville, in Massachusetts: secondo il quotidiano della Grande Mela l’attacco è “un evidente sforzo di spionaggio prima dell’inizio di delicati negoziati con Pechino” previsto a settembre.

Wang Wenbin, portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, ha respinto le accuse: “Senza prove sufficienti non dovrebbero essere fatte ipotesi arbitrarie”. Ma, come fatto notare dall’Huffington Post, “già il fatto che abbia dovuto rispondere il portavoce del ministero degli Esteri denota la preoccupazione cinese”. Nessun commento dalla Santa Sede. Invece, padre Marco Villa, segretario generale del Pontificio istituto missioni estere, “ha comunicato a tutti i membri malfunzioni e blocchi nella posta per settimane. In passato si erano verificati blocchi solo per brevissimi momenti”. Lo riporta AsiaNews, il sito direttore da padre Bernardo Cervellera. Che raccoglie una voce di una “personalità vaticana”: “Dire che la Cina spia il Vaticano è come scoprire l’acqua calda: ormai lo spionaggio e gli hacker sono divenuti un problema internazionale con cui convivere”.

“Un commento appropriato”, nota raggiunto al telefono da Formiche.net Agostino Giovagnoli, docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, esperto di storia delle relazioni tra Santa Sede e Cina. “Credo che da parte della Santa Sede ci sia consapevolezza che sono in atto questo tipo di infiltrazioni e di controlli attraverso strumenti impropri” con l’intento di “conoscere ciò che passa attraverso le mail o altre forme di comunicazione” del Vaticano. Ma “non è una novità”, aggiunge il professore, convinto proprio per questo che “non dovrebbero esserci conseguenze particolari” in vista dell’accordo. Nonostante, continua, compiere “questo tipo di azioni è stupido e rischia di essere controproducente” da parte della Cina, alla luce delle disponibilità del Vaticano al dialogo con Pechino.

Le tempistiche con cui è stato pubblicato il report hanno insospettito alcuni. Sempre AsiaNews, per esempio, scrive che “il fatto però rischia di alimentare l’opinione secondo cui ‘il partner cinese dell’accordo non è affidabile’”. “Penso che questo sia lo scopo della rivelazione”, commenta il professor Giovagnoli. “Dare la notizia al New York Times facendo in modo che abbia una risonanza internazionale molto ampia risponde a un intento ostile. Che del resto è anche piuttosto esplicito nel report di questa agenzia”. Un’operazione che rappresenta, continua il docente,  “un tentativo di danneggiare od ostacolare gli sviluppi possibili di un rapporto tra la Santa Sede e la Cina, che certamente sono migliori che in passato. Si sa che nel mondo americano, e non solo nell’amministrazione ma anche nell’opinione pubblica, ci sono critiche verso un atteggiamento della Santa Sede considerato troppo benevolo nei confronti della Cina”.

Gli hacker cinesi hanno utilizzato una lettera di cordoglio del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato di papa Francesco, considerato uno degli architetti del riavvicinamento tra Vaticano e Pechino che ha portato due anni fa alla firma dell’accordo provvisorio sulle nomine dei vescovi. Secondo Giovagnoli, “da parte di chi ha dato la notizia sbattere il nome di Parolin dentro la vicenda potrebbe aver un significato indiretto”, visto che al segretario di Stato “si attribuiscono le responsabilità per la politica della Santa Sede”.

Il professor Giovagnoli esclude che l’Italia possa essere destinatario indiretto di questo messaggio statunitense. In passato il dialogo tra Vaticano e Pechino è passato per Roma: “Per esempio nel 2000-2001 ci furono contatti tra le due parti in cui l’Italia ebbe un ruolo abbastanza importante con l’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato che si spese per favorire il dialogo”, spiega il professore. “Oggi, invece, il dialogo fra le due parti è rigorosamente fra le due parti. Persino il coinvolgimento della missione di Hong Kong in questa vicenda mi pare improprio”, continua: “Il dialogo tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese, infatti, è un dialogo ufficiale tra le due parti, che passa solo per canali ufficiali e che non include nessun altra potenza, neanche l’Italia che pure spesso si presta a favorire l’azione della Santa Sede”.

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