Il presidente emerito della Corte Costituzionale, già vicepresidente del Csm riflette su come affrontare la gestione del Recovery Fund. "Mi chiedo come mai fino ad ora non si è pensato, nel periodo di emergenza, ad una commissione speciale per l'emergenza, consentita dai regolamenti di ciascuna Camera"

Da questa sfida dipende anche il destino del Paese: se continuare nel declino che inavvertitamente anche prima del Covid ci ha accompagnati per 15 anni e finire nel disastro, o se attivare una crescita per recuperare una linea di sviluppo. È uno dei passaggi più significativi che il presidente emerito della Corte Costituzionale, già vicepresidente del Csm, Cesare Mirabelli, affida a Formiche.net all’interno di un articolato ma lineare ragionamento su come affrontare la gestione del Recovery Fund.

Presidente, dopo le task force per la fase 2, due commissioni monocamerali per il Recovery Fund, si coinvolge il Parlamento, ma in che modo?

Si tratta di vedere quale sarà la competenza assegnata o rivendicata da tali commissioni, perché il Parlamento ha già un potere di indirizzo e di controllo, ma non strumenti di gestione e amministrazione. L’idea di coinvolgere in maniera più incisiva l’Aula può rispondere all’esigenza non solo di far esprimere in maniera anticipata gli indirizzi e quindi effettuare in modo più penetrante il controllo, ma anche di coinvolgere le opposizioni, per un’attività di straordinario rilievo, come l’utilizzazione dei fondi.

Sarebbe stata più opportuna una bicamerale?

Potrebbe, per qualche aspetto, rendere più rapidi i passaggi ma non mi pare sia essenziale. Piuttosto mi chiedo come mai fino ad ora non si è pensato, nel periodo di emergenza, ad una commissione speciale per l’emergenza, consentita dai regolamenti di ciascuna Camera. Sarebbe stata già utile per un miglior controllo e un indirizzo su provvedimenti adottati dal governo in maniera incisiva, come la limitazione delle libertà individuali, giustificata certamente, ma che deve essere sottoposta al Parlamento e non riservata ad atti amministrativi come i decreti del presidente del Consiglio.

Siamo bravissimi a spendere per sussidi, ma per crescere serve altro, dice l’ex premier Giuliano Amato: ha ragione? E come invertire la tendenza?

Mi pare abbia ragione: rabbrividisco quando leggo titoli o sottotitoli nei quali si dice che queste risorse corrisponderebbero a 500 euro per ogni cittadino, come se si trattasse di una distribuzione a pioggia. In realtà è una sfida decisiva per il nostro Paese, sta a noi investire al meglio risorse che ci sono. Secondo alcuni calcoli sono superiori allo stesso Piano Marshall che viene spesso invocato. Da questa sfida dipende anche il destino del Paese: se continuare nel declino che inavvertitamente anche prima del Covid ci ha accompagnati per 15 anni e finire nel disastro, o se attivare una crescita per recuperare una linea di sviluppo.

Esiste il rischio che una valanga di risorse finisca nelle mani sbagliate?

Osservo una tendenza marcata verso chi dovrà gestire le somme in una logica che può apparire di potere, piuttosto che verso una programmazione. Già ci troviamo in forte ritardo rispetto alla necessità di fornire all’Europa progetti che siano finanziabili. Progetto significa la definizione non solo genericamente dell’esigenza, ma del contenuto delle attività, dei tempi e dei costi. Questo richiede una elaborazione attenta e ampia: non basta dire infrastrutture o giustizia, ad esempio. Inoltre il tutto andrà coordinato in maniera armonica secondo una scala di gerarchia, per progetti che presentino delle interconnessioni.

La vittoria del Recovery è da sola sufficiente per decretare raggiunta l’integrazione europea? E con quale ruolo per l’Italia?

C’è un passaggio importante, sì economico ma prima giuridico: l’affermata possibilità dell’Ue di emettere titoli di debito con fondi comunitari, quindi una espressione di questa entità sovranazionale. Gli Stati parteciperanno con propria responsabilità al fondo, ma sui mercati si affaccia la presenza finanziaria diretta dell’Ue in quanto tale. Rappresenta senza dubbio un passo in avanti rispetto ad una unione che si trova a metà strada tra l’organizzazione internazionale di Stati ed un aspetto più federale che è l’obiettivo finale.

Perché prima è un aspetto giuridico?

Perché è importante come lo è stata l’idea di fondo dell’unità nella interpretazione dei Trattati. Questi ultimi, di tipo internazionalistico, sono a fondamento dell’Ue e interpretati in modo uniforme dalla Corte di Giustizia Ue. Tra l’altro questo è il nodo del recente contrasto tra la posizione della Corte di Giustizia europea e il Tribunale Costituzionale tedesco. A chi spetta interpretare i Trattati, visto che se si persegue l’unità serve proprio quella interpretativa? Inoltre nel Recovery Fund riscontro anche una linea di solidarietà europea, perché non ci può essere un’Europa unita in cui ognuno si faccia gli affari suoi a proprio vantaggio e a danno di altri. Per cui serve rendere uniformi le condizioni di sviluppo. Osservo che le interconnessioni sono talmente tali che tutti i Paesi sono collegati, come dimostra l’attività delle industrie manifatturiere, o del settore metalmeccanico. Italia e Germania sono così connesse che non si può immaginare la crescita a dismisura di un singolo Stato, mentre altri rimangono indietro.

A proposito di unità, il fronte trasversale coagulatosi attorno al Mes potrebbe essere cemento per una nuova fase politica?

Si tratta di un terreno politico che difficilmente posso valutare. Osservo però che vi sono problemi nazionali nei quali la solidarietà di forze politiche diverse, pur nelle singole e fisiologiche differenze, rafforza il Paese. Pensiamo alle missioni di pace all’estero, per le quali il largo sostegno del Parlamento è un elemento rafforzativo anche nei confronti della posizione italiana ai tavoli di trattative europee. Per cui il tema centrale è effettuare scelte strategiche e per quanto possibile comuni che siano oggettivamente rivolte e far crescere l’Italia: una parte non irrilevante di questi fondi, a cui si sommano i 100 miliardi annui di debito pubblico frutto del deficit di bilancio, implica trasferire alle generazioni future il pagamento delle azioni di oggi. Quale sarebbe la famiglia apprezzabile nella quale si fa debito oggi per disperdere risorse domani?

twitter@FDepalo

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