Al termine di ogni battaglia, anche quando si è vinto, comunque si contano le vittime e i danni. Vi sono quelli diretti, ma anche quelli “collaterali”, sempre involontari e spesso casuali. L’accordo raggiunto al Consiglio europeo sul Recovery Fund e sul quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea 2021-2027 è una battaglia vinta dall’Europa contro i numerosi nemici interni (rigoristi, sovranisti, nazionalisti, isolazionisti) ed esterni (tutte le vecchie e nuove “potenze” che temono di doversi confrontare con la forza di una vera Unione europea e preferiscono misurarsi con la debolezza dei singoli Stati membri, anche di quelli più grandi).

Fra i danni “collaterali” primeggia il settore della difesa: quasi dimezzato l’European Defence Fund (Edf) ridotto da 13 a 7 miliardi di euro, falcidiati i fondi per la Military Mobility da 6,5 a 1,5 miliardi e per l’European Peace Facility ad 10 a 5 miliardi. In totale, quindi, 13,5 miliardi in sette anni: un po’ meno di 2 miliardi all’anno nel settennio. Le aspettative di quanti ritengono fondamentale il rilancio dell’Europa della difesa sono così andate parzialmente deluse. Ma bisogna essere realisti: un rallentamento non è un’inversione di rotta e, quindi, dobbiamo vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto.

L’Edf rappresenta, comunque, una grande novità: è un piano strategico settennale ed è il primo vero riconoscimento “ufficiale” che la difesa entra a pieno titolo fra le politiche europee. Ovviamente i più giovani o i più smemorati non ricordano che ancora undici anni fa la “difesa” doveva entrare dalla finestra e quasi di nascosto nelle istituzioni e nel quadro normativo europeo e che, fino al lancio della Padr (Preparatory Action for Defence Research) tre anni fa, i progetti dovevano camuffarsi come “duali” per potersi infilare nei finanziamenti alla ricerca.

Con l’Edf, l’Unione europea diventerà un attore e non uno spettatore o, al massimo, comparsa sullo scenario europeo della difesa. Anche perché si tratta di finanziamenti destinati a ricerca e sviluppo, non di investimenti sulla produzione. Anzi, la gran parte sarà destinata allo sviluppo e basata sul cofinanziamento: il volume complessivo degli investimenti generati nei prossimi sette anni è, quindi, stimabile in una trentina di miliardi. Ma il vero valore non è nell’entità delle risorse aggiuntive, quanto nella spinta alla cooperazione sulla base non solo delle esigenze e dell’interesse degli Stati partecipanti, ma anche di quelli comuni che il sistema decisionale messo a punto dovrebbe garantire, coinvolgendo l’European Union Military Staff (Eums), l’Agenzia europea della difesa (Eda) e la nuova Direzione Generale Defis (Industria della difesa e Spazio) della Commissione europea. Ci sarà, conseguentemente, una maggiore attenzione e spinta ad individuare cosa serve alla difesa e alla sicurezza europee, prima ancora che agli Stati che in questo settore primeggiano.

Questo ridotto finanziamento imporrà una forte selezione dei progetti finanziabili, in particolare di quelli maggiori. Un sistema sicuro per non incidere minimamente sul mercato della difesa è quello di disperdere le limitate risorse in troppi rivoli. Vale per i singoli Paesi e vale per l’Unione europea. Sarà, quindi, importante decidere cosa finanziare scegliendo criteri trasparenti e verificabili. In primo luogo, bisognerà tenere conto della necessità di garantire un intervento omogeneo che copra tutte le “dimensioni” in cui operano le Forze armate: terrestre, navale, aeronautico e spaziale (in più una “dimensione” trasversale qual è quella cibernetica). Bisognerebbe, infatti, far sì che tutti i settori possano beneficiare di questa spinta europea, sia sul piano economico, industriale, tecnologico, sia sul piano della “europeizzazione” del sistema industriale. Già ora il grado di “europeizzazione” dei singoli comparti è molto diversificato e l’Edf potrebbe contribuire a raggiungere una maggiore omogeneità.

Questo è necessario anche sul piano operativo perché questi progetti dovrebbero favorire una maggiore comunalità degli equipaggiamenti in servizio nelle Forze armate europee, aumentandone l’efficienza e riducendone i costi di acquisizione e mantenimento. Con l’Edf dovrebbero essere contemporaneamente individuati e finanziati in primo luogo un progetto “flagship” per ogni settore, auspicando che ognuno possa fare da traino per un rafforzamento delle capacità tecnologiche e industriali europee. Anche se, per raggiungere un maggiore consenso fra gli Stati membri ed evitare contrasti, e tenere conto delle risorse disponibili, si dovessero scegliere anche progetti non necessariamente strategici, l’effetto potrebbe essere comunque positivo, liberando risorse nazionali da investire su programmi intergovernativi.

Per l’Italia il primo obiettivo dovrebbe essere, di conseguenza, quello di selezionare i nuovi progetti di interesse nazionale che potrebbero essere promossi in sede europea, tenendo conto delle esigenze delle nostre Forze armate, delle nostre capacità tecnologiche e industriali, del potenziale tasso di successo. Attorno a questi progetti dovranno essere tempestivamente avviate tutte le necessarie iniziative volte a consentirne e favorirne la candidatura in sede europea, muovendosi contemporaneamente sul piano politico e militare e su quello industriale. Ma programmando, nello stesso tempo, l’allocazione delle risorse necessarie sul piano finanziario perché alla fine ci sarà un conto da pagare e gli altri commensali non lo faranno al posto nostro.

Articolo pubblicato su Affarinternazionali.it

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