Il gesuita Marc Rastoin apre il nuovo numero de La Civiltà Cattolica con un saggio sull'Europa, sul suo futuro e sui limiti dell'euroscetticismo, in vista del prossimo vertice europeo del 17 e 18 luglio. Lo ha letto per Formiche.net Riccardo Cristiano

L’Europa ha certamente un grande passato, ma se volesse potrebbe avere anche un grande futuro. A pochi giorni dal vertice europeo del 17 e 18 luglio prossimi La Civiltà Cattolica, come sempre con l’approvazione della segreteria di Stato vaticana, afferma con chiarezza che l’euroscetticismo è la spia, non la soluzione, che sta nella scelta di una visione. In sostanza si deve reinventare l’Europa. Impresa possibile, e per farlo serve spendere, ma sapendo per che cosa. Il momento è così importante che l’articolo che apre il nuovo numero de La Civiltà Cattolica dà anche suggerimenti importanti, ma per capirli occorre partire dall’inizio.

RIENTRARE NELLA STORIA

Firmato dal gesuita Marc Rastoin, il saggio fa capire subito cosa vuol dire agli europei, leader e cittadini: “Di fronte alle critiche e alle diffidenze, si può immaginare un futuro credibile senza l’Unione Europea? Questa Unione non dovrebbe essere forse uno strumento politico, oltre che economico, perché l’Europa rientri definitivamente nell’ambito della storia umana?”. A decidere qui, in questa presentazione dei temi trattati, è quel “rientri”… Parola che pesa come un macigno su chi legge e si trova costretto, riassumendosi gli eventi mondiali che circondano l’Europa, a scoprirla come quella giusta.

Per affrontare con onestà tutto il peso di questo “rientri” occorre partire dai termini di fondo della questione che si pone, da un confronto che va finalmente esplicitato per coglierne tutta la portata: “Da una parte, ci sono coloro che sono convinti che un’Europa più unita e più decisionista sia l’unico modo per aver peso di fronte alla Cina e agli Stati Uniti e, più vicino a noi, per resistere all’opera di sgretolamento sotterraneo che l’attuale leader della Russia compie per indebolire le democrazie. Egli lo fa non perché abbia delle mire sull’Europa in quanto tale, ma perché un fallimento di questo grande spazio democratico favorirebbe la sopravvivenza del suo sistema autoritario e la sua permanenza al potere, convincendo fino in fondo i liberali e democratici russi – che esistono ancora – che è inutile guardare all’Occidente. Questa strategia viene portata avanti da due secoli, in Russia. D’altra parte, c’è chi è convinto che una rimodulazione delle identità nazionali – a volte millenarie, a volte molto più recenti, ma senza dubbio simbolicamente ed emotivamente più forti – sia l’unico modo per ridare speranza a popolazioni che, specialmente nelle classi inferiori, si sentono al contempo escluse dai flussi e dai vantaggi della globalizzazione e culturalmente e socialmente emarginate nel proprio Paese”.

La questione che si dibatte è dunque esistenziale. Il leader russo si è appena fatto nominare zar per via referendaria, sebbene sulla scheda non ci fosse scritto, ma come confrontarla senza il sostegno dei ceti popolari europei? Va così da molto tempo, non certo da ieri, e l’emergenza Covid non ha fatto che togliere la sabbia dai titoli di testa della questione europea.

L’EMERGENZA DEMOGRAFICA

Questa emergenza, in termini europei, non la si capirà a fondo senza tener presente quella demografica. Gli ultra sessantacinquenni costituirebbero oggi un partito imbattibile in termini numerici, mai immaginati in precedenza, e se la discussione dell’eutanasia è diventata centrale è per questo, non certo per improvviso interesse filosofico. L’autore ricorda cosa ha significato la carneficina della Prima Guerra Mondiale, il suo seguito della Seconda: un continente in rovina.“L’Europa allora rappresentava il 25% della popolazione mondiale, mentre ora rappresenta meno del 10%. Mentre essa era in rovina dopo la Seconda guerra mondiale, si può dire che sia stato il progetto europeo a permettere di concretizzare il suo ritorno sulla scena internazionale”. Ma fine degli imperi coloniali e ritardo economico rispetto ai colossi non hanno impedito il riemergere dell’Europa, grazie a scelte che hanno favorito gli scambi e impedito i conflitti. Poi la crisi demografica, il gelo delle nascite: un’emergenza che si è affrontata grazie alla manodopera immigrata. Ma questo gelo ha reso il continente “climaticamente” inospitale per i giovani. Non è questo il problema numero uno?

L’angoscia rurale nasce qui e in alcuni Paesi è già la questione decisiva. La politica deve confrontarsi con le paure, avverte padre Rastoin. Tutto questo è il punto dagli anni Settanta. Quando “la ‘crisi’ petrolifera – e poi economica – è diventata costante (disoccupazione massiccia, crisi dello stato sociale, blocco dell’ascensore sociale); i posti di lavoro industriali si sono dislocati altrove nel mondo (e, in maniera sempre più consistente nel XXI secolo, in Cina e in altri Paesi emergenti)”.

