Paolo Dall’Oglio ha capito che predicare contro un estremismo voleva dire predicare contro l’altro, voleva dire tutelare le comunità cristiane dell’Oriente tutelando l’Islam popolare, naturalmente aperto al mondo, dal virus del jihadismo. La riflessione di Riccardo Cristiano

Paolo Dall’Oglio. La sua storia sembra spegnersi sette anni fa. Un fatto doloroso, certamente, ma come milioni di altri fatti dolorosi all’interno di quella immensa tragedia che è stata la guerra siriana. Bombardamenti a tappeto – spesso con bombe di profondità – di interi centri abitati da stremate popolazioni civili, deportazioni di massa di milioni e milioni di persone, lager dove un numero incalcolato di persone è stato seviziato, città, campi profughi, villaggi sottoposti per mesi se non anni ad assedi medievali, che impedivano l’ingresso anche di viveri e medicinali. Perché davanti a tutto questo ricordare, ricordarsi, parlare solo di un sequestrato, quello di Paolo Dall’Oglio?

Perché la Federazione Nazionale della Stampa Italiana ospita oggi, nella sua sede, il prefetto della Comunicazione della Santa Sede, Paolo Ruffini, il presidente della Fondazione Ratzinger, padre Federico Lombardi, il direttore dell’Osservatore Romano, Andrea Monda, il presidente del Centro Astalli, padre Camillo Ripamonti, il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, il professor Augusto D’Angelo, della Comunità di Sant’Egidio, il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, e altri ancora? Perché lo fanno per parlare solo di un uomo, Paolo Dall’Oglio, il cui sequestro, sebbene non si sia mai saputo come sia andato a finire, è accaduto sette anni fa, prima di tante delle tragedie di cui si compone la non conclusa tragedia siriana, che oggi vive l’oscurato capitolo della pandemia che falcia altre vite? Già, perché?

Indubbiamente ci sono delle incongruenze, delle domande da porre all’Italia. Si cerca ancora Dall’Oglio? Si è chiesto a chi si sa che sa e che è in mano alle autorità turche e curde, cioè a leader dell’Isis che non possono non avere notizie, di dirci cosa sanno di lui? E ora che sono state trovate le fosse comuni dell’Isis si vuole procedere all’identificazione delle salme, tra le quali potrebbe esserci anche Dall’Oglio? Se non ci fosse non sarebbe clamoroso? Ma tutto questo non basta a trovare una risposta esauriente. Nello stralcio del libro “Dall’Oglio. Il sequestro che non deve finire” (qui si può leggere un estratto) provo a dire la mia, e questa idea è forse il motivo dell’incontro romano di oggi, sette anni dopo quel sequestro. Io credo che quando si risolverà il caso Dall’Oglio si risolverà il conflitto siriano, perché la storia del gesuita romano è inestricabilmente legata alla storia, alla tragedia del popolo siriano, una tragedia che ha cambiato il mondo.

Dall’Oglio è stato espulso dalla Siria nel 2012, per decisione del regime siriano, in aperta violazione di quanto previsto proprio allora dall’appena firmato piano di pace dell’inviato dell’Onu Kofi Annan, e poi è stato sequestrato dall’Isis a Raqqa, quando ancora quella città non era caduta del tutto nelle loro mani. Dunque è evidente che entrambi questi estremismi feroci e responsabili di crimini contro l’umanità lo hanno avversato e temuto. Lo hanno temuto al punto che per loro di lui non si doveva più parlare, ma senza dargli neanche la forza dei martiri. Andava rimosso. Ma perché?

Perché nel suo lavoro quarantennale Paolo aveva smascherato il gioco degli opposti estremismi, che con il terrorismo internazionale dell’Isis avrebbero tentato di coinvolgere anche noi nel loro schema perverso. Questo schema, che ha espropriato i siriani della loro rivoluzione non violenta e democratica, ci parla dagli estremi opposti della stessa barricata, della stessa storia. Sia Assad sia l’Isis, il terrorismo jihadista, presentano il mondo come un corpo corrotto, intriso di male e di odio. Assad gli oppone il suo nazionalismo salvifico, assoluto, unico bastione che resiste all’impero del male. L’Isis gli oppone il suo jihad salvifico, assoluto, unico bastione che resiste agli imperi del male. Questi due attori erano destinati a scegliersi per assolutizzare il loro confronto e conquistare i cuori dei cittadini del mondo. L’uno serviva all’altro. Come è possibile che non ci siamo resi conto di questo? Non ce ne siamo resi conto perché queste narrative primordiali ci hanno colto impreparati. E Dall’Oglio ha tentato di avvisarci. In un suo scritto di poco precedente il conflitto siriano il gesuita romano ci aveva avvertito che c’è un ragionamento fondamentalista, che accomuna tutti i fondamentalisti: loro dividono tra vera e falsa credenza e quindi tra vera e falsa umanità… Questo riguarda tutti i fondamentalisti religiosi ma non riguarda solo i fondamentalismi religiosi. Anche il fondamentalismo nazionalista, come quella di Assad, propina questa pozione venefica. La vera umanità sta con il regime nazionalista, fuori di esso vi è la falsa umanità dei terroristi, dei lacchè dell’imperialismo.

Avendo colto questo fattore tremendo Paolo Dall’Oglio ha capito che predicare contro un estremismo voleva dire predicare contro l’altro, voleva dire tutelare le comunità cristiane dell’Oriente tutelando l’Islam popolare, naturalmente aperto al mondo, dal virus del jihadismo e delegittimare quel racconto nazionalista che rendeva “terroriste” tante vittime del terrorismo, come lui stesso. La sua storia è dunque la storia di un popolo, che poi è diventata la storia di una tragedia globale. I milioni di siriani deportati hanno portato il suo messaggio in tutto il Mediterraneo, ma le narrative degli opposti estremismi ci hanno impedito di sentirla. Oggi dunque c’è il dovere di capire, e quindi di cercare la verità. Perché quando si risolverà il caso Dall’Oglio si risolverà la tragedia siriana.

Condividi tramite