Oggi nel Pd siedono assieme personalità con sensibilità di destra e di sinistra, unite però dalla medesima preoccupazione nazionale. Per questo non va disprezzato, non gli vanno fatte prediche, ma va aiutato a superare i propri limiti

Paolo Mieli consiglia audacia al Pd: metta da parte le paure e faccia dell’alleanza con il M5S una strategia a lungo termine. Per ottenerla, accetti la conferma delle sindache Raggi e Appendino. Nel suo nuovo libro Calenda fa un discorso opposto: il Pd abbia coraggio, si liberi dalla paura di andare all’opposizione e faccia un accordo strategico con Forza Italia. Sarebbe l’accordo tra europeisti istituzionali contro i populisti, gialli, verdi e neri. E poi si vada al voto. Tutti a dare consigli al Pd insomma.

Ma il Pd pare preferire di avanzare piano e con prudenza, passo passo. La sua è la strategia del partito nazionale, quella della Dc prima e sua oggi. Cioè quella di una forza politica che si sente responsabile di tutto il paese e della sua tenuta complessiva. Tutti i leader del Pd seguono tale “scuola di pensiero”, come prima di loro i democristiani: l’Italia è un Paese economicamente e socialmente così fragile che ogni scossone forte può sbriciolarla. Per questa ragione (quasi innata, quasi un non-detto istintivo) non darà retta né all’uno né all’altro. Né a chiunque proponga “rivoluzioni”.

Per il Pd i rischi di “strattonare” l’Italia sono evidenti: fascismo (o autoritarismo) latente negli apparati; populismo vittimistico culturale attivo nella società; economia asfittica e vigliacca. Se avessimo una classe imprenditoriale coraggiosa e fattiva (capace di crescere ad es. invece che lamentarsi sempre); un ceto medio sociale solido e culturalmente forte; corpi intermedi capaci di tenere la società; partiti responsabili, allora forse si potrebbe tentare qualcosa.

Ma nelle attuali condizioni non si può osare più di tanto: è più produttivo avanzare piano, trattare le alleanze di volta in volta, guardarsi le spalle, farsi aiutare dall’Europa e mantenere ad ogni costo la pace sociale. Quest’ultima cosa è la più importante di tutte: nessuna ripetizione di Reggio ’70 o cose simili (come vorrebbe la dissennata destra italiana attuale).

Le lamentele della Confindustria, o dei partiti più piccoli, o dell’opposizione, o degli intellettuali, o dei burocrati o di altri settori della società, devono tener conto di questa “visione” del Paese che ha il Pd (e che ha ereditato). In altre parole dobbiamo credere che il Paese non sia eterno e che potrebbe andare in mille pezzi ad ogni curva troppo stretta. Per cui il Pd metterà sempre al bando ogni rischio non calcolato, ogni azione scriteriata, ogni audacia creativa o posizione inflessibile ecc.

Il Pd continuerà nella sua strada di piccoli passi e mini cambiamenti, uniti alla massima flessibilità politica nelle alleanze. Il suo tentativo di mantenersi al governo si adatta alla realtà quotidiana del nostro paese che è (da secoli) corporativo e disunito. D’altra parte c’è una parte di italiani (di destra o di sinistra non importa) che la pensa allo stesso modo: prudenza e modesta governabilità sono sempre meglio che avventure incaute o scontri epocali in campo aperto.

Da tempo questo non è più un Paese per condottieri: quando lo fu perse il controllo di se stesso. La Chiesa cattolica rappresentava un collante molto forte per la Dc: oggi il Pd non ha più nemmeno questo… Di conseguenza a chi non ne fa parte, il Pd appare come sordo: un interlocutore difficile, che non ascolta le idee nuove, che teme tutto, impaurito e intimidito da tutto, che non dibatte con gli estranei (ma solo internamente), che preferisce l’usato sicuro all’innovazione. Tutto ciò fa arrabbiare vari settori della società e dell’economia.

Ma costoro dovrebbero guardarsi allo specchio: si tratta di spezzoni minoritari, di mini-élite, talvolta addirittura di uomini soli. Dal canto loro i leader del Pd conoscono bene i loro limiti: solo che il massimo del loro tempo è dedicato a tenere insieme i “feudi” di cui il partito è composto (sia sul territorio che in parlamento). Meglio un partito nazionale anche se fatto di feudi (come fu la Dc) che lo sbriciolamento totale. Questo spiega perché è così complicato dibattere con il PD, per esempio, sulle elezioni regionali a venire.

Cosa può fare chi non è del Pd e crede che la prudenza del Pd sia spesso esagerata, imbelle o frutto di intimidazione? Invece che strillare di aver la soluzione in tasca (cosa risibile ma molto frequente soprattutto in Tv) può tentare di convincere il Pd che la sua autosufficienza ha comunque un limite. Che gli servono cioè degli alleati seri.

L’alleato più serio e utile che il Pd possa avere non è un partito di rottura ma di tessitura, non è una forza divisiva ideologicamente puntuta, ma unitiva e a tal scopo immersa nella frammentata società. Costruire una rete umana di persone diverse ma unite attorno a certi valori/idee/programmi (ma forse è più giusto dire semplicemente “attorno a certe emergenze sociali”) è utile a tutti: anche al Pd per riuscire a tenere assieme altri pezzi della società dentro un piano unitario e nazionale.

Dopo aver percorso la stessa strada e avuto le medesime preoccupazioni (in versione più conservatrice), oggi la destra italiana si presenta come rottura della tradizione politica nazionale (e forse anche come rottura del paese, vedi il dibattito sull’autonomia…). Il centro moderato e il centro-destra sono quelli che hanno schierato l’Italia nell’Alleanza Atlantica, nella Nato, nella Ue, nel G7 ecc. contro il parere delle sinistre dell’epoca. Ma oggi la destra sovranista e leghista non ne vuole sapere di quella eredità e la lascia tutta al Pd che resta dunque l’unico “partito della nazione”. In esso ormai siedono assieme personalità con sensibilità di “destra” e di “sinistra”, unite però dalla medesima preoccupazione nazionale. Per questo non va disprezzato, non gli vanno fatte prediche, ma va aiutato a superare i propri limiti.

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