Durante la riunione-fiume di lunedì notte il Cdm ha deciso di esercitare i poteri previsti dal golden power sulla fornitura di tecnologia da parte di Huawei a Tim e Windtre. A sollecitare la levata di scudi il Pd e in particolare i ministri Amendola e Guerini, scettico il titolare del Mise Patuanelli. Intanto Conte convoca un tavolo per sbrigliare il nodo 5G

Tensione hi-tech nel governo. Nella lunga notte del Consiglio dei ministri di lunedì sul Decreto semplificazioni, i toni si sono fatti accesi su un dossier caldissimo di politica estera: la partecipazione di Huawei e Zte alla fornitura di tecnologia ai grandi operatori italiani.

Il tema costituisce da tempo un pomo della discordia in casa rossogialla. Da quando a dicembre il Copasir ha pubblicato un rapporto che invita ad escludere aziende cinesi come Huawei e Zte dall’implementazione della rete 5G, il dibattito si è fatto spazio nell’agenda di governo allargandosi alla presenza stessa degli operatori cinesi nel mirino degli Usa sul mercato delle telco italiane.

Negli ultimi mesi nel Pd più di una voce si è alzata per chiedere di anteporre la sicurezza al business nel mondo tech. È il caso del ministro della Difesa Lorenzo Guerini, che nella sua visita a Washington Dc di inizio febbraio ha spiegato la necessità di mettere la sicurezza “prima di ogni valutazione economica”. Ma anche del ministro degli Affari europei Enzo Amendola, che a più riprese ha auspicato una soluzione europea per il 5G. Dal mondo M5S, e in particolare da chi ha in mano il dossier, il titolare del Mise Stefano Patuanelli, non sono mancate prese di posizione di tenore opposto.

I fronti sembrano rimasti invariati. Secondo quanto risulta a Formiche.net, dopo una vivace discussione interna lunedì il Cdm avrebbe deciso di esercitare i poteri speciali previsti dala normativa del golden power sulla fornitura di tecnologia da parte di Huawei a Tim e Windtre. Della notizia curiosamente non c’è traccia nel lungo comunicato di Palazzo Chigi, e una richiesta di conferma alla presidenza del Consiglio non ha ricevuto risposta.

Il nuovo golden power approvato a maggio dal governo prevede l’assoggettamento a notifica dei contratti o degli accordi, conclusi con soggetti esterni all’Unione europea, che abbiano ad oggetto l’acquisizione a qualsiasi titolo di beni o servizi relativi alla progettazione, alla realizzazione, alla manutenzione e alla gestione delle reti inerenti i servizi di telecomunicazione elettronica a banda larga con tecnologia 5G. Ma anche nel caso di acquisizioni di componenti “ad alta intensità tecnologica funzionali alla realizzazione della rete.

Se il Mise di Patuanelli non ha rilevato criticità in merito ai due contratti, dal Pd, e in particolare dai ministri Guerini e Amendola, è arrivato un altolà alle attività di fornitura delle aziende cinesi ritenute sensibili sotto il profilo della sicurezza e la richiesta di esercitare i poteri del golden power per fermarle.

Il braccio di ferro sulle aziende hi-tech cinesi accusate di spionaggio dagli Stati Uniti arriva in un momento in cui il tema 5G ha scalato di nuovo la vetta dell’agenda politica di governo.

Il Cdm avrebbe confermato a proposito due schieramenti opposti. Il Pd vuole seguire l’esempio di Boris Johnson, il premier britannico che, dopo aver limitato solo parzialmente l’accesso alla rete a Huawei, sarebbe ora intenzionato a calare il sipario escludendo le aziende cinesi.

Anche su questo fronte, per il momento, la discussione è ferma al “salvo – intese”. Ma non sarà rimandata di molto. Sul 5G è in aumento il pressing della diplomazia Usa, come dimostra la visita del ministro degli Esteri Luigi Di Maio all’ambasciatore Lewis Eisenberg raccontata da Repubblica. Lunedì notte il premier Giuseppe Conte ha annunciato la convocazione di un tavolo ad hoc per sbrigliare il nodo politico.

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