Sembrava tutto pronto per la ripartenza dei pozzi, dopo lunghi negoziati della Noc, ma è di nuovo tutto fermo. Il quadro sulle interferenze esterne, le distanze tra i fronti, il piano di Washington per la stabilizzazione

“Dopo diversi giorni di intensa attività diplomatica volta a consentire alla National Oil Corporation (Noc) di riprendere il suo lavoro vitale e apolitico come mezzo per disinnescare le tensioni militari, l’Ambasciata degli Stati Uniti si rammarica che gli sforzi sostenuti dall’estero contro il settore economico-finanziario della Libia abbiano impedito il progresso e hanno aumentato il rischio di scontro”. Con una nota la postazione diplomatica americana che si occupa della Libia, agendo da Tunisi, dà un triplo segnale: primo, il petrolio è un bene nevralgico per il Paese e non si accettano interferenze; secondo, Washington è interessato a far sì che adesso la crisi si stabilizzi; terzo (e soprattutto), per gli Stati Uniti è inaccettabile che la partita sia in mano a rivali competitivi come la Russia.

“Le incursioni dei mercenari di Wagner contro le strutture del Noc, così come i messaggi misti concepiti in capitali straniere e trasmessi dall’esercito nazionale libico (Lna) l’11 luglio, hanno ferito tutti i libici che cercavano un futuro sicuro e prospero. L’ostruzione illegale dell’audit da tempo atteso del settore bancario mina ulteriormente il desiderio di tutti i libici di trasparenza economica. Queste azioni deludenti non dissuaderanno l’Ambasciata dal suo impegno a lavorare con le istituzioni libiche responsabili, come il governo di accordo nazionale (Gna) e la Camera dei rappresentanti (HoR), per proteggere la sovranità della Libia, raggiungere un cessate il fuoco duraturo e sostenere un consenso libico sulla gestione trasparente delle entrate di petrolio e gas”, continua la nota. “La porta rimane aperta per tutti coloro che depongono armi, rifiutano la manipolazione straniera e si riuniscono in un dialogo pacifico per far parte della soluzione; tuttavia, coloro che minano l’economia della Libia e si aggrappano all’escalation militare dovranno affrontare l’isolamento e il rischio di sanzioni. Siamo fiduciosi che il popolo libico veda chiaramente chi è pronto ad aiutare la Libia ad andare avanti e chi invece ha scelto l’irrilevanza”. Fine. È una presa di posizione importante.

In questi giorni si parla della possibilità che gli Stati Uniti spingano ancora di più l’acceleratore sul dossier. C’è infatti in piedi un’idea americana: costruire una fascia di protezione attorno alla Mezzaluna petrolifera ed evitare il ripetersi dei fatti di Sharara – il campo pozzi nella Libia centro-occidentale invaso dalla Wagner (la società di contractor che il Cremlino usa per il lavoro sporco, schierata sul lato della Cirenaica). È un’idea, ma non è chiaro come metterla in atto, visto che tra Gna e forze dell’Est (Lna) non c’è nessuna forma di accordo – “per ora”, fa notare una fonte da Tripoli. Un problema sono le circostanze condizionali. Da nessuna delle due parte (dove si intende sia il lato libico sia quello degli sponsor esterni), c’è volontà di dialogo al momento.

Per esempio, tre giorni fa il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, spiegava al Financial Times che il Gna non è disposto a concedere cessate il fuoco se il signore della guerra non ritirerà le sue truppe da Sirte e al Jufra (due città della Libia centrale, rispettivamente su costa e entroterra, che fanno da passaggio tra Tripolitania e Cirenaica). E la Turchia, spiegava Cavusoglu, è disposta a considerare “legittima e ragionevole” qualsiasi decisione presa da Tripoli e a sostenerla militarmente. Sirte e Jufra (dove si trova una base che ospita anche caccia russi) sono considerate una linea rossa dall’Egitto: secondo quanto dichiarato dal Cairo qualche settimana fa, un eventuale attacco turco-tripolino lì potrebbe comportare la discesa in campo dirette della truppe egiziane in Libia.

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