LA PAURA E I CETI POPOLARI

“Le classi popolari europee quindi hanno dovuto affrontare una profonda crisi di senso. Hanno perso le roccaforti industriali e sindacali (miniere, acciaierie, industrie automobilistiche ecc.) che erano la punta di diamante dei loro valori e si sono trovate in una crisi di identità sempre più profonda. Da tale crisi non siamo ancora usciti, e il progetto europeo viene troppo spesso percepito come burocratico, distante, elitario, esclusiva- mente finanziario e poco democratico”. L’Europa è scossa da una paura anziana che deve capire… Ma i singoli Paesi hanno spesso usato Bruxelles come uno scudo, nascondendo gli enormi vantaggi creati dalla comunità; basso costo del denaro, fondi strutturali, buona posizione negoziale per i commerci, programmi formativi. Non è poco… E ora i “coronabond”. Questa forza è indiscutibile, ma il progetto non può essere solo mercantile. E qui l’articoli colpisce con un bisturi affilatissimo: “Un antico proverbio recita: ‘Non si può essere ed essere stati’. L’Europa è stata certamente qualcosa nella storia. Deve forse rassegnarsi a vedersi nel futuro solo come un luogo marginale in cui cinesi e americani, russi e arabi competono per acquistare i loro palazzi, le loro squadre di calcio o vendere i loro prodotti? Secondo questa saggezza antica, l’Europa avrebbe già avuto il suo momento di gloria e il suo momento storico; adesso le tocca abbandonare ogni pretesa di influire sulle grandi questioni del mondo, lasciare spazio ad altri, ripiegarsi sulla nostalgia per la grandezza passata”.

Se il ripiegamento non è la scelta alla quale ci si vuole rassegnare bisogna anche saper dire perché non lo sarebbe. E per dirlo occorre indicare la crisi demografica, la sofferenza del modello democratico che non è un sistema elettorale, ma un ethos, un accordo sui valori che dà senso al sistema di norme giuridiche e la specializzazione economica, che ha prodotto lavori favoriti e masse di declassati, che ora con il Covid rischiano la disoccupazione. “Partiti ‘nuovi, cosiddetti ‘populisti’, fanno propaganda per rimettere in discussione l’Europa, il libero scambio e l’immigrazione, ma le loro presunte ‘soluzioni’ sembrano più illusioni ottiche che misure concrete.”

QUALI SONO I CONFINI EUROPEI?

Ecco che la questione europea parte dalla comprensione dei suoi veri confini, cioè da Russia e Turchia. Sono due colossi che hanno passeggiato nella storia sulla stessa strada, seguendo direzioni opposte. Ma entrambe hanno un piede in Europa, nessuno può fingere che non sia così: si può pensare di chiudere gli occhi e definirsi “contro”? Cioè ci si può definire senza ideali, senza un’idea di sé? “Certo, nelle classi popolari declassate da 40 anni di globalizzazione e di deindustrializzazione è forte la tentazione di dire: ‘Ripieghiamoci su noi stessi, preserviamo la nostra cultura e i nostri valori, non lasciamo che milioni di stranieri assetati di terra e di lavoro vengano ad abitare nei nostri quartieri e ad assumere i nostri impieghi; ricostruiamo la forza nazionale’. Ma questo è possibile? E se anche lo fosse, sarebbe davvero un ideale foriero di avvenire? Sulla nostalgia e sul risentimento, sulla chiusura e sull’esclusione non si può edificare nient’altro che una casa di riposo senza eredi”.

IL LABORATORIO PLURALE DI UN NUOVO STILE DI VITA

Per rientrare nella storia l’Europa ha i suoi errori da cui partire, per costruire un futuro nuovo. Il primo punto indicato dalla conclusione dell’articolo è la costruzione di un nuovo stile di vita, di uno spazio più verde e meno inquinato. “In breve, occorre indirizzare le politiche pubbliche verso una transizione ecologica in cui l’attività economica non sia più guidata in primo luogo dalla distruzione dei combustibili fossili, ma dai servizi alle persone; occorre promuovere una società che riscopra il locale, il servizio, il non commerciale, la guarigione di una terra esausta e ferita. Questo è più facile a dirsi che a farsi, quando, ad esempio, la dipendenza dai cellulari – e da altri gadget digitali – continua a impoverire le terre rare e a saturare un traffico internet ad alto consumo energetico”. Ma un grande programma di conversione industriale e umana è possibile, e saprebbe dare un senso, riportare nella storia un continente che ne sta uscendo.

Questa Europa laboratorio plurale ed ecosostenibile, diverrebbe un modello di speranza per Africa e America Latina. Una leadership nel cambiamento che oggi pochi possono immaginare, che deriva dall’esempio e non dal dominio. Altro tema decisivo è quello di un ruolo nuovo per gli anziani nella società di domani. L’Europa deve reinventarsi un ruolo nel mondo se vuole interessare al mondo.

